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Che fare e quale atteggiamento assumere dopo la comunione?

Last Update: 9/28/2018 3:14 PM
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9/28/2018 3:14 PM
 
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Gentile redazione,
è sempre bello ascoltare le lezioni di liturgia di sr. Cristina Cruciani nella trasmissione della Radio Vaticana denominata «Allargare gli orizzonti». In una di queste trasmissioni, mentre parlava delle prime comunioni che si fanno in questo periodo dopo la Pasqua, mi sono promesso di scrivervi per sottoporre alla vostra attenzione una domanda riguardante il comportamento corretto da tenere in certi momenti della celebrazione in particolare dopo la comunione.
La domanda riguarda le preghiere da recitare subito dopo aver ricevuto la comunione. Guardandomi attorno, in chiesa vedo persone che, appena ricevuta la comunione, abbassano lo sguardo e sembrano balbettare delle parole; altre persone portano le mani agli occhi e riflettono; altre, invece, guardano in giro distrattamente.
Dopo la comunione bisogna recitare una preghiera specifica o rivolgere qualche richiesta particolare a Dio?
Cordiali saluti.

Giuliano


L’Ordinamento Generale del Messale (OGMR) è essenziale, semplice e chiaro: «Terminata la distribuzione della comunione, il sacerdote e i fedeli, secondo l’opportunità, pregano per un po’ di tempo in silenzio. Tutta l’assemblea può anche cantare un salmo o un altro cantico di lode o un inno» (n 88; cf anche nn 45 e 164). È una possibilità, un’opportunità, non un obbligo.
Il rito preconciliare prevedeva che il sacerdote, dopo la comunione, recitasse l’antifona di comunione e pronunciasse immediatamente l’orazione conclusiva della Messa (cf Ritus Servandus XI, 1). Questo spazio di preghiera personale che può assumere opportunamente anche una forma comunitaria attraverso un canto, è stato introdotto dalla riforma conciliare del Vaticano II nel rispetto della lunga prassi devozionale precedente che, sovrapponendosi ai testi e ai gesti del sacerdote, vedeva il fedele immerso in una preghiera di ringraziamento del tutto privata che sovente si promulgava anche oltre la Messa stessa. Del resto, non essendo possibile, soprattutto a causa della lingua, una partecipazione autenticamente attiva e consapevole, non solo interiore ma anche esteriore in consonanza con il sacerdote, quasi tutta la Messa era «seguita», accompagnata con preghiere private, secondo i propri gusti e la propria sensibilità. Queste preghiere servivano da preparazione e da ringraziamento alla comunione che, però, soprattutto a partire dal XVI secolo, era percepita come elemento aggiunto alla Messa (cf J. A. JUNGMANN, Missarum Sollemnia II, 307). Tant’è che era invalsa la prassi che i fedeli, specie in occasione della Messa solenne, facessero la comunione che iniziasse la celebrazione oppure dopo la sua conclusione (cf L. TRIMELONI, Compendio di liturgia pratica, 543).
La riforma del Vaticano II ha voluto trasformare questo privato atteggiamento in un vero e proprio momento liturgico, cioè comunitario, anche quando fosse lasciato alle libere espressioni oranti dei singoli. Non sono previste specifiche preghiere. Uno spazio congruo, non troppo lungo né troppo breve, durante il quale anche il sacerdote canta o prega con l’assemblea e non fa altro. Questo momento si conclude quando tutti si alzano in piedi per fare propria l’orazione presidenziale che conclude la Messa.

Silvano Sirboni
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