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Un ministero da valorizzare

Ultimo Aggiornamento: 06/12/2018 15.36
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06/12/2018 15.36

L’OGMR (n. 352) ci ricorda che: «Nel preparare la Messa il sacerdote tenga presente più il bene spirituale del popolo di Dio che la propria personale inclinazione. Si ricordi anche che la scelta di queste parti si deve fare insieme con i ministri e con coloro che svolgano qualche ufficio nella celebrazione senza escludere i fedeli in ciò che li riguarda direttamente. Dal momento che è offerta un’ampia possibilità di scegliere le diverse parti della Messa, è necessario che prima della celebrazione il diacono, il lettore, il salmista, il cantore, il commentatore, la schola, ognuno per la sua parte, sappiano bene quali testi spettano a ciascuno in modo che nulla si lasci all’improvvisazione. L’armonica disposizione ed esecuzione dei riti contribuisce moltissimo a disporre lo spirito ai fedeli per la partecipazione all’Eucaristia».
Tra le persone da coinvolgere nella preparazione non possono mancare i sacristi. Pensiamo, per esempio, alla comune responsabilità nel preparare e nel mettere in pratica adeguatamente le celebrazioni del Triduo pasquale! Infatti, sempre l’OGMR al n. 111 precisa: «La preparazione pratica di ogni celebrazione liturgica si faccia di comune e diligente intesa, secondo il Messale e gli altri libri liturgici, fra tutti coloro che sono interessati rispettivamente alla parte rituale, pastorale e musicale, sotto la direzione del rettore della chiesa e sentito anche il parere dei fedeli per quelle cose che li riguardano direttamente. Al sacerdote che presiede la celebrazione «spetta però sempre il diritto di disporre ciò che a lui compete».
La scelta esplicita della Chiesa è quella di privilegiare il lavoro pastorale, anche quello liturgico, in équipe, in gruppi di ministri che si prendano carico, in comunione, accordo e anche obbedienza al parroco, del loro servizio da programmare, gestire e eseguire insieme. Così in una celebrazione guidata da un laico si devono esprimere e manifestare le diverse ministerialità della guida, del lettore, del cantore, del sacrista, ecc. Ci sono degli episodi in altre comunità che prima di noi hanno sperimentato una più diffusa ministerialità laicale che ci mettono in guardia dai rischi di un eccessivo protagonismo e autonomia laicale rispetto al sacerdote e al suo ministero insostituibile (es. in una piccola comunità d’oltralpe: «Non abbiamo bisogno del sacerdote, abbiamo già preparato per noi: la nostra liturgia domenicale»; oppure: «Il nostro povero parroco è morto e lo abbiamo sepolto noi l’altro giorno!»… o altre ragioni con i referenti pastorali che sanno predicare meglio, sanno gestire meglio la parrocchia, ecc.). Sarebbe come se in una famiglia i genitori abdicassero al loro ruolo, lasciando ai figli la gestione della famiglia, le spese da fare, le decisioni importanti, ecc.
Come si è detto lo stile è quello di una preparazione e di scelte da compiere insieme in gruppi della Parola, commissioni liturgiche, … di cui debbono far parte attiva e corresponsabile i sacristi e gli addetti al culto sotto la guida del responsabile della comunità (come richiama anche l’Introduzione al Lezionario, nn. 40 e 78). Sarà sempre più necessaria un’organizzazione del servizio da svolgere in armonia. In tutto questo il celebrante dev’essere normalmente al corrente di quello che avviene nella celebrazione: cosa si è preparato (libri, vasi sacri e vesti liturgiche…), chi legge, chi serve, cosa si canta, ecc.
Perché occorre celebrare bene e con arte? Perché il sacrista e i suoi collaboratori devono preparare bene ogni celebrazione? Il motivo è sempre Lui, come ci ricorda in ogni Messa il prefazio: «Per Gesù Cristo nostro Signore».
Le pagine dell’Antico Testamento, in particolare del Libro del Levitico, ci dimostrano come quella della preparazione e della cura sia un’esplicita volontà divina. Quante indicazioni: fin troppo minuziose per la nostra mentalità! Ma quanti valori dietro ogni indicazione! Tanti significati che noi ignoriamo e spesso sottovalutato. Ma c’è anche la parola e l’esempio di nostro Signore Gesù Cristo. Leggiamo, infatti, nel Vangelo la descrizione della cura che Gesù ha avuto nell’organizzare la cena pasquale, quella che sarebbe stata la ultima cena, l’istituzione dell’Eucaristia. L’Evangelista Marco precisa, riferendo le parole del Maestro: «Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti già pronta; là preparata per noi» (Mc 14,15). E analogamente l’evangelista Luca (22,7-13) ricorda che Gesù stesso inviò Pietro e Giovanni a preparare il tutto adeguatamente e decorosamente.
Un messaggio, un dono normalmente hanno bisogno del bello, della via pulchritudinis per trasmettere, comunicare il loro contenuto. Tanto più la grazia di Dio che nei sacramenti, segni efficaci e strumenti concreti, ci veicola l’amore e la salvezza di Dio per l’uomo. Occorre dire «no» deciso alla sciatteria nelle celebrazioni liturgiche che ci comunicano il bene che viene da Dio.
Da parte nostra è necessaria un’attenzione particolare a ciò che è tipicamente umano, a ciò che è proprio dell’uomo e per l’uomo; quando lo attira, lo realizza, lo coinvolge. La vera arte: agire come Cristo che attirava le folle e i cuori non con autorità o autoritarismo, ma con autorevolezza. La celebrazione è qualcosa che si propone per la sua verità, la sua immediatezza, la sua bellezza. Il rispetto della verità dei segni, dello spazio, dei tempi, delle competenze, dei vari sintagmi, delle singole parti della celebrazione costituiscono l’arte del celebrare. In ogni celebrazione si attualizza l’opera di Dio, che è sempre una grande opera, un’opera d’arte.
Ricordo sempre quanto amava ripetermi il Vescovo che mi ha ordinato, mons. Alessandro Maria Gottardi, vero maestro nell’arte del celebrare: «La Messa devi celebrarla sempre come fosse la prima, l’unica, l’ultima». Anche in questo ritrovo una saggia indicazione spirituale per l’arte del celebrare sia per il celebrante sia per i sacristi e gli altri ministri, come per tutta l’assemblea dei «christifideles».
In occasione di un corso di aggiornamento sulla liturgia per vescovi nel 1988, il grande liturgista, il vescovo Mariano Magrassi, diceva: «Il Concilio ha affermato con chiarezza che la liturgia è culmine e fonte della vita della Chiesa. Mi domando se questo abbia avuto un’attuazione coerente e totale in questi anni. “Culmine vuol dire che non c’è niente di più grande. “Fonte” vuol dire che tutto deriva da lì. Non è stato uno slogan affrettato del Concilio, non è stata un’affermazione per il gusto del sensazionale, né un’affermazione ingenua di panliturgismo. Il Concilio ha detto con chiarezza che la liturgia non esaurisce la vita della Chiesa (SC 9 e 12) e tuttavia essa ha avuto il suo apice e il suo cuore nella liturgia».
La liturgia è quindi azione, azione simbolico-rituale, mediante la quale l’uomo entra in contatto con la Pasqua di Cristo. La Chiesa celebra il proprio mistero di popolo radunato nell’esperienza dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, chiamato a vivere nel mondo e nella storia il suo impegno a costruire il Regno di Dio anche mediante il suo lavoro, la sua vita, il suo ministero, compreso quello di sacrista.
Così ci richiama papa Francesco (EG 102): «I laici sono semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio. Al loro servizio c’è una minoranza: i ministri ordinati. È cresciuta la coscienza dell’identità e della missione del laico nella Chiesa. Disponiamo di un numeroso laicato, benché non sufficiente, con un radicato senso comunitario e una grande fedeltà all’impegno della carità, della catechesi, della celebrazione della fede. Ma la presa di coscienza di questa responsabilità laicale che nasce dal battesimo e della confermazione non si manifesta nello stesso modo da tutte le parti. In alcuni casi perché non si sono formati per assumere responsabilità importanti, in altri casi per non aver trovato spazio nelle loro Chiese particolari per poter esprimere e agire, a causa di un eccessivo clericalismo che li mantiene al margine delle decisioni. Anche se si nota una maggiore partecipazione di molti ai ministeri laicali, questo impegno non si riflette nella penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico. Si limita molte volte a compiti intraecclesiali senza un reale impegno per l’applicazione del Vangelo alla trasformazione della società. La formazione dei laici e l’evangelizzazione delle categorie professionali e intellettuali rappresentano un’importante sfida pastorale».

Monsignor Giulio Viviani
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