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La reposizione dell’Eucarestia dopo la comunione

Last Update: 8/26/2018 2:43 PM
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8/26/2018 2:43 PM
 
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Quando il sacerdote, dopo la distribuzione dell’Eucarestia, porta via la pisside con il corpo di Cristo, i fedeli devono alzarsi per esprimere rispetto ed anche inchinarsi? Ho sentito un’opinione secondo la quale non bisogna alzarsi perché il corpo di Cristo è già dentro di noi.
Questa spiegazione mi sembra in contrasto con quanto emerge dall’Ordinamento Generale del Messale Romano al n 246 che descrive l’atteggiamento dei concelebranti nell’atto di comunicarsi: «I concelebranti, uno dopo l’altro, oppure a due a due, se vi sono due calici, si accostano all’altare, genuflettono, assumono il Sangue, astergono il labbro del calice e ritornano al loro posto». Se i concelebranti, che si sono nutriti del corpo di Cristo, subito dopo devono genuflettere per bere il sangue di Cristo, i fedeli, perché dovrebbero stare seduti quando il sacerdote sta camminando accanto a loro con la pisside contenente le ostie consacrate?
Ho anche sentito dire che l’atteggiamento di chi ha ricevuto il corpo di Cristo potrebbe essere diverso dall’atteggiamento di chi non l’ha ricevuto.
Poiché le norme non indicano un atteggiamento preciso, dovendo dare un indicazione concreta ai fedeli, chiedo all’esperto una risposta in merito.

Don Giovanni


Le norme non prevedono alcun rito particolare da parte dei fedeli allorché il sacerdote o il diacono porta il pane consacrato nel tabernacolo dopo la comunione. «Le ostie consacrate che sono avanzate (il sacerdote) o le consuma all’altare o le porta al luogo destinato alla conservazione dell’Eucarestia» (OGMR 163). Si tratta, quindi, di un gesto funzionale previsto soltanto nel caso in cui avanza del pane. Con coerenza le norme del Messale non coinvolgono l’assemblea che, invece, è esortata a osservare «il sacro silenzio, oppure cantare un salmo, un altro canto di lode o un inno» (ivi, 164). Non è corretto il confronto con i concelebranti al momento di accostarsi al calice per assumere il sangue di Cristo. Si tratta, infatti, di un gesto di adorazione speculare a quello previsto per la comunione al corpo di Cristo nel segno del pane. Si tratta, quindi, di un atto di fede per manifestare l’unica e totale presenza del Signore sia nel pane come nel vino, presenza che non è lecito pensare in modo materialistico disgiungendo i due segni.
È assolutamente fuori da ogni saggia norma liturgica e pastorale prevedere, per i fedeli che si sono accostati alla mensa eucaristica, un atteggiamento diverso da coloro che non hanno ricevuto la comunione. L’eucologia presuppone sempre che tutti partecipino alla Messa in modo pieno, non prevede semplici assistenti (cf OGMR 80). Chi non fosse nelle dovute condizioni per accostarsi alla mensa eucaristica, manifesta in qualche modo la comunione con Cristo, sebbene non nella pienezza del segno, attraverso la sua presenza nell’assemblea e l’ascolto della Parola (cf Sacrosanctum Concilium, 7; Eucaristicum Misterium, 9). Ogni discriminazione è contraria al significato della celebrazione eucaristica (cf OGMR 55), tant’è che nel passato, dovendo far fronte ad una situazione anomala di congedare catecumeni e penitenti prima della liturgia eucaristica. Tale prassi, per questi ultimi, è comprensibile nel contesto socio-ecclesiale di allora, ma è impensabile ai nostri giorni anche perché non esiste più l’ordo paenitentium.

Silvano Sirboni
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