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PANE E VINO

Ultimo Aggiornamento: 04/01/2018 21.05
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04/01/2018 21.05


Quando ero bambino, trascorrevo buona parte delle vacanze dai nonni e a metà pomeriggio arrivava il momento della merenda. Ricordo ancora, come fosse ieri, il nonno che, ogni tanto, mi preparava un bel panino con tanto salame, «perché – diceva – devi crescere».
Quando vogliamo bene a una persona, le offriamo da mangiare invitandola a pranzo, condividendo la merenda a scuola, andando a mangiare insieme un pizza. Il nostro corpo, infatti, ha bisogno di nutrirsi per continuare a vivere; se vogliamo bene a qualcuno, desideriamo che possa vivere bene, quindi gli offriamo ciò che serve a questo scopo.
Non è, solo questione di sopravvivenza, non mangiamo solo per non morire, condividere il cibo è anche segno di festa, è un modo per esprimere la gioia, per celebrare un evento importante, per relazionarci con chi ci sta vicino. In tutte le culture, il pasto è un momento sociale molto importante, spesso regolato da norme e tradizioni: è occasione di accoglienza, amicizia, alleanza.
Anche nella Scrittura il cibo ha questo doppio significato: la vita e la festa. Tra i tanti cibi e le molte vivande, il pane e il vino sono diventati simboli di questi due concetti, per cui il pane è il cibo che dà vita e la bevanda che esprime la gioia e la festa.
Come sempre, leggiamo insieme qualche passo della Parola di Dio che ci permetta di comprendere meglio questa simbologia così importante e speciale.
Nell’Antico Testamento ci sono due pani che rivestono un ruolo importante nella storia di Israele, che esprimono la relazione del popolo con Dio: il pane azzimo della cena pasquale e la manna del deserto.
Nella notte in cui i popolo viene liberato dalla schiavitù d’Egitto, Dio comanda di non mangiare pane lievitato ma pane azzimo, preparato e cotto rapidamente. Il pane lievitato diventa segno del tempo di schiavitù, mentre quello azzimo è il simbolo della liberazione che il Signore ha operato (Es 12).
Dopo essere stato liberato dalla schiavitù d’ Egitto, il popolo di Israele si ritrova nel deserto e mormora contro Dio rimpiangendo il cibo egiziano con la preoccupazione di non avere nulla da mangiare in un luogo tanto ostile. Dio, però, ascolta le lamentele del suo popolo e dona loro un pane che viene dal cielo, che trovano la mattina presto sulla superficie del deserto. Il libro dell’Esodo lo descrive come «una cosa fine e granulosa, minuta». Al vederla gli israeliti di chiedono «Cos’è?», che in ebraico suona «Man – hu?»; da qui il nome «manna» (Es 16).
Per tutto il pellegrinaggio di quarant’anni nel deserto, Dio non smette di nutrire il suo popolo con la manna, come ogni padre fa con i propri figli. La manna diventa così il simbolo della cura e della provvidenza di Dio per il suo popolo.
Il vino è la bevanda della festa perché inebria, rende allegri, come dice il Salmo 104: «allieta il cuore dell’uomo», per questo faceva parte di molti riti familiari come la celebrazione dello shabbat e della Pasqua. Nell’Antico Testamento il vino è uno dei doni della terra che il Signore ha preparato per il suo popolo, è simbolo di abbondanza e di gioia, di pace (Ger 31,12).
Nel Vangelo di Giovanni due segni che Gesù compie coinvolgano pane e vino: la moltiplicazione dei pani (Gv 6) e la mutazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana (Gv 2,1-11). Sono due pagine molto conosciute del Vangelo di Giovanni e non occorre descriverle; penso sia importante ricordare che, subito dopo la moltiplicazione dei pane, Gesù tiene un lungo discorso sul pane di vita eterna, in cui anticipa quanto compirà nell’ultima cena istituendo l’Eucarestia. Il brano delle nozze di Cana, ha, invece, alcuni riferimenti che rimandano all’ora delle Croce, quando Gesù verserà il suo sangue per la nostra salvezza, la grande quantità di acqua diventata vino al banchetto nuziale è simbolo che anticipa il grande dono della sua vita per noi.
È nell’ultima Cena che la profonda simbologia di pane e vino giunge al suo compimento. Gesù sceglie questi due alimenti per lasciarci il suo corpo e il suo sangue, per lasciarci la sua presenza reale, per donarsi ai suoi discepoli di ogni tempo, dunque anche a noi.
Quella sera Gesù compì i gesti rituali consueti: prese prima il pane e rese grazie con la preghiera di benedizione, quindi lo spezzò dandolo agli apostoli ma qui aggiunse queste parole: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo» (Mt 26,26); poi prese il calice e rese grazie secondo la tradizione, nel passarlo ai suoi commensali aggiunse: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati» (Mt26,27).
Sebbene non avessero ancora compreso pienamente la profondità, il gesto dello «spezzare il pane» divenne segno inequivocabile della presenza del Signore Gesù. La sera del giorno di Pasqua due discepoli, che avevano lasciato Gerusalemme delusi e scandalizzati, riconobbero Gesù risorto proprio nello spezzare il pane (Lc 24,30).
Questo gesto entrò immediatamente nella tradizione della prima comunità cristiana. Gli Atti degli Apostoli e gli altri scritti del Nuovo Testamento usano spesso l’espressione «spezzare il pane» come nome di un rito specifico proprio della comunità (At 2,42; 1Cor 10,16). Iniziò così il lungo cammino che portò la Chiesa ad arricchire il semplice gesto dello spezzare il pane e offrire il calice del vino di altri simboli, preghiere, letture della Parola di Dio, che con il tempo presero la forma della nostra celebrazione eucaristica.
È proprio nella celebrazione dell’Eucarestia che noi compiamo il memoriale di quel dono, anticipato nell’ultima Cena e compiuto sulla croce. Il sacerdote pronuncia nuovamente le parole dette da Gesù e, per opera dello Spirito Santo, il pane diventa corpo di Cristo e il vino diventa il sangue di Cristo. Non sono più pane e vino, diventano corpo e sangue di Gesù che si dona a noi.
È facile notare le somiglianze con i brani della scrittura che abbiamo citato. Gesù si dona a noi come cibo, ci nutre di sé, sostenta la nostra vita donandoci se stesso. Senza il cibo il nostro corpo deperisce, senza il corpo di Cristo è il nostro spirito a deperire e tutta la nostra vita ne rimane impoverita.
Molte persone, ancora oggi, pensano alla partecipazione alla Messa domenicale come ad un obbligo, in realtà è una necessità! Se impariamo a contemplare il grande amore del Signore che si dona a noi, che ci nutre e ci dona gioia, partecipare all’Eucarestia ogni domenica non sarà più un dovere ma un bisogno, non un impegno pesante de svolgere ma gioia da vivere, perché pregustiamo i beni del cielo.

O PANE DEL CIELO

O pane del cielo,
che tutto il mio Dio nascond’in quel velo
io t’amo, t’adoro,
mio caro Tesoro.
O Amante Gesù,
per darti a chi t’ama, quel pan ti dai Tu.

O cibo vitale,
che ‘l pegno ne doni di vita immortale;
io vivo, non io,
ma vive in me Dio,
che vita mi dà:
mi pasce, mi regge, beato mi fa.

O laccio d’Amore,
che unisci col servo l’Amato Signore:
s’io vivo e non t’amo,
per viver non bramo,
né viver più so
se non per amare Chi tanto m’amo.

O fuoco potente,
che accender aneli ogni core, ogni mente,
ti cerca il mio core: Deh vieni, o Signore,
e accendi me ancor;
s’è grande il mio ardire, più grand’è ‘l tuo Amor.

O amabil Saetta,
se offesi il mio Dio, Tu fa la vendetta:
ferisci su via
quest’anima mia,
che muoia per Chi
un dì per mio amore la vita finì.

Diletto mio Bene,
che teco m’hai stretto con tante catene,
ti dono il mio core,
o mio dolce Amore,
tuo sempre sarò;
te stesso m’hai dato, me stesso ti do.

Già dunque, mio Amato,
là in Cielo m’aspetti ad amarti svelato;
si certo sper’io,
mia vita, mio Dio.
E come mai può
il Cielo negarmi chi sé mi donò?

(Alfonso Maria de Liguori)

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