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Gennaio 2017

Last Update: 1/30/2017 8:59 PM
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Domenica 22 gennaio 2017 – III settimana del Tempo Ordinario

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Mentre (Gesù) camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono».
Mt 4, 18-22

Come vivere questa Parola?

Nel Vangelo di questa terza Domenica del Tempo Ordinario, Matteo ci narra la scena della chiamata dei primi quattro discepoli: Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni. È interessante annotare anzitutto che essa avviene non nel Tempio o in qualche luogo religioso e sacro, ma si svolge nella ferialità laica di un lavoro quotidiano molto umile: essi infatti erano intenti a gettare le reti in mare, e l’Evangelista sottolinea infatti che erano pescatori. E ancora più interessante è considerare il fatto che la chiamata del Maestro non stravolge per nulla le loro attitudini ‘professionali’, ma le porta ad un piano di perfezione superiore: quei pescatori da allora in poi diventeranno “pescatori di uomini”.
Gesù, nella chiamata dei suoi primi discepoli, si rivolge a loro sul piano concreto della loro umanità! Solo così infatti essi potevano essere in grado di capire qualcosa del linguaggio del divino Maestro che li chiamava ad una vocazione misteriosa. Essi erano dei modesti lavoratori, talvolta anche considerati dai benpensanti come impuri e di dubbia reputazione. Eppure proprio a loro Gesù affida una vocazione straordinaria: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Il Signore proponeva loro, nell’unico linguaggio umano concreto che potevano intendere, una nuova prospettiva di vita, non più dedita alla pesca quotidiana, con le reti usuali, bensì una nuova esistenza immersa in un altro mare, quello della storia della salvezza, protesi ormai a “pescare” gli uomini e a salvarli dalle acque turbolenti del mondo. Così, per i quattro pescatori iniziava un nuovo tempo, una nuova storia, una nuova vita in compagnia, non più con i pesci, ma con Gesù e con gli uomini del loro tempo.
Il Signore torna anche oggi lungo il mare delle nostre giornate e mentre ognuno di noi, nel suo stato di vita particolare, è ripiegato a riassettare le proprie reti, curvo sui dolori e le fatiche di ogni giorno, si sente rivolgere improvvisamente lo stesso imperioso invito di allora: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”. Il Vangelo annota che i quattro discepoli «subito lasciarono le reti e lo seguirono»

Il Signore viene anche nella nostra vita, non per stravolgerla o mortificarla, ma per liberarla da tutte le reti inestricabili e ingarbugliate del mondo.

La voce di un monaco del nostro tempo
“La narrazione di Dio è una vita umana, umanissima, è fatta di parole e di silenzi, di gesti e di incontri, di tenerezza e di forza… Ciò che in Gesù illumina è l’umano, è come lui ha vissuto quella condizione umana che accomuna ogni essere che viene all’esistenza. Lo straordinario portato da Gesù non si situa sul piano religioso, ma umano. Ciò che in Gesù illumina è anche ciò che viene illuminato in ogni essere umano. Gesù insegna l’infinita dignità dei senza dignità; insegna la responsabilità della cura nei confronti di chi conosce l’umano opacizzato e menomato dalla malattia, dalla violenza, dalla miseria; Gesù mostra che l’umano è il luogo di culto autentico… è il luogo di Dio” (Luciano Manicardi, monaco di Bose).

Commento di Don Ferdinando Bergamelli SDB
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Lunedì 23 gennaio 2017 – III settimana del Tempo Ordinario

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito».
Mc 3, 24-27


Come vivere questa Parola?

Il Vangelo odierno ci parla di Satana, il “Divisore” (diábolos), della sua “casa divisa in se stessa”. Parlare correttamente del diavolo porta a parlare dell’assoluta centralità di Cristo per vincere la divisione. Satana è più forte dell’uomo, ma Cristo è certamente “il più forte”. La vita e l’azione di Gesù si collocano nella prospettiva di questo duello tra due mondi opposti, la cui posta è, in definitiva, la salvezza integrale dell’uomo. È il Cristo “Vittorioso”. Se Gesù scaccia i demoni, è in virtù dello Spirito di Dio che li scaccia, e ciò è prova che il Regno di Dio è venuto.
Gesù parla della casa di Satana e formula questo principio: «Se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi». Così è anche per la nostra Chiesa di oggi. Dobbiamo tutti impegnarci seriamente per l’Unità della Chiesa e pregare perché essa si realizzi sempre di più anche nel nostro tempo.
Stiamo vivendo proprio in questi giorni l’annuale “Settimana di preghiere per l’unità dei cristiani” (18-25 gennaio), che quest’anno ha per tema: «L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione» (cfr. 2Cor 5,14-20). Il brano paolino, insieme all’apposito sussidio che raccoglie i vari testi di commento, è stato preparato quest’anno dal Consiglio della Chiesa Evangelica di Germania (EKD) in occasione del cinquecentesimo anniversario della Riforma luterana (1517). Dopo ampi dibattiti, si è trovato un accordo sul modo di celebrare ecumenicamente tale evento: farne una “Celebrazione di Cristo”. Se infatti l’attenzione viene posta su Gesù Cristo e la sua opera di redenzione quale centro della fede cristiana, allora tutti i cristiani delle diverse confessioni possono partecipare a tale celebrazione. Il testo paolino scelto, teologicamente assai denso, evidenzia che la riconciliazione è un dono gratuito che viene da Dio e coinvolge tutta la creazione. Quale risultato dell’azione di Dio, il cristiano, che è stato riconciliato in Cristo, è chiamato personalmente a proclamare questa riconciliazione con le parole e con la vita. Il mondo odierno ha un bisogno estremo di testimoni autentici di riconciliazione, che facciano cadere le barriere e i muri che ci separano, costruiscano ponti, stabiliscano la pace e instaurino nuovi stili di vita e di comunione. Uno di questi testimoni privilegiati è certamente il nostro Papa Francesco, che nei nostri giorni ha impresso nuovo impulso e vigore ad cammino ecumenico, soprattutto con la storica visita alla Chiesa luterana di Lund in Svezia.

La voce della preghiera
“O Dio misericordioso, per amore
tu stringesti un’alleanza con il tuo popolo.
Donaci la forza di astenerci da
ogni forma di discriminazione.
Fa’ che il dono della tua alleanza di amore
ci riempia di gioia e ci ispiri ad una maggiore unità.
Per mezzo di Gesù Cristo, risorto per noi,
che vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Amen
(Da Settimana di Preghiera per l’Unità dei cristiani
18-25 gennaio, 2017. Paoline editoriale libri, p. 72).

Commento di Don Ferdinando Bergamelli SDB
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Martedì 24 gennaio 2017 – III settimana del Tempo Ordinario - Francesco di Sales, Vescovo e Dottore della Chiesa (m)

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Giunsero la madre di Gesù e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta molta folla, e gli dissero: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”».
Mc 3,31-35


Come vivere questa Parola?

Nel breve Vangelo di oggi Marco mette Gesù al centro di una rete di relazioni che si dispongono attorno a lui con due atteggiamenti di fondo assai diversi: la folla e i parenti, cioè la nuova famiglia dell’ascolto e quella del sangue. Anzitutto la folla: è disposta in cerchio attorno al Maestro, seduta nell’atteggiamento caratteristico di chi sta in ascolto. Vengono poi i fratelli del Signore: essi invece sono fuori, in piedi. Questo star “fuori” è una pennellata già di per sé molto chiara: dice che non basta appartenere alla famiglia di Gesù per ritenersi ipso facto inclusi nella cerchia di coloro che ascoltano il Signore.
Essere seduti attorno a Gesù nell’atteggiamento dell’ascolto - e non “fuori, in piedi – non è ovvio per nessuno, neppure per la madre e per i fratelli. La condizione fondamentale per tutti è solo quella di “fare la volontà di Dio”.
A questo punto centrale della scena così abilmente dipinta dall’Evangelista, ecco risuonare l’interrogativo di fondo del Maestro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Esso è accompagnato da un gesto assai eloquente, che vien descritto come al rallentatore: «Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui», con cui Gesù esprime plasticamente la sua scelta di campo. Egli, infatti ora, col suo sguardo penetrante abbraccia la sua vera famiglia, prendendo le distanze da quella carnale. Nella sua domanda e nel suo gesto c’è effettivamente una presa di distanza dalla famiglia fondata sui legami di sangue. E nella sua risposta vengono disegnati nettamente il contorno e l’ambito della sua “nuova” famiglia, che trovano la loro radice nel riconoscimento assoluto del primato del Regno che tutto rende nuovo. Se Gesù prende le distanze dalla sua famiglia carnale, non è certo per disprezzo di essa, né perché i suoi familiari non comprendono la sua missione, ma perché è giunto il Regno, che crea una nuova appartenenza. Con le sue parole Gesù non soltanto afferma il distacco, ma anche l’universalità e la libertà della sua appartenenza.
La battuta che conclude il brano evangelico dilata i confini della famiglia di Gesù ben al di là e oltre la folla che gli sta attorno, perché offre a chiunque lo voglia, quindi anche a me e a te che leggi, la possibilità di farne parte, a condizione di “compiere la volontà di Dio”. Le parole conclusive di Gesù possono sembrare a prima vista alquanto dure. Ma nella logica del Vangelo sono ben comprensibili. Gesù ha scelto il Regno e non si lascia rinchiudere da nessun altro legame, neppure da quello della famiglia carnale. Questo vale per ogni discepolo: non è la parentela che conta, ma il coraggio della fede. Così è stato anche per la madre carnale di Cristo, la Vergine Maria, come già aveva affermato splendidamente da S. Agostino nel testo riportato più sotto.

La voce di S. Agostino
“Ha fatto, sì certamente ha fatto la volontà del Padre Maria Santissima, e perciò conta di più per Maria essere stata discepola di Cristo, che essere stata madre di Cristo […]. Anche Maria proprio per questo è beata, perché ha ascoltato la parola di Dio e l’ha osservata. Ha custodito infatti più la verità nella sua mente, che la carne nel suo grembo” (Sermo 25, 7).

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Mercoledì 25 gennaio 2017 – III settimana del Tempo Ordinario - Conversione di S. Paolo Apostolo (f)

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«E avvenne che, mentre era in viaggio (Saulo) e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Rispose: “Chi sei, o Signore?”. Ed egli: “Io sono Gesù che tu perseguiti!
Ma tu alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare».
At 9, 3-6


Come vivere questa Parola?

La festa della “conversione di S. Paolo” conclude la “Settimana ecumenica di preghiere per l’unità dei cristiani” e pertanto mi soffermerò brevemente a riflettere su alcuni aspetti del brano degli Atti degli Apostoli di questa festa concernenti il grande tema dell’unità dei cristiani, come abbiamo già fatto nella lectio di lunedì scorso, alla quale rimandiamo.
«Chi sei, o Signore?”. Ed egli: “Io sono Gesù che tu perseguiti!».
Nelle tre narrazioni della “conversione” di Paolo che appaiono nel Nuovo Testamento, molti dettagli differiscono: alcuni sono aggiunti, altri vengono meno, ma queste parole sono sempre presenti. Ciò significa che esse sono veramente importanti. Paolo, nel suo zelo di fariseo osservante, usava tutti i mezzi a sua disposizione, non esclusi quelli della violenza, nel perseguitare i cristiani, per mantenere l’unità del popolo nella scrupolosa osservanza dell’Antica Legge dei Padri. Il Signore rivela ora a Paolo l’unità profonda esistente fra Lui e i suoi discepoli: “Io sono Gesù che tu perseguiti!”. Proprio adesso egli ha la prima rivelazione inaspettata dell’unità del “corpo di Cristo” di cui parlerà sovente nelle sue lettere: tutti siamo membra vive di Cristo per la fede in Lui e in questo consiste la nostra vera unità.
Cos’è accaduto a Paolo? Non si è trattato, come in genere si pensa, di una semplice “conversione”, ma di un evento ben più grande e profondo che lo ha cambiato radicalmente: Paolo è diventato una nuova creatura! Per questo cade a terra e perde tutte le certezze ben radicate nel suo io e nel suo orgoglio. Paolo è caduto dal proprio io, dall’idolo che troneggiava nel suo cuore per lasciarsi “afferrare” totalmente da Gesù e dal suo Vangelo.

La voce della Liturgia
“Il sacramento che abbiamo ricevuto, Signore Dio nostro,
comunichi anche a noi l’ardore di carità dell’apostolo Paolo,
che portava nel suo cuore la sollecitudine per tutte le Chiese”.
(Dall’orazione dopo la Comunione della festa liturgica odierna).

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1/25/2017 1:26 PM
 
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Giovedì 26 gennaio 2017 – III settimana del Tempo Ordinario - Santi Timoteo e Tito, vescovi (m)

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo».
2Tm 1, 6-8.


Come vivere questa Parola?

Il giorno dopo la festa della “conversione” di S. Paolo vengono ricordati i santi Timoteo e Tito, suoi discepoli e stretti collaboratori nella diffusione del Vangelo e vescovi della Chiesa primitiva. Io mi limiterò a qualche breve riflessione sulla prima lettura riportata dalla liturgia odierna, tratta dalla seconda Lettera di Timoteo.
Nel testo liturgico riportato, colmo dell’affetto dell’Apostolo verso il suo discepolo, Paolo cerca di incoraggiare Timoteo, che era portato per temperamento a uno “spirito di timidezza”, ed era quindi piuttosto intimorito di fronte alle persecuzioni del suo tempo. Il primo e fondamentale motivo di coraggio, Timoteo lo deve trovare nel suo intimo, cioè nella ‘grazia di Dio’ (chárisma) della sua Ordinazione presbiterale ricevuta «mediante l’imposizione delle mie mani». In tale rito sacramentale, la «potenza di Dio» lo ha corroborato nell’amore disinteressato verso i fratelli. In virtù di questo «rafforzamento» interiore Timoteo non «si vergognerà» più di dare la propria testimonianza a Cristo e neppure proverà vergogna della prigionia di Paolo, ma si sentirà pronto «a soffrire insieme» con l’Apostolo e gli altri confessori della fede.
Tale disposizione interiore è alimentata costantemente dalla «grazia» o «carisma» sacramentale, che però non è qualcosa di magico che opera automaticamente e indipendentemente dalla libera adesione personale, tanto che si può anche spegnere, come un fuoco che non viene alimentato. Pertanto l’Apostolo esorta Timoteo con una immagine assai suggestiva, a «rattizzare il carisma di Dio», cioè a ravvivare il fuoco della grazia. Il termine greco usato dall’Apostolo nel testo originale (anazopyrein) è un verbo che appare nel Nuovo Testamento solo in Paolo, in questo passo (hapax). È l’azione propria di chi soffia nel fuoco per togliere la cenere che minaccia di soffocare il fuoco e di spegnerlo.
È interessante annotare che questo verbo greco usato da Paolo, assai raro nel Nuovo Testamento e nei primi Padri della Chiesa, appare anche in un bel testo delle lettere di Ignazio di Antiochia riportato più sotto in riferimento al “sangue di Cristo”.

La voce di Ignazio di Antiochia
“Essendo imitatori di Dio, ravvivati (anazopyrein) nel sangue di Dio, avete compiuto perfettamente l’opera a voi congeniale”.
(Lettera agli Efesini 1,1).

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Venerdì 27 gennaio 2017 – III settimana del Tempo Ordinario

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Gesù diceva [alla folla]: “Così è il Regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura”».
Mc 4, 26-29.


Come vivere questa Parola?

Nella splendida e breve parabola del seme di Marco riportata nella liturgia odierna, mi ha colpito e meravigliato un termine greco quanto mai significativo. Il Vangelo dice che nell’impatto del seme con la terra si instaura un processo dinamico di fecondità che è spontaneo (automate: automatico). Tra la semina e il raccolto c’è un intervallo, c’è un tempo molto lungo e molto evidenziato, nel quale tutto è affidato al seme e alla terra, in cui Dio sembra tacere… Ma non è così! Il tempo dell’apparente assenza di Dio non deve turbare il seminatore. Infatti, il seme, nonostante le apparenze esterne, cresce, cresce comunque, spontaneamente!
Il seminatore pertanto si affida alla forza del seme e poi attende pazientemente i tempi della crescita. È una grande lezione di fiducia, di pazienza e di abbandono nel mistero di Dio e dell’uomo i quali, anche se noi non sappiamo né quando, né come, né dove, sono però destinati in qualche incrocio della storia ad incontrarsi e a portare frutto. Si possono accelerare i tempi della tecnica, del nostro computer, ma non si possono accorciare i tempi che occorrono a Dio nel suo lavoro sotterraneo, paziente e invisibile. La forza infatti non è nostra, ma del seme, che ha la capacità in se stesso di aprirsi un varco dovunque.
Il seminatore è sempre, evangelicamente, un inguaribile ottimista! Il seme che va perduto, non dimentichiamolo mai, è soltanto quello che rimane nella bisaccia o tra le mani del seminatore pigro o troppo calcolatore.
Bisogna saper cogliere le tracce dell’agire di Dio nel nostro quotidiano, senza pretendere di scrutare all’orizzonte avvenimenti spettacolari e improbabili. Allora nasce la fiducia contagiosa che spegne i nostri lamenti sterili. Si acquista così la capacità di risignificare l’ordinario, si diviene capaci di lode e di ringraziamento, e si vive l’attesa operosa del seminatore pieno di fiducia e di speranza.
Concludo riportando più sotto un bel testo di un grande pastore, che ha saputo seminare con arditezza e coraggio nella sua vita tormentata, il buon seme di Cristo, Ambrogio di Milano.

La voce di S. Ambrogio di Milano
“Semina Cristo nel tuo orto – l’orto è un luogo pieno di fiori e frutti diversi – in modo che fiorisca la bellezza della tua opera […]. Vi sia Cristo là dove vi è ogni frutto. Tu semina il Signore Gesù: egli è un granello quando viene arrestato, ma un albero quando risuscita… È un granello quando viene sepolto in terra, ma è un albero quando si eleva al cielo”.
(Expositio in Lucam 7, 189).

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Sabato 28 gennaio – III settimana del Tempo Ordinario - Tommaso di Aquino, Sacerdote e Dottore della Chiesa (m)

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”. Si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro:
“Perché avete paura? Non avete ancora fede?”.
Mc 4, 37-40


Come vivere questa Parola?

Il Vangelo odierno di Marco ci riporta il celebre episodio della ‘tempesta sedata’ e ci richiama alla mente le piccole o grandi ‘tempeste’ da cui è scossa spesso anche la barca della nostra vita. Anche in noi, in queste situazioni difficili, può nascere talvolta il dubbio che Gesù ci abbia dimenticato, che stia «dormendo». Allora anche la nostra fede incomincia a vacillare e sopraggiunge la paura. In questi frangenti occorre domandarci con quali occhi guardiamo agli avvenimenti dolorosi che ci capitano: con quelli della fede vera, o attraverso gli occhiali della mentalità corrente o del nostro io ripiegato su sé stesso? Non sarà proprio una mancanza di fede quella che ci fa apparire tutto come una congiura ordita contro di noi, e ogni difficoltà imprevista una montagna insormontabile?
In questi casi teniamo sempre ben presente, fissa nella mente e nel cuore, l’ultima Parola di Gesù che chiude il Vangelo di Matteo, che ci assicura: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Svegliamo Gesù, che è sempre presente nella nostra barca, con la fede e il nostro affidamento totale a Lui, e la nostra barca non andrà a fondo!

“Rendi salda, o Signore, la fede del popolo cristiano, perché non ci esaltiamo nel successo, non ci abbattiamo nella tempesta, ma in ogni evento riconosciamo che tu sei presente e ci accompagni nel cammino della storia. Amen (Dalla II colletta della XII domenica - B).

La voce di un grande Vescovo e Dottore della Chiesa antica
“Ogni volta che Cristo nella barca della nostra vita dorme, quando il nostro pigro riposo la fa addormentare in noi, si scatena la tempesta con tutte le forze dei venti […]. Veramente una tempesta grande, possente, ci minaccia da tutte le parti, ci assale un uragano terrificante e rovinoso… Ma poiché, come abbiamo detto, Cristo dorme nella nostra barca, rivolgiamoci a lui più con la fede che col corpo. Scuotiamolo, non con gesti di disperazione, ma con opere di misericordia. Svegliamolo, non con grida scomposte, ma con cantici spirituali, con lacrime perseveranti” (San Pietro Crisologo, Sermoni sul vangelo di Marco, 25).

Commento di Don Ferdinando Bergamelli SDB
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1/28/2017 2:41 PM
 
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Domenica 29 gennaio 2017 – IV settimana tempo ordinario

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere
e si avvicinarono a lui i suoi discepoli.
Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
beati…, perché…»
Mt 5, 1-12


Come vivere questa Parola?

Il discorso delle Beatitudini è considerato come lo statuto o la magna charta che Gesù ha affidato alla sua comunità come parola normativa e vincolante per definirsi cristiana.
Si tratta di un elenco di atteggiamenti rivoluzionari per viverle “con il cuore nelle mani”, cioè pronti per agire nell’Amore.
Solo così è possibile essere BEATI, nonostante tutto quello che pure ci porta sofferenza e dolore.
È possibile gioire nella povertà e nella sofferenza? È possibile gioire nella malattia e nell’ingiustizia? È possibile gioire nella persecuzione e nel bisogno estremo?
Si. È possibile, perché camminiamo verso il Regno che non avrà fine, il Regno del nostro Padre che accanto a noi gioisce nella nostra storia con tutte le sue sfide e opportunità.
La terra è la nostra eredità, possiamo vivere sazi di giustizia e misericordia, e donarla agli altri essendo giusti e misericordiosi perché è così che possiamo vedere Dio nella certezza che è Lui che ci ha guardati per primo, ci ha amati per primo e ci ha fatto figli suoi chiamandoci a vivere nella sua pace.
Nella malattia, nelle ingiustizie, nel dolore innocente possiamo trovare la gioia di essere operatori di trasformazione e costruire una cultura che difende la vita e l’Amore. È questa la beatitudine che ci fa vivere per Cristo, con Cristo e in Cristo perché già da adesso vediamo la nostra ricompensa: la felicità senza fine del Regno che ci attende.

Aiutami Signore a vivere felice di costruire un mondo più umano, più forte, più amante della vita.

La voce di uno scrittore filosofo
«Per me, è il testo più importante della storia umana. S’indirizza a tutti, credenti e non, e rimane dopo venti secoli, l’unica luce che brilla ancora nelle tenebre di violenza, di paura, di solitudine in cui è stato gettato l’Occidente dal proprio orgoglio ed egoismo» (Gilbert Cesbron).

Commento di suor Victoria Rivera FMA
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Lunedì 30 gennaio 2017 – IV settimana tempo ordinario

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto
e la misericordia che ha avuto per te».
Mc 5, 19


Come vivere questa Parola?

Siamo in tanti a cercare la vita vera che è Gesù. A volte questa ricerca è pure di quelli che non sanno che Dio stesso ci cerca da tempo.
Ci sono molte occasioni in cui possiamo fare l’esperienza di trovare Gesù e toccare con mano la sua forza di guarigione, di consolazione, di misericordia. E così rinasce nel nostro cuore la riconoscenza per tutto il suo amore per noi e la gioia di condividerla, di annunciare la Buona Novella.
Annunciare la Buona Novella vuol dire annunciare “ciò che il Signore ha fatto per te!” L’uomo liberato del Vangelo di oggi vuole “seguire Gesù”, ma Gesù gli dice: “Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato”.
Questa frase di Gesù, ora è rivolta a tutti noi, a te, a me.
Che la sequela di Cristo sia l’annuncio della sua bontà attraverso le nostre parole, atti, pensieri e sentimenti. Incominciamo l’annuncio dai più vicini, dai nostri cari, dai membri della famiglia che hanno bisogno di una parola di speranza e di un cuore che riscalda perché pieno di amore.

Quanto è grande la tua bontà, Signore! La riservi per coloro che ti temono, ne ricolmi chi in te si rifugia davanti agli occhi di tutti.
(Sal 30)

La voce di Papa Francesco
“Il Signore si rivela a noi non in modo straordinario o eclatante, ma nella quotidianità della nostra vita”, cosi come per i discepoli, per i quali “la chiamata li raggiunge nel pieno della loro attività di ogni giorno “, anche per noi avviene “nella quotidianità della nostra vita. Li dobbiamo trovare il Signore; e lì Lui si rivela, fa sentire il suo amore al nostro cuore; e lì – con questo dialogo con Lui nella quotidianità della vita – cambia il nostro cuore “. (Angelus 22 gennaio 2017)

Commento di suor Victoria Rivera FMA
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Martedì 31 gennaio 2017 – IV settimana tempo ordinario - Per la Famiglia Salesiana Solennità di SAN GIOVANNI BOSCO

DALLA PAROLA DEL GIORNO

“In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me.
Mt 18, 1-4


Come vivere questa Parola?

In occasione della Festa di Don Bosco ci lasciamo toccare della Parola di Dio che ci invita con forza a riconoscere i piccoli che sono accanto a noi.
I piccoli non sono solo i bambini, ma anche le persone povere e considerate senza importanza nella società.
Gesù ci chiede che questi piccoli siano sempre nel centro delle preoccupazioni, poiché "il Padre non vuole che si perda nemmeno uno di loro".
Don Bosco ha consegnato la sua vita a Dio nel servizio ai giovani e ai bambini più piccoli, più bisognosi “di vita” per poter crescere e trovare in Gesù un amico vicino che dona Vita vera e abbondante.
Tutti noi, chiamati ad essere discepoli di Gesù, ci confrontiamo con questo criterio fondamentale: “I più grandi nel Regno dei cieli sono i piccoli” e solo chi cerca di farsi piccolo potrà possedere il Regno. Farsi piccolo è riconoscere la grandezza dell’Amore di Dio e la bellezza della propria fragilità dove Egli attua il suo progetto d’Amore e di felicità per ognuno. Si, essere piccoli e riconoscere l’amore gratuito di Dio per noi, come l’amore di Gesù verso i piccoli che non ha spiegazione. I bambini non hanno merito. E’ la pura gratuità dell’amore di Dio che qui si manifesta e chiede di essere imitata nella comunità da coloro che si dicono discepoli e discepole di Gesù.

San Giovanni Bosco, proteggi la vita dei più piccoli e aiutaci a vivere nell’audacia di portarli a Gesù.

La voce del Padre e maestro della gioventù
“Non basta amare, è necessario che i giovani si sentano amati” San Giovanni Bosco

Commento di suor Victoria Rivera FMA
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