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L’Alleluia dopo la proclamazione del Vangelo

Last Update: 5/6/2019 8:53 PM
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5/6/2019 8:53 PM
 
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Capita sempre più spesso di sentire, nella Messa, ripetere il canto dell’Alleluia dopo la proclamazione del Vangelo. Questa modalità entrata nella prassi delle liturgie parrocchiali e non, è corretta, ha un significato? Inoltre, prima di ripetere l’Alleluia, è bene conservare ugualmente la risposta «Lode a te, o Cristo» o è meglio ometterla?

Andreina


Sì, la prassi di riprendere l’acclamazione dell’Alleluia dopo la proclamazione del Vangelo è corretta. È una possibilità offerta dalla seconda edizione italiana del Messale Romano (1983). Così recita la rubrica: «Se l’acclamazione si fa in canto si può usare, secondo l’opportunità, una delle acclamazioni qui riportate». Seguono ben sette diverse acclamazioni cristologiche a scelta e in più l’Alleluia con la precisazione che quest’ultima non è possibile in Quaresima (p. 304).
Stando alla lettera della rubrica sopra citata, tali acclamazioni cantate sono sostitutive di quella prevista dal Lezionario. Tutta via la pratica ha evidenziato che alla frase: «Parola del Signore» i fedeli sono portati a rispondere immediatamente: «Lode a te, o Cristo». Il che, sebbene costituisca una ripetizione non impedisce una seconda e gioiosa acclamazione in canto. Se si vuole evitare la doppia acclamazione e sempre possibile omettere «Parola del Signore» e innalzare semplicemente il libro dei Vangeli mentre il coro e l’assemblea intervengono con il canto. Ciò non costituisce una grave infrazione perché la frase: «Parola del Signore» non ha uno scopo assertivo, ma è semplicemente un «segnale» per sollecitare l’acclamazione dell’assemblea. Infatti, le Conferenze Episcopali possono cambiare questa frase «con altra espressione simile secondo le consuetudini locali» (Premesse al Lezionario, 125). D’altre parte nel Messale preconciliare non esisteva alcuna acclamazione del sacerdote o del diacono al termine della lettura del Vangelo. Solo il ministrante faceva attenzione a pronunciare «Laus tibi, Christe» appena il sacerdote al termine della lettura evangelica, baciava il Vangelo (cf. Ordo Missae VI, 2). Per l’epistola, che precedeva il Vangelo, il sacerdote, per indicarne la fine, voltava semplicemente la testa verso il ministrante che, attento, diceva «Deo gratias»! Quisquilie? Non c’è dubbio! Ma l’arte del celebrare è fatta anche di cose piccole e vere. Come la vita.

Silvano Sirboni
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