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Apparecchio alla morte

Last Update: 12/24/2015 10:13 PM
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12/24/2015 9:38 PM
 
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IL MAL'ABITO
Impius cum in profundum venerit, contemnit (Prov 18,3)

PUNTO I

Uno de' maggiori danni, che a noi cagionò il peccato di Adamo, fu la mala inclinazione al peccare. Ciò facea piangere l'Apostolo, in vedersi spinto dalla concupiscenza verso quegli stessi mali, ch'egli abborriva: "Video aliam legem in membris meis... captivantem me in lege peccati" (Rom 7,23). E quindi riesce a noi, infettati da questa concupiscenza, e con tanti nemici che ci spingono al male, sì difficile il giungere senza colpa alla patria beata. Or posta una tal fragilità che abbiamo, io dimando: Che direste voi d'un viandante, che dovesse passare il mare in una gran tempesta, con una barca mezza rotta, ed egli poi volesse caricarla di tal peso, che senza tempesta, e quantunque la barca fosse forte, anche basterebbe ad affondare? Che prognostico fareste della vita di costui? Or dite lo stesso d'un mal abituato che dovendo passare il mare di questa vita (mare in tempesta, dove tanti si perdono) con una barca debole e ruinata, qual'è la nostra carne, a cui stiamo uniti, questi volesse poi aggravarla di peccati abituati. Costui è molto difficile che si salvi, perché il mal'abito accieca la mente, indurisce il cuore, e con ciò facilmente lo rende ostinato sino alla morte.
Per prima il mal'abito "accieca". E perché mai i santi sempre cercano lume a Dio, e tremano di diventare i peggiori peccatori del mondo? perché sanno che se in un punto perdon la luce, possono commettere qualunque scelleragine. Come mai tanti cristiani ostinatamente han voluto vivere in peccato, sino che finalmente si son dannati? "Excaecavit eos malitia eorum" (Sap 2,21). Il peccato ha tolto loro la vista, e così si son perduti. Ogni peccato porta seco la cecità; accrescendosi i peccati, si accresce l'accecazione. Dio è la nostra luce; quanto più dunque l'anima si allontana da Dio, tanto resta più cieca. "Ossa eius implebuntur vitiis" (Iob 20,11). Siccome in un vaso, ch'è pieno di terra, non può entrarvi la luce del sole, così in un cuore pieno di vizi non può entrarvi la luce divina. E perciò si vede poi che certi peccatori rilasciati perdono il lume, e vanno di peccato in peccato, e neppure pensano più ad emendarsi. "In circuitu impii ambulant" (Psal 11,9). Caduti i miseri in quella fossa oscura, non sanno far altro che peccati, non parlano che di peccati, non pensano se non a peccare, e quasi non conoscono più che sia male il peccato. "Ipsa consuetudo mali (dice S. Agostino) non sinit peccatores videre malum, quod faciunt". Sicché vivono come non credessero più esservi Dio, paradiso, inferno, eternità.
Ed ecco, che quel peccato che prima faceva orrore, col mal'abito non fa più orrore. "Pone illos, ut rotam et sicut stipulam ante faciem venti" (Psal 82,14). Vedete, dice S. Gregorio, con che facilità una pagliuccia è mossa da ogni vento anche leggiero; così vedrete ancora taluno che prima (avanti che cadesse) resisteva almeno per qualche tempo, e combatteva colla tentazione; fatto poi il mal'abito, subito cade ad ogni tentazione, ad ogni occasione che gli vien di peccare. E perché? perché il mal'abito gli ha tolta la luce. Dice S. Anselmo che 'l demonio fa con certi peccatori, come fa taluno che tiene qualche uccello ligato col filo, lo lascia volare, ma quando vuole torna a farlo cadere a terra; tali sono (come dice il santo) i mal abituati: "Pravo usu irretiti ab hoste tenentur, volantes in eadem vitia deiiciuntur". Taluni, aggiunge S. Bernardino da Siena, seguiranno a peccare anche senz'occasione. Dice il santo che i mal abituati si fan simili a' molini a vento, i quali "rotantur omni vento", girano ad ogni aura di vento; e di più voltano, ancorché non vi stesse grano da macinare, e benché il padrone non volesse che voltino. Vedrai un abituato che senz'occasione va facendo mali pensieri, senza gusto, e quasi non volendo, tirato a forza dal mal'abito. S. Gio. Grisostomo: "Dura res est consuetudo, quae nonnunquam nolentes committere cogit illicita". Sì, perché (come dice S. Agostino) il mal'abito diventa poi una certa necessità: "Dum consuetudini non resistitur, facta est necessitas". E come aggiunge S. Bernardino, "usus vertitur in naturam"; ond'è che siccome all'uomo è necessario il respirare, così a' mal abituati, fatti schiavi del peccato, par che si renda necessario il peccare. Ho detto "schiavi"; vi sono i servi, che servono a forza colla paga; gli schiavi poi servono a forza senza paga; a questo giungono alcuni miserabili, giungono a peccare senza gusto.
"Impius, cum in profundum venerit, contemnit" (Prov 18,3). Ciò lo spiega il Grisostomo appunto del mal abituato, il quale posto in quella fossa di tenebre, disprezza correzioni, prediche, censure, inferno, Dio, disprezza tutto, diventa il misero quale avoltoio, che per non lasciare il cadavere, su di quello più presto si contenta di farsi uccidere da' cacciatori. Narra il P. Recupito che un condannato a morte mentre andava alla forca, alzò gli occhi, vide una giovane, ed acconsentì ad un mal pensiero. Narra ancora il P. Gisolfo che un bestemmiatore, anche condannato a morte, mentre fu buttato dalla scala proruppe in una bestemmia. Giunge a dire S. Bernardo che per li mal'abituati non serve più a pregare, ma bisogna piangerli per dannati. Ma come vogliono uscire dal loro precipizio, se non ci vedono più? ci vuole un miracolo della grazia. Apriranno gli occhi i miserabili nell'inferno, quando non servirà più l'aprirli, se non per piangere più amaramente la loro pazzia.

PUNTO II

In oltre il mal'abito indurisce. "Cor durum efficit consuetudo peccandi", Cornelio a Lapide. E Dio giustamente il permette in pena delle resistenze fatte alle sue chiamate. Dice l'Apostolo che 'l Signore "cuius vult miseretur, et quem vult indurat" (Rom 9,18). Spiega S. Agostino: "Obduratio Dei est nolle misereri". Non è già che Iddio indurisce il mal abituato, ma gli sottrae la grazia, in pena dell'ingratitudine usata alle sue grazie; e così il di lui cuore resta duro e fatto come di pietra. "Cor eius indurabitur tanquam lapis, et stringetur quasi malleatoris incus" (Iob 41,15). Quindi avverrà che dove gli altri s'inteneriscono e piangono in sentir predicar il rigore del divino giudizio, le pene de' dannati, la passione di Gesù Cristo, il mal abituato niente ne resterà commosso; ne parlerà e sentirà parlare con indifferenza, come fossero cose che a lui non appartenessero; e a tali colpi egli diventerà più duro. "Et stringetur quasi malleatoris incus".
Anche le morti improvvise, i tremuoti, i tuoni, i fulmini più non lo spaventeranno: prima che svegliarlo e farlo ravvedere, più presto gli concilieranno quel sonno di morte, in cui dorme perduto. "Ab increpatione tua, Deus Iacob, dormitaverunt" (Ps 75,7). Il mal'abito a poco a poco fa perdere anche il rimorso della coscienza. Al mal abituato i peccati più enormi gli sembrano niente. S. Agostino: "Peccata quanvis horrenda, cum in consuetudinem veniunt, parva, aut nulla esse videntur". Il far male porta seco naturalmente un certo rossore, ma dice S. Girolamo che i mal abituati perdono anche il rossore peccando: "Qui ne pudorem quidem habent in delictis". S. Pietro paragona il mal abituato al porco, che si rivolta nel letame: "Sus lota in volutabro luti" (2 Petr 2,22). Siccome il porco, rivoltandosi nel loto, non ne sente egli il fetore; così accade al mal abituato: quel fetore che si fa sentire da tutti gli altri, egli solo non lo sente. E posto che il loto gli ha tolta anche la vista, che meraviglia, è, dice S. Bernardino, che non si ravveda, neppure mentre Dio lo flagella? "Populus immergit se in peccatis, sicut sus in volutabro luti; quid mirum si Dei flagellantis futura iudicia non cognoscit?". Onde avviene che in vece di rattristarsi de' suoi peccati, se ne rallegra, se ne ride e se ne vanta. "Laetantur, cum malefecerint" (Prov 2,14). "Quasi per risum stultus operatur scelus" (Prov 10,23). Che segni sono questi di tal diabolica durezza? Dice S. Tommaso di Villanova, sono segni tutti di dannazione: "Induratio, damnationis indicium". Fratello mio, trema che non ti avvenga lo stesso. Se mai hai qualche mal'abito, procura d'uscirne presto, ora che Dio ti chiama. E mentre ti morde la coscienza, sta allegramente perché è segno che Dio non t'ha abbandonato ancora. Ma emendati, ed esci presto; perché se no, la piaga si farà cancrena, e sarai perduto.

PUNTO III

Perduta che sarà la luce, e indurito che sarà il cuore, moralmente ne nascerà che 'l peccatore faccia mal fine, e muoia ostinato nel suo peccato. "Cor durum habebit male in novissimo" (Eccli 3,27). I giusti sieguono a camminare per la via dritta. "Rectus callis iusti ad ambulandum" (Is 26,7). All'incontro i mal abituati van sempre in giro. "In circuitu impii ambulant" (Ps 11,9). Lasciano il peccato per un poco, e poi vi tornano. A costoro S. Bernardo annunzia la dannazione: "Vae homini qui sequitur hunc circuitum". Ma dirà quel tale: Io voglio emendarmi prima della morte. Ma qui sta la diffìcoltà, che un mal abituato si emendi, ancorché giunga alla vecchiaia; dice lo Spirito Santo: "Adolescens iuxta viam suam, etiam cum senuerit, non recedet ab ea" (Prov 22,6). La ragione si è, come ci dice S. Tommaso da Villanova, perché la nostra forza è molto debole. "Et erit fortitudo nostra ut favilla stupae" (Is 1,31). Dal che ne nasce, secondo dice il santo che l'anima priva della grazia non può stare senza nuovi peccati: "Quo fit, ut anima a gratia destituta diu evadere ulteriora peccata non possit". Ma oltre ciò, che pazzia sarebbe di taluno, se volesse giuocare e perdere volontariamente tutto il suo, sperando di rifarsi all'ultima partita? Questa è la pazzia di chi siegue a vivere tra' peccati, e spera poi nell'ultimo giorno della vita di rimediare al tutto. Può l'Etiope, o il pardo mutare il color della sua pelle? e come potrà far buona vita, chi ha fatto un lungo abito al male? "Si mutare potest Aethiops pellem suam, aut pardus varietates suas, et vos poteritis benefacere, cum didiceritis malum" (Ier 13,23). Quindi avviene che il male abituato in fine si abbandona alla disperazione, e così finisce la vita. "Qui vero mentis est durae, corruet in malum" (Prov 28,14).
S. Gregorio su quel passo di Giobbe: "Concidit me vulnere super vulnus, irruit in me quasi gigas" (Iob 16,15): dice il santo così: Se taluno è assalito dal nemico, alla prima ferita che riceve resta forse anche abile a difendersi; ma quante più ferite riceve, tanto più perde le forze, sino che finalmente resta ucciso. Così fa il peccato; alla prima, alla seconda volta resta qualche forza al peccatore (s'intende sempre per mezzo della grazia che gli assiste), ma se poi egli seguita a peccare, il peccato si fa gigante, "irruit quasi gigas". All'incontro il peccatore, trovandosi più debole e con tante ferite, come potrà evitare la morte? Il peccato, al dire di Geremia, è come una gran pietra, che opprime l'anima: "Et posuerunt lapidem super me" (Thren 3,53). Or dice S. Bernardo esser sì difficile il risorgere ad un mal abituato, quando è difficile ad uno che sia caduto sotto un gran sasso, e che non ha forza di rimuoverlo per liberarsene: "Difficile surgit, quem moles malae consuetudinis premit".
Dunque, dirà quel mal abituato, io son disperato? No, non sei disperato, se vuoi rimediare. Ma ben dice un autore che ne' mali gravissimi vi bisognano gravissimi rimedi: "Praestat in magnis morbis a magnis auxiliis initium medendi sumere". Se ad un infermo che sta in pericolo di morte e non vuol prender rimedi, perché non sa la gravezza del suo male, gli dicesse il medico: Amico, sei morto, se non prendi la tal medicina. Che risponderebbe l'infermo? Eccomi, direbbe, pronto a prender tutto; si tratta di vita. Cristiano mio, lo stesso dico a te, se sei abituato in qualche peccato: stai male, e sei di quell'infermi, che "raro sanantur" (come dice S. Tommaso da Villanova); stai vicino a dannarti. Se non però vuoi guarirti, vi è il rimedio; ma non hai d'aspettare un miracolo della grazia; hai da farti forza dal canto tuo a toglier le occasioni, a fuggire i mali compagni, a resistere con raccomandarti a Dio, quando sei tentato; hai da prendere i mezzi, con confessarti spesso, leggere ogni giorno un libretto spirituale, prendere la divozione a Maria SS., pregandola continuamente che t'impetri forza di non ricadere. Hai da farti forza, altrimenti ti coglierà la minaccia del Signore contro gli ostinati: "In peccato vestro moriemini" (Io 8,21). E se non rimedi, or che Dio ti dà questa luce, difficilmente potrai rimediare appresso. Senti Dio che ti chiama: "Lazare, exi foras". Povero peccatore già morto, esci da questa oscura fossa della tua mala vita. Presto rispondi; e datti a Dio; e trema che questa non sia l'ultima chiamata per te.
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12/24/2015 9:40 PM
 
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INGANNI CHE IL DEMONIO METTE IN MENTE AI PECCATORI
Benché molti sentimenti di quelli, che si pongono in questa considerazione, sieno accennati nelle altre antecedenti, nondimeno giova qui metterli unitamente, per vincere gl'inganni usuali, con cui suole il demonio indurre i peccatori a ricadere.

PUNTO I

Figuriamo che un giovine, caduto in peccati gravi, se ne sia già confessato, ed abbia già ricuperata la divina grazia. Il demonio di nuovo lo tenta a ricadere: il giovine resiste ancora: ma già vacilla per gl'inganni, che gli suggerisce il nemico. Giovine, dico io, dimmi che vuoi fare? vuoi perdere ora la grazia di Dio, che già hai acquistata e che vale più di tutto il mondo, per questa tua misera soddisfazione? vuoi tu stesso scriverti la sentenza di morte eterna, e condannarti ad ardere per sempre nell'inferno? "No", tu mi dici, "non voglio dannarmi, voglio salvarmi; se farò questo peccato, appresso me lo confesserò". Ecco il primo inganno del tentatore. Dunque mi dici che appresso te lo confesserai; ma frattanto già perdi l'anima. Dimmi se avessi in mano una gioia, che valesse mille ducati, la butteresti tu in un fiume con dire: appresso farò diligenza e spero di ritrovarla? Tu hai in mano questa bella gioia dell'anima tua che Gesù Cristo l'ha comprata col suo sangue, e tu la butti volontariamente nell'inferno (poiché peccando secondo la presente giustizia già resti dannato) e dici: Ma spero di ricuperarla colla confessione? Ma se poi non la ricuperi? Per ricuperarla vi bisogna un vero pentimento, il quale è dono di Dio; se Dio questo pentimento non te lo dà? E se viene la morte, e ti leva il tempo di confessarti?
Dici che non farai passare una settimana, e te lo confesserai. E chi ti promette questa settimana di tempo? Dici che te lo confesserai domani, e chi ti promette questo domani? Scrive S. Agostino: "Crastinum Deus non promisit, fortasse dabit, et fortasse non dabit". Questo giorno di domani non te l'ha promesso Dio; forse te lo darà e forse te lo negherà, come l'ha negato a tanti, i quali si son posti vivi a letto la sera, e la mattina si son trovati morti di subito. Quanti nello stesso atto del peccato il Signore l'ha fatti morire, e l'ha mandati all'inferno? E se fa lo stesso con te, come potrai più rimediare alla tua ruina eterna? Sappi che con quest'inganno di dire, "poi me lo confesso", il demonio ne ha portati migliaia e migliaia di cristiani all'inferno, poiché difficilmente si trova un peccatore, sì disperato, che voglia proprio dannarsi; tutti allorché peccano, peccano colla speranza di confessarsi, ma così poi tanti miserabili si son dannati, ed ora non possono più rimediarvi.
Ma tu dici: "Ora non mi fido di resistere a questa tentazione". Ecco il secondo inganno del demonio, il quale ti fa apparire che tu non hai forza di resistere alla passione presente. Primieramente bisogna che sappi che Dio (come dice l'Apostolo) è fedele, e non permette mai che noi siam tentati oltre le nostre forze: "Fidelis autem Deus est, qui non patietur vos tentari supra id quod potestis" (1 Cor 10,13). Di più io ti dimando: Se ora non ti fidi di resistere, come ti fiderai appresso? Appresso il nemico non lascerà di tentarti ad altri peccati, ed allora egli sarà fatto assai più forte contra di te, e tu più debole. Se dunque non ti fidi ora di spegner questa fiamma, come ti fiderai di spegnerla, dopo ch'ella sarà fatta più grande? Dici: Dio mi darà l'aiuto suo. Ma Dio questo aiuto già presentemente te lo dà; perché tu con questo aiuto non vuoi resistere? Speri forse che Dio abbia da accrescerti gli aiuti e le grazie, dopo che tu hai accresciuti i peccati? E se vuoi al presente maggior aiuto e forza, perché non lo domandi a Dio? Dubiti forse della fedeltà di Dio, che ha promesso di dare tutto ciò che gli si cerca? "Petite et dabitur vobis" (Matth 7,7). Iddio non può mancare, ricorri a Lui, ed egli ti darà quella forza che ti bisogna per resistere. "Deus impossibilia non iubet", parla il concilio di Trento, "sed iubendo monet et facere quod possis, et petere quod non possis, et adiuvat ut possis". Dio non comanda cose impossibili, ma dando i precetti, ci ammonisce a fare quel che possiamo coll'aiuto attuale che ci dà; quando quell'aiuto non ci bastasse a resistere, ci esorta a cercare maggior aiuto, e chiedendolo allora ben Egli ce lo darà.

PUNTO II

Dice: "Dio è di misericordia". Ecco il terzo inganno comune de' peccatori, per cui moltissimi si dannano. Scrive un dotto autore che ne manda più all'inferno la misericordia di Dio, che non ne manda la giustizia; perché questi miserabili, confidano temerariamente alla misericordia, non lasciano di peccare, e così si perdono. Iddio è di misericordia, chi lo nega; ma ciò non ostante, quanti ogni giorno Dio ne manda all'inferno! Egli è misericordioso, ma è ancora giusto, e perciò è obbligato a castigare chi l'offende. Egli usa misericordia, ma a chi? a chi lo teme. "Misericordia sua super timentes se... Misertus est Dominus timentibus se" (Ps 102,11.13). Ma con chi lo disprezza e si abusa della sua misericordia per più disprezzarlo, Egli usa giustizia. E con ragione; Dio perdona il peccato, ma non può perdonare la volontà di peccare. Dice S. Agostino che chi pecca col pensiero di pentirsene dopo d'aver peccato, egli non è penitente, ma è uno schernitore di Dio: "Irrisor est, non poenitens". Ma all'incontro ci fa sapere l'Apostolo che Dio non si fa burlare: "Nolite errare, Deus non irridetur" (Gal 6,7). Sarebbe un burlare Dio offenderlo come piace, e quanto piace, e poi pretendere il paradiso.
"Ma siccome Dio m'ha usate tante misericordie per lo passato, e non m'ha castigato, così spero che mi userà misericordia per l'avvenire". Ecco il quarto inganno. Dunque perché Dio ha avuta compassione di te, per questo ti ha da usare sempre misericordia, e non ti ha da castigare mai? Anzi no, quanto più sono state le misericordie, che Egli t'ha usate, tanto più devi tremare, che non ti perdoni più e ti castighi, se di nuovo l'offendi. "Ne dicas: Peccavi, et quid accidit mihi triste? Altissimus enim est patiens redditor" (Eccli 5,4). Non dire (avverte l'Ecclesiastico), ho peccato e non ho avuto alcun castigo; perché Dio sopporta; ma non sopporta sempre. Quando giunge il termine da Lui stabilito delle misericordie, che vuol usare ad un peccatore, allora gli dà il castigo tutto insieme de' suoi peccati. E quanto più l'ha aspettato a penitenza, tanto più lo punisce, come dice S. Gregorio: "Quos diutius exspectat, durius damnat".
Se dunque tu vedi, fratello mio, che molte volte hai offeso Dio, e Dio non t'ha mandato all'inferno, dei dire: "Misericordiae Domini, quia non sumus consumti" (Thren 3,22). Signore, ti ringrazio, che non m'hai mandato all'inferno, com'io meritava. Pensa, quanti per meno peccati de' tuoi si son dannati. E con questo pensiero cerca di compensare l'offese, che hai fatte a Dio, colla penitenza e con altre opere buone. Questa pazienza, che Dio ha avuta con te, dee animarti, non già a più disgustarlo, ma a più servirlo ed amarlo, vedendo ch'egli ha fatte a te tante misericordie, che non ha fatte agli altri.

PUNTO III

"Ma io son giovine; Dio compatisce la gioventù; appresso mi darò a Dio". Siamo al quinto inganno. Sei giovine? ma non sai che Dio non conta gli anni: ma conta i peccati di ciascuno? Sei giovine? ma quanti peccati hai fatti? Vi saranno molti vecchi, che non saranno giunti a far neppure la decima parte de' peccati da te commessi. E non sai che 'l Signore ha stabilito il numero e la misura de' peccati, che a ciascun vuol perdonare? "Dominus patienter exspectat", dice la Scrittura, "ut eas, cum iudicii dies advenerit, in plenitudine peccatorum puniat" (2 Machab 6,14). Viene a dire che Dio ha pazienza ed aspetta sino a certo segno, ma quando è già piena la misura de' peccati, ch'egli ha determinata di perdonare, non più perdona, e castiga il peccatore, o con mandargli subito la morte nello stato in cui si trova di dannazione, o pure l'abbandona nel suo peccato, il quale castigo è peggior della morte. "Auferam sepem eius, et erit in direptionem" (Isa 5,5). Se voi avete un territorio e l'avete circondato di siepe, l'avete coltivato per più anni, e vi avete fatte molte spese, e vedete che 'l territorio con tutto ciò non vi rende alcun frutto; voi che fate? ne togliete la siepe, e lo lasciate in abbandono. Così tremate, che Dio non faccia con voi. Se voi seguirete a peccare, anderete perdendo il rimorso della coscienza, non penserete più né all'eternità, né all'anima vostra, perderete quasi ogni luce, perderete il timore: ecco tolta la siepe, ed ecco già arrivato l'abbandono di Dio.
Veniamo all'ultimo inganno. Voi dite: "È vero che con questo peccato io perdo la grazia di Dio, e resto condannato all'inferno, e può già essere che per questo peccato mi danno; ma può essere ancora ch'io appresso mi confessi e mi salvi". Sì signore, io te lo concedo che può essere che ancora ti salvi, perché finalmente io non son profeta, perciò non posso dire per certo che dopo questo peccato Dio non ti userà più misericordia. Ma non mi puoi negare che dopo tante grazie che 'l Signore t'ha fatte, se ora lo torni ad offendere, è molto facile che resti perduto. Così parlano le Scritture: "Cor durum male habebit in novissimo" (Eccli 3,27). Il cuore ostinato in morte anderà male. "Qui malignantur, exterminabuntur" (Ps 36,9). I maligni finalmente saranno esterminati dalla divina giustizia. "Quae seminaverit homo, haec et metet" (Gal 6,8). Chi semina peccati, in fine non raccoglierà che pene e tormenti. "Vocavi, et renuistis... in interitu vestro ridebo, et subsannabo vos" (Prov 1,24). Vi ho chiamati, dice Dio, e voi vi siete burlati di me; nella vostra morte io mi burlerò di voi. "Mea est ultio, et ego retribuam in tempore" (Deut 32,35). A me spetta la vendetta de' peccati, ed io te la renderò, quando giungerà il tempo. Così dunque parlano le Scritture de' peccatori ostinati. Così cerca la giustizia e la ragione. Tu mi dici: "Ma può essere che con tutto questo pure mi salvi". Ed io ritorno a dire che sì signore, può essere: ma che pazzia, dico, è l'appoggiare la salute eterna dell'anima ad un "può essere", e ad un "può essere" poi così diffícile? È negozio questo da metterlo in sì gran pericolo?
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IL GIUDIZIO PARTICOLARE
Omnes enim nos manifestari oportet ante tribunal Christi (2 Cor 5,10)

PUNTO I

Consideriamo la comparsa, l'accusa, l'esame e la sentenza. E parlando prima della comparsa dell'anima dinanzi al giudice, è comune sentenza de' Teologi che il giudizio particolare si fa nel punto stesso che l'uomo spira; e che nel luogo medesimo dove l'anima si separa dal corpo, ella è giudicata da Gesù Cristo, il quale non manderà, ma verrà Egli stesso a giudicar la di lei causa. "Qua hora non putatis, Filius hominis veniet" (Luc 12,40). "Veniet nobis in amore (dice S. Agostino), impiis in tremore". Oh quale spavento avrà chi vedrà la prima volta il Redentore, e lo vedrà sdegnato! "Ante faciem indignationis eius quis stabit?" (Naum 1,6). Ciò considerando il P. Luigi da Ponte, tremava in tal modo, che facea tremare anche la cella dove stava. il V. P. Giovenale Ancina, sentendo cantare la "Dies illa", al pensiero del terrore che avrà l'anima in dovere esser presentata al giudizio, risolse di lasciar il mondo, come in effetto lo lasciò. Il vedere lo sdegno del giudice sarà l'avviso della condanna: "Indignatio regis, nuntii mortis" (Prov 16,14). Dice S. Bernardo che allora l'anima patirà più in vedere Gesù sdegnato, che nello stare nel medesimo inferno: "Mallet esse in inferno".
Alle volte si son veduti i rei sudar freddo, in esser presentati avanti a qualche giudice di terra. Pisone comparendo in senato colla veste da reo, sentì tanta confusione che volontariamente si uccise. Che pena è ad un figlio, o ad un vassallo vedere il padre, o il principe gravemente sdegnato? Oh qual altra pena maggiore proverà quell'anima in vedere Gesù Cristo da lei in vita disprezzato! "Videbunt in quem transfixerunt" (Zach 12,10). Quell'agnello che in vita ha avuta tanta pazienza, l'anima poi lo vedrà irato, senza speranza più di placarlo; ciò la indurrà a pregare i monti a caderle sopra, e così nasconderla dal furore dell'agnello sdegnato. "Montes cadite super nos, abscondite nos ab ira Agni" (Apoc 6,16). Dice S. Luca parlando del giudizio: "Tunc videbunt Filium hominis" (Luc 21,27). Il vedere il giudice in forma d'uomo, oh qual pena apporterà al peccatore! perché dalla vista di tal uomo morto per la sua salute, si sentirà maggiormente rimproverare la sua ingratitudine. Quando il Salvatore ascese al cielo, dissero gli angeli a' discepoli: "Hic Iesus qui assumptus est a vobis in coelum, sic veniet, quemadmodum vidistis eum euntem in coelum" (Act 1,11). Verrà dunque il giudice a giudicare colle stesse piaghe, colle quali si partì dalla terra. "Grande gaudium intuentium! grandis timor exspectantium", dice Ruperto. Quelle piaghe consoleranno i giusti, ma spaventeranno i peccatori. Allorché Giuseppe disse a' fratelli: "Ego sum Ioseph, quem vendidistis", dice la Scrittura che quelli per lo terrore si tacquero, e perderono la parola: "Non poterant respondere fratres, nimio terrore perterriti" (Gen 45,3). Or che risponderà il peccatore a Gesù Cristo? Forse avrà animo di cercargli pietà; quando primieramente dovrà rendergli conto del disprezzo ch'ha fatto della pietà usatagli? "Qua fronte (Eusebio Emisseno) misericordiam petes, primum de misericordiae contemtu iudicandus?". Che farà dunque, dice S. Agostino; dove fuggirà, quando vedrà di sopra il giudice sdegnato, di sotto l'inferno aperto, da un lato i peccati che l'accusano, dall'altro i demoni accinti ad eseguir la pena, e di dentro la coscienza che rimorde? "Superius erit iudex iratus, inferius horrendum chaos, a dextris peccata accusantia, a sinistris daemonia ad supplicium trahentia, intus conscientia urens? quo fugiet peccator sic comprehensus?".

PUNTO II

Considera l'accusa e l'esame. "Iudicium sedit, et libri aperti sunt" (Dan 9). Due saranno questi libri, il Vangelo e la coscienza. Nel Vangelo si leggerà quel che il reo doveva fare, nella coscienza quel che ha fatto: "Videbit unusquisque quod fecit", S. Girolamo. Nella bilancia della divina giustizia non si peseranno allora le ricchezze, la dignità e la nobiltà delle persone, ma solamente l'opere. "Appensus es in statera (disse Daniele al re Baltassarre), et inventus es minus habens" (Dan 5,27). Commenta il P. Alvarez: "Non aurum, non opes in stateram veniunt, solus rex appensus est". Verranno allora gli accusatori, e per prima il demonio. "Praesto erit diabolus (dice S. Agostino) ante tribunal Christi, et recitabit verba professionis tuae. Obiiciet nobis in faciem omnia quae fecimus, in qua die, in qua hora peccavimus". "Recitabit verba professionis tuae", viene a dire che presenterà le stesse nostre promesse, alle quali poi abbiamo mancato; ed addurrà tutte le colpe, segnando il giorno e l'ora in cui l'abbiamo commesse. Indi dirà al giudice, come scrive S. Cipriano: "Ego pro istis nec alapas, nec flagella sustinui". Signore, io per questo reo non ho patito niente, ma esso ha lasciato Voi che siete morto per salvarlo, per farsi schiavo mio; ond'esso a me tocca. Accusatori saranno anche gli angeli custodi, come dice Origene: "Unusquisque Angelorum testimonium perhibet, quot annis circa eum laboraverit, sed ille monita sprevit". Sicché allora: "Omnes amici eius spreverunt eam" (Ier 51). Accusatrici saranno le mura, tra le quali quel reo avrà peccato! "Lapis de pariete clamabit" (Abac 2,11). Accusatrice sarà la stessa coscienza: "Testimonium reddente illis conscientia ipsorum in die, cum iudicabit Deus" (Rom 2). Gli stessi peccati allora, dice S. Bernardo, parleranno, "et dicent: Tu nos fecisti, opera tua sumus, non te deseremus". Accusatrici finalmente saranno, come dice il Grisostomo, le piaghe di Gesù Cristo: "Clavi de te conquerentur: cicatrices contra te loquentur: crux Christi contra te perorabit". Indi si verrà all'esame.
Dice il Signore: "Ego in die illa scrutabor Ierusalem in lucernis" (Soph 1,12). La lucerna, dice il Mendoza, penetra tutti gli angoli della casa: "Lucerna omnes angulos permeat". E Cornelio a Lapide, spiegando la parola "in lucernis", dice che allora Dio metterà avanti al reo gli esempi de' santi e tutt'i lumi ed ispirazioni che gli ha dato in vita; ed anche tutti gli anni che gli ha concessi a far bene. "Vocavit adversum me tempus" (Thren 1,15). Sicché allora avrai da render conto d'ogni occhiata. "Exigitur a te usque ad ictum oculi", S. Anselmo. "Purgabit filios Levi, et colabit eos" (Malach 3,3). Siccome si cola l'oro, separandone la scoria, così si avranno da esaminare le opere buone, le confessioni, le comunioni ecc. "Cum accepero tempus, ego iustitias iudicabo" (Ps 74,3). In somma, dice S. Pietro che nel giudizio il giusto appena si salverà: "Si iustus vix salvabitur, impius et peccator ubi parebunt?" (1 Petr 4,18). Se ha da rendersi conto d'ogni parola oziosa, qual conto si renderà di tanti mali pensieri acconsentiti? di tante parole disoneste? S. Gregorio: "Si de verbo otioso ratio poscitur, quid de verbo impuritatis?". Specialmente dice il Signore (parlando degli scandalosi che gli han rubate l'anime): "Occuram eis quasi ursa raptis catulis" (Osea 13,8). Parlando poi dell'opere dirà il giudice: "Date ei de fructu manuum suarum" (Prov 31). Pagatelo secondo le opere che ha fatte.

PUNTO III

In somma l'anima per conseguir la salute eterna, ha da trovarsi nel giudizio colla vita fatta conforme alla vita di Gesù Cristo. "Quos praescivit, et praedestinavit conformes fieri imaginis Filii sui" (Rom 8,29). Ma ciò era quello che faceva tremare Giobbe. "Quid faciam, cum surrexerit ad iudicandum Deus? et cum quaesierit, quid respondebo illi?". Filippo II, avendogli un suo domestico detta una bugia, lo rimproverò dicendogli: "Così m'inganni?". Quel miserabile ritornato in casa, se ne morì di dolore. Che farà, che risponderà il peccatore a Gesù Cristo giudice? Farà quel che fece colui del Vangelo, che venne senza la veste nuziale, tacque, non sapendo che rispondere. "At ille obmutuit" (Matth 22,12). Lo stesso peccato gli otturerà la bocca: "Omnis iniquitas oppilabit os suum" (Psal 106,42). Dice S. Basilio che 'l peccatore allora sarà più tormentato dal rossore, che dallo stesso fuoco dell'inferno: "Horridior, quam ignis, erit pudor".
Ecco finalmente il giudice darà la sentenza. "Discede a me, maledicte, in ignem aeternum". Oh che tuono terribile sarà questo! "Oh quam terribiliter personabit tonitruum illud!", il Cartusiano. Dice S. Anselmo: "Qui non tremit ad tantum tonitruum, non dormit, sed mortuus est". E soggiunge Eusebio che sarà tanto lo spavento de' peccatori in sentirsi proferir la condanna, che se potessero morire, di nuovo morirebbero: "Tantus terror invadet malos, cum viderint iudicem sententiam proferentem, ut nisi essent immortales, iterum morerentur". Allora, dice S. Tommaso da Villanova, non si dà più luogo a preghiere; né vi sono più intercessori, a cui ricorrere: "Non ibi precandi locus; nullus intercessor assistet, non amicus, non pater". A chi allora dunque ricorreranno? Forse a Dio, che han così disprezzato? "Quis te eripiet, Deusne ille, quem contempsisti?" (S. Basilio). Forse a' santi? a Maria? No, perché allora: "Stellae (che sono i santi avvocati) cadent de coelo; et luna (ch'è Maria) non dabit lumen suum" (Matth 24). Dice S. Agostino: "Fugiet a ianua paradisi Maria".
Oh Dio, esclama S. Tommaso da Villanova, e con quale indifferenza sentiamo parlar del giudizio, quasi a noi non potesse toccar la sentenza di condanna! o come noi non avessimo ad esser giudicati! "Heu quam securi haec dicimus, et audimus, quasi nos non tangeret haec sententia, aut quasi dies ille nunquam esset venturus!". E qual pazzia, soggiunge lo stesso santo, è lo star sicuro in cosa di tanto pericolo! "Quae est ista stulta securitas in discrimine tanto!". Non dire, fratello mio, ti avverte S. Agostino: Eh che Dio vorrà proprio mandarmi all'inferno? "Nunquid Deus vere damnaturus est?". Nol dire, dice il santo, perché anche gli ebrei non sel persuadevano d'esser esterminati; tanti dannati non sel credevano d'esser mandati all'inferno; ma poi è venuta la fine del castigo: "Finis venit, venit finis: nunc immittam furorem meum in te, et iudicabo" (Ez 7,6). E così ancora, dice S. Agostino, avverrà anche a te: "Veniet iudicii dies, et invenies verum, quod minatus est Deus". Al presente a noi sta di sceglier la sentenza che vogliamo: "In potestate nostra (dice S. Eligio) datur, qualiter iudicemur". E che abbiamo da fare? aggiustare i conti prima del giudizio: "Ante iudicium para iustitiam" (Eccli 18,19). Dice S. Bonaventura che i mercanti prudenti, per non fallire, spesso rivedono ed aggiustano i conti. "Iudex ante iudicium placari potest, in iudicio non potest", S. Agostino. Diciamo dunque al Signore, come diceva S. Bernardo: "Volo iudicatus praesentari, non iudicandus". Giudice mio, voglio che ora in vita mi giudicate e mi punite, or ch'è tempo di misericordia, e mi potete perdonare; perché dopo morte sarà tempo di giustizia.
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12/24/2015 9:45 PM
 
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IL GIUDIZIO UNIVERSALE
Cognoscetur Dominus iudicia faciens (Ps 9,17)

PUNTO I

Al presente, se ben si considera, non v'è nel mondo persona più disprezzata di Gesù Cristo. Si fa più conto d'un villano che non si fa conto di Dio; perché si teme che quel villano, vedendosi troppo offeso, mosso a sdegno, si vendichi: ma a Dio si fanno ingiurie, e se gli replicano alla libera, come se Dio non potesse vendicarsi, quando vuole. "Et quasi nihil possit facere Omnipotens, aestimabant eum" (Iob 22,17). Ma perciò il Redentore ha destinato un giorno, che sarà il giorno del giudizio universale (chiamato appunto dalle Scritture, "Dies Domini"), nel quale Gesù Cristo vorrà farsi conoscere per quel gran Signore ch'Egli è. "Cognoscetur Dominus iudicia faciens" (Psal 9,17). Quindi un tal giorno si chiama non più giorno di misericordia e di perdono, ma "Dies irae, dies tribulationis, et angustiae, dies calamitatis, et miseriae" (Soph 1,15). Sì, perché allora giustamente vorrà il Signore risarcirsi l'onore, che han cercato di torgli i peccatori in questa terra. Vediamo come avverrà il giudizio di questo gran giorno.
Prima di venire il giudice, "Ignis ante Ipsum praecedet" (Psal 96,3). Verrà fuoco dal cielo, che brucerà la terra e tutte le cose di questa terra. "Terra, et quae in ipsa sunt opera, exurentur" (2 Petr 3,10). Sicché palagi, chiese, ville, città, regni, tutti han da diventare un mucchio di cenere. Dee purgarsi col fuoco questa casa appestata di peccati. Ecco il fine che avran da avere tutte le ricchezze, le pompe e le delizie di questa terra. Morti che saranno gli uomini, suonerà la tromba e tutti risorgeranno. "Canet enim tuba, et mortui resurgent" (1 Cor 15,52). Dice S. Girolamo: "Quoties diem iudicii considero, contremisco; semper videtur illa tuba insonare auribus meis: Surgite, mortui, venite ad iudicium". Al suono di questa tromba scenderanno l'anime belle de' beati ad unirsi coi loro corpi, con cui han servito a Dio in questa vita; e l'anime infelici de' dannati saliranno dall'inferno ad unirsi con quei corpi maledetti, co' quali hanno offeso Dio.
Oh che differenza ci sarà allora tra i corpi de' beati e quelli dei dannati. I beati compariranno belli, candidi, risplendenti più che il sole. "Tunc iusti fulgebunt sicut sol" (Matth 13,43). Oh felice chi in questa vita sa mortificar la sua carne, con negarle i piaceri vietati; e per tenerla più a freno, le nega anche i gusti leciti del senso, la maltratta, come han fatto i santi! Oh quanto allora se ne troverà contento, come un S. Pietro d'Alcantara, che dopo morte disse a S. Teresa: "O felix poenitentia, quae tantam mihi promeruit gloriam!". All'incontro i corpi de' reprobi compariranno deformi, neri e puzzolenti. O che pena avrà allora il dannato in riunirsi col suo corpo! Corpo maledetto, dirà l'anima, che per contentare te io son perduta. E 'l corpo dirà: Anima maledetta, e tu che avevi in mano la ragione, perché mi hai conceduti quelli gusti, che han fatto perdere te e me per tutta l'eternità.

PUNTO II

Risorti che saranno gli uomini, sarà loro intimato dagli angeli che vadano tutti alla valle di Giosafat, per essere ivi giudicati: "Populi, populi in valle concisionis, quia iuxta est dies Domini" (Ioel 3,14). Radunati poi che saranno ivi, verranno gli angeli e segregheranno i reprobi dagli eletti. "Exibunt angeli, et separabunt malos de medio iustorum" (Matth 13,49). I giusti resteranno alla destra e i dannati saran cacciati alla sinistra. Che pena sarebbe a taluno il vedersi discacciato dalla conversazione o dalla chiesa! Ma quale altra pena sarà allora il vedersi discacciare dalla compagnia dei santi: "Quomodo putas impios confundendos, quando, segregatis iustis, fuerint derelicti!" (Auct. op. imperf.). Dice il Grisostomo che se i dannati non avessero altra pena, questa sola confusione basterebbe a fare il loro inferno: "Et si nihil ulterius paterentur, ista sola verecundia sufficeret eis ad poenam". Il figlio sarà separato dal padre, il marito dalla moglie, il padrone dal servo: "Unus assumetur, et alter relinquetur" (Matth 24,40). Dimmi, fratello mio, qual luogo pensi che allora ti toccherà? Vorresti trovarti alla destra? lascia dunque la via, che ti porta alla sinistra.
Ora in questa terra son tenuti per fortunati i principi, i ricchi, e son disprezzati i santi, che vivono poveri ed umili. O fedeli, che amate Dio, non vi accorate, in vedervi sì vilipesi e tribolati in questa terra: "Tristitia vertetur in gaudium" (Io 16,20). Allora voi sarete chiamati i veri fortunati, e avrete l'onore di esser dichiarati della corte di Gesù Cristo. Oh che bella figura che farà allora un S. Pietro di Alcantara, il quale fu vilipeso quasi apostata! un S. Giovanni di Dio, che fu trattato da pazzo! un S. Pietro Celestino, che avendo rinunziato il papato, morì dentro una carcere! Oh quali onori avranno allora tanti martiri straziati da' carnefici! "Tunc laus erit unicuique a Deo" (1 Cor 4,5). Ed oh che figura orribile all'incontro farà un Erode, un Pilato, un Nerone! e tanti altri grandi della terra, ma dannati! Oh amanti del mondo, alla valle, alla valle vi aspetto. Ivi senza dubbio muterete sentimenti. Ivi piangerete la vostra pazzia. Miseri, che per fare una breve comparsa sulla scena di questa terra, avrete poi a far ivi la parte di dannati nella tragedia del giudizio. Gli eletti dunque saran collocati alla destra; anzi per loro maggior gloria (secondo dice l'Apostolo) saranno sollevati in aria sovra le nubi, per andare cogli angeli ad incontro a Gesù Cristo, che ha da venire dal cielo: "Rapiemur cum illis in nubibus obviam Domino in aera" (1 Thess 4,17). E i dannati come tanti capretti destinati al macello, saran confinati alla sinistra, ad aspettare il loro giudice, che dovrà far la pubblica condanna di tutti i suoi nemici.
Ma ecco già si aprono i cieli, vengono gli angeli ad assistere al giudizio, e portano i segni della passione di Gesù Cristo: "Veniente Domino ad iudicium (dice S. Tommaso), signum crucis, et alia passionis indicia demonstrabuntur". Specialmente comparirà la croce: "Et tunc parebit signum Filii hominis in coelo, et tunc plangent omnes tribus terrae" (Matth 24,30). Dice Cornelio a Lapide: Oh come allora al veder la croce piangeranno i peccatori, che in vita non fecer conto della loro salute eterna, che tanto costò al Figlio di Dio! "Plangent qui salutem suam, quae Christo tam cara stetit, neglexerint". Allora dice il Grisostomo: "Clavi de te conquerentur, cicatrices contra te loquentur, crux Christi contra te perorabit". Assisteranno ancora come assessori a questo giudizio i santi Apostoli e tutti i loro imitatori, che insieme con Gesù Cristo giudicheranno le genti: "Fulgebunt iusti, iudicabunt nationes" (Sap 3,7). Verrà ancora ad assistere la Regina de' santi e degli angeli, Maria Santissima. In fine verrà l'eterno giudice in un trono di maestà e di luce. "Et videbunt Filium hominis venientem in nubibus coeli, cum virtute multa et maiestate" (Matth 24,31). "A facie eius cruciabuntur populi" (Ioel 2,6). La vista di Gesù Cristo consolerà gli eletti, ma a' reprobi ella apporterà più pena che lo stesso inferno: "Damnatis (dice S. Girolamo) melius esset inferni poenas, quam Domini praesentiam ferre". Dicea S. Teresa: Gesù mio, datemi ogni pena, e non mi fate vedere la vostra faccia sdegnata con me in quel giorno. E S. Basilio: "Superat omnem poenam confusio ista". Allora avverrà quel che predisse S. Giovanni che i dannati pregheranno i monti a cader loro sopra e nasconderli dalla vista del loro giudice irato: "Dicent autem montibus: Cadite super nos, et abscondite nos a facie sedentis super thronum, et ab ira Agni" (Apoc 6,6).

PUNTO III

Ma ecco già comincia il giudizio. Si aprono i processi, che saranno le coscienze di ciascuno: "Iudicium sedit et libri aperti sunt" (Dan 7,10). I testimoni contro i reprobi saranno per prima i demoni che diranno (secondo S. Agostino): "Aequissime Deus, iudica esse meum qui tuus esse noluit". Saran per secondo le proprie coscienze: "Testimonium reddente illis conscientia ipsorum" (Rom 2,15). Di più saran testimoni che grideranno vendetta, le stesse mura di quella casa dove i peccatori hanno offeso Dio. "Lapis de pariete clamabit" (Habac 2,11). Testimonio sarà finalmente lo stesso giudice, ch'è stato presente a tutte le offese a Lui fatte. "Ego sum iudex, et testis, dicit Dominus" (Ier 29,23). Dice S. Paolo che allora il Signore "illuminabit abscondita tenebrarum" (1 Cor 4,5). Farà vedere a tutti gli uomini i peccati de' reprobi più segreti e vergognosi, che in vita sono stati nascosti ancora a' confessori. "Revelabo pudenda tua in facie tua" (Nahum 3,5). I peccati degli eletti, vuole il Maestro delle sentenze con altri che allora non si manifesteranno, ma si troveranno coverti, secondo quel che disse Davide: "Beati quorum remissae sunt iniquitates, et quorum tecta sunt peccata" (Ps 31,1). All'incontro, dice S. Basilio che i peccati de' reprobi si vedranno da tutti con un'occhiata, come in un quadro: "Unico intuitu singula peccata velut in pictura noscentur". Dice S. Tommaso: Se nell'orto di Getsemani in dire Gesù Cristo, "Ego sum", caddero a terra tutti i soldati ch'eran venuti a prenderlo; che sarà quand'egli sedendo da giudice dirà a' dannati: Ecco io sono quello che Voi avete così disprezzato? "Quid faciet iudicaturus, qui hoc fecit iudicandus?".
Ma via su, già si viene alla sentenza. Si volterà prima Gesù Cristo agli eletti e dirà loro quelle dolci parole: "Venite, benedicti Patris mei, possidete paratum vobis regnum a constitutione mundi" (Matth 25,34). S. Francesco d'Assisi in essergli rivelato ch'era predestinato, non capiva in sé per la consolazione; qual gaudio sarà sentirsi dire allora dal giudice: Venite, figli benedetti, venite al regno; non vi sono più pene per voi, non vi è più timore, già siete e sarete salvi in eterno. Io vi benedico il sangue che sparsi per voi, e vi benedico le lagrime che voi avete sparse per li vostri peccati: andiamo su al paradiso, dove staremo sempre insieme per tutta l'eternità. Benedirà anche Maria SS. i divoti suoi, e l'inviterà a venir seco in cielo, e così cantando "Alleluia, alleluia", entreranno gli eletti in trionfo al paradiso a possedere, a lodare, ed amare Dio in eterno.
All'incontro i dannati rivolti a Gesù Cristo gli diranno: E noi miseri che ce ne abbiamo da fare? E voi, dirà l'eterno giudice, giacché avete rinunziata e disprezzata la mia grazia, "discedite a me, maledicti, in ignem aeternum" (Matth 25,41). "Discedite", spartitevi da me, ch'io non voglio vedervi, né sentirvi più. "Maledicti", andate ed andate maledetti, giacché avete disprezzata la mia benedizione. E dove, Signore, hanno da andare questi miserabili? "In ignem", nell'inferno a bruciare in anima e corpo. E per quanti anni, o per quanti secoli? Che anni, che secoli! "In ignem aeternum", per tutta l'eternità, mentre Dio sarà Dio. Dopo questa sentenza dice S. Efrem che i reprobi si licenzieranno dagli angeli, da' santi, da' congiunti e dalla divina Madre: "Valete iusti, vale crux, vale paradise. Valete patres ac filii, nullum siquidem vestrum visuri sumus ultra. Vale tu quoque Dei Genitrix Maria". E così in mezzo alla valle si aprirà poi un gran fossa, dove caderanno insieme demonii e dannati, i quali si sentiranno oh Dio dietro le spalle chiudere quelle porte, che non si avranno da aprire, mai, mai, mai più in eterno. O peccato maledetto, a qual fine infelice avrai un giorno da condurre tante povere anime! O anime infelici, a cui sta riservata una fine così lagrimevole!
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12/24/2015 9:46 PM
 
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LE PENE DELL'INFERNO
Et ibunt hi in supplicium aeternum (Matth 25,46)

PUNTO I

Due mali fa il peccatore, allorché pecca, lascia Dio sommo bene, e si rivolta alle creature: "Duo enim mala fecit populus meus, me dereliquerunt fontem aquae vivae, et foderunt sibi cisternas; cisternas dissipatas, quae continere non valent aquas" (Ier 2,13). Perché dunque il peccatore si volta alle creature con disgusto di Dio, giustamente nell'inferno sarà tormentato dalle stesse creature, dal fuoco e da' demonii, e questa è la pena del senso. Ma perché la sua colpa maggiore, dove consiste il peccato, è il voltare le spalle a Dio, perciò la pena principale che sarà nell'inferno, sarà la pena del danno. Ch'é la pena d'aver perduto Dio.
Consideriamo prima la pena del senso. È di fede che vi è l'inferno. In mezzo alla terra vi è questa prigione riservata al castigo de' ribelli di Dio. Che cosa è questo inferno? è il luogo de' tormenti. "In hunc locum tormentorum", così chiamò l'inferno l'Epulone dannato (Luc 16,28). Luogo di tormenti, dove tutti i sensi e le potenze del dannato hanno da avere il lor proprio tormento; e quanto più alcuno in un senso avrà offeso Dio, tanto più in quel senso avrà da esser tormentato: "Per quae peccat quis, per haec et torquetur" (Sap 11,17). "Quantum in deliciis fuit, tantum date illi tormentum" (Apoc 18,7). Sarà tormentata la vista colle tenebre. "Terram tenebrarum, et opertam mortis caligine" (Iob 10,21). Che compassione fa il sentire che un pover'uomo sta chiuso in una fossa oscura per mentre vive, per 40-50 anni di vita! L'inferno è una fossa chiusa da tutte le parti dove non entrerà mai raggio di sole o d'altra luce. "Usque in aeternum non videbit lumen" (Psal 48,20). Il fuoco che sulla terra illumina, nell'inferno sarà tutt'oscuro. "Vox Domini intercidentis flammam ignis" (Psal 28,7). Spiega S. Basilio: Il Signore dividerà dal fuoco la luce, onde tal fuoco farà solamente l'officio di bruciare, ma non d'illuminare; e lo spiega più in breve Alberto Magno: "Dividet a calore splendorem". Lo stesso fumo che uscirà da questo fuoco, componerà quella procella di tenebre, di cui parla S. Giacomo, che accecherà gli occhi de' dannati: "Quibus procella tenebrarum servata est in aeternum" (Iac 2,13). Dice S. Tommaso, che a' dannati è riservato tanto di luce solamente, quanto basta a più tormentarli. "Quantum sufficit ad videndum illa, quae torquere possunt". Vedranno in quel barlume di luce la bruttezza degli altri reprobi e de' demoni, che prenderanno forme orrende per più spaventarli.
Sarà tormentato l'odorato. Che pena sarebbe trovarsi chiuso in una stanza con un cadavere fracido? "De cadaveribus eorum ascendit foetor" (Is 34,3). Il dannato ha da stare in mezzo a tanti milioni d'altri dannati, vivi alla pena, ma cadaveri per la puzza che mandano. Dice S. Bonaventura che se un corpo d'un dannato fosse cacciato dall'inferno, basterebbe a far morire per la puzza tutti gli uomini. E poi dicono alcuni pazzi: Se vado all'inferno, non sono solo. Miseri! quanti più sono nell'inferno, tanto più penano. "Ibi (dice S. Tommaso) miserorum societas miseriam non minuet, sed augebit". Più penano (dico) per la puzza, per le grida e per la strettezza; poiché staran nell'inferno l'un sopra l'altro, come pecore ammucchiate in tempo d'inverno: "Sicut oves in inferno positi sunt" (Psal 48,15). Anzi più, staran come uve spremute sotto il torchio dell'ira di Dio. "Et ipse calcat torcular vini furoris irae Dei" (Apoc 19,15). Dal che ne avverrà poi la pena dell'immobilità. "Fiant immobiles quasi lapis" (Exod 15,16). Sicché il dannato siccome caderà nell'inferno nel giorno finale, così avrà da restare senza cambiare più sito e senza poter più muovere né un piede, né una mano, per mentre Dio sarà Dio.
Sarà tormentato l'udito cogli urli continui e pianti di quei poveri disperati. I demonii faranno continui strepiti. "Sonitus terroris semper in aure eius" (Iob 15,21). Che pena è quando si vuol dormire e si sente un infermo che continuamente si lamenta, un cane che abbaia, o un fanciullo che piange? Miseri dannati, che han da sentire di continuo per tutta l'eternità quei rumori e le grida di quei tormentati! Sarà tormentata la gola colla fame; avrà il dannato una fame canina: "Famem patientur ut canes" (Psal 58,15). Ma non avrà mai una briciola di pane. Avrà poi una tale sete, che non gli basterebbe tutta l'acqua del mare; ma non ne avrà neppure una stilla: una stilla ne domandava l'Epulone, ma questa non l'ha avuta ancora, e non l'avrà mai, mai.

PUNTO II

La pena poi che più tormenta il senso del dannato, è il fuoco del l'inferno, che tormenta il tatto. "Vindicta carnis impii ignis, et vermis" (Eccli 7,19). Che perciò il Signore nel giudizio ne fa special menzione: "Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum" (Matth 41). Anche in questa terra la pena del fuoco è la maggior di tutte; ma vi è tanta differenza dal fuoco nostro a quello dell'inferno, che dice S. Agostino che 'l nostro sembra dipinto. "In eius comparatione noster hic ignis depictus est". E S. Vincenzo Ferreri dice che a confronto il nostro è freddo. La ragione è, perché il fuoco nostro è creato per nostro utile, ma il fuoco dell'inferno è creato da Dio a posta per tormentare. "Longe alius (dice Tertulliano) est ignis, qui usui humano, alius qui Dei iustitiae deservit". Lo sdegno di Dio accende questo fuoco vendicatore. "Ignis succensus est in furore meo" (Ier 15,14). Quindi da Isaia il fuoco dell'inferno è chiamato spirito d'ardore: "Si abluerit Dominus sordes... in spiritu ardoris" (Is 4). Il dannato sarà mandato non al fuoco, ma nel fuoco: "Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum". Sicché il misero sarà circondato dal fuoco, come un legno dentro una fornace. Si troverà il dannato con un abisso di fuoco da sotto, un abisso di sopra, e un abisso d'intorno. Se tocca, se vede, se respira; non tocca, non vede, né respira altro che fuoco. Starà nel fuoco come il pesce nell'acqua. Ma questo fuoco non solamente starà d'intorno al dannato, ma entrerà anche dentro le sue viscere a tormentarlo. Il suo corpo diventerà tutto di fuoco, sicché bruceranno le viscere dentro del ventre, il cuore dentro del petto, le cervella dentro il capo, il sangue dentro le vene, anche le midolla dentro l'ossa: ogni dannato diventerà in se stesso una fornace di fuoco. "Pone eos ut clibanum ignis" (Ps 20,10). Taluni non possono soffrire di camminare per una via battuta dal sole, di stare in una stanza chiusa con una braciera, non soffrire una scintilla, che svola da una candela; e poi non temono quel fuoco, che divora, come dice Isaia: "Quis poterit habitare de vobis cum igne devorante?" (Is 33,14). Siccome una fiera divora un capretto, così il fuoco dell'inferno divora il dannato; lo divora, ma senza farlo mai morire. Siegui pazzo, dice S. Pier Damiani (parlando al disonesto), siegui a contentare la tua carne, che verrà un giorno in cui le tue disonestà diventeranno tutte pece nelle tue viscere, che farà più grande e più tormentosa la fiamma che ti brucerà nell'inferno: "Venit dies, imo nox, quando libido tua vertetur in picem, qua se nutriat perpetuus ignis in tuis visceribus". Aggiunge S. Girolamo che questo fuoco porterà seco tutti i tormenti e dolori che si patiscono in questa terra; dolori di fianco e di testa, di viscere, di nervi: "In uno igne omnia supplicia sentiunt in inferno peccatores". In questo fuoco vi sarà anche la pena del freddo. "Ad nimium calorem transeat ab aquis nivium" (Iob 24,19). Ma sempre bisogna intendere che tutte le pene di questa terra sono un'ombra, come dice il Grisostomo, a paragone delle pene dell'inferno: "Pone ignem, pone ferrum, quid, nisi umbra ad illa tormenta?".
Le potenze anche avranno il lor proprio tormento. Il dannato sarà tormentato nella memoria, col ricordarsi del tempo che ha avuto in questa vita per salvarsi, e l'ha speso per dannarsi; e delle grazie che ha ricevute da Dio, e non se ne ha voluto servire. Nell'intelletto, col pensare al gran bene che ha perduto, paradiso e Dio; e che a questa perdita non vi è più rimedio. Nella volontà, in vedere che gli sarà negata sempre ogni cosa che domanda. "Desiderium peccatorum peribit" (Ps 111,10). Il misero non avrà mai niente di quel che desidera, ed avrà sempre tutto quello che abborrisce, che saranno le sue pene eterne. Vorrebbe uscir da' tormenti, e trovar pace, ma sarà sempre tormentato, e non avrà mai pace.

PUNTO III

Ma tutte queste pene son niente a rispetto della pena del danno. Non fanno l'inferno le tenebre, la puzza, le grida e 'l fuoco; la pena che fa l'inferno è la pena di aver perduto Dio. Dice S. Brunone: "Addantur tormenta tormentis, ac Deo non priventur". E S. Gio. Grisostomo: "Si mille dixeris gehennas, nihil par dices illius doloris". Ed aggiunge S. Agostino che se i dannati godessero la vista di Dio, "nullam poenam sentirent, et infernus ipse verteretur in paradisum". Per intendere qualche cosa di questa pena, si consideri che se taluno perde (per esempio) una gemma, che valea 100 scudi, sente gran pena, ma se valea 200 sente doppia pena: se 400 più pena. In somma quanto cresce il valore della cosa perduta, tanto cresce la pena. Il dannato qual bene ha perduto? un bene infinito, ch'è Dio; onde dice S. Tommaso che sente una pena in certo modo infinita: "Poena damnati est infinita, quia est amissio boni infiniti".
Questa pena ora solo si teme da' santi. "Haec amantibus, non contemnentibus poena est", dice S. Agostino. S. Ignazio di Loiola dicea: Signore, ogni pena sopporto, ma questa no, di star privo di Voi. Ma questa pena niente si apprende da' peccatori, che si contentano di vivere i mesi e gli anni senza Dio, perché i miseri vivono fra le tenebre. In morte non però han da conoscere il gran bene che perdono. L'anima in uscire da questa vita, come dice S. Antonino, subito intende ch'ella è creata per Dio: "Separata autem anima a corpore intelligit Deum summum bonum et ad illud esse creatam". Onde subito si slancia per andare ad abbracciarsi col suo sommo bene; ma stando in peccato, sarà da Dio discacciata. Se un cane vede la lepre, ed uno lo tiene con una catena, che forza fa il cane per romper la catena ed andare a pigliar la preda? L'anima in separarsi dal corpo, naturalmente è tirata a Dio, ma il peccato la divide da Dio, e la manda lontana all'inferno. "Iniquitates vestrae diviserunt inter vos, et Deum vestrum" (Is 59,2). Tutto l'inferno dunque consiste in quella prima parola della condanna: "Discedite a me, maledicti". Andate, dirà Gesù Cristo, non voglio che vediate più la mia faccia. "Si mille quis ponat gehennas, nihil tale dicturus est, quale est exosum esse Christo" (S. Gio. Grisostomo). Allorché Davide condannò Assalonne a non comparirgli più davanti, fu tale questa pena ad Assalonne che rispose: Dite a mio padre, che o mi permetta di vedere la sua faccia o mi dia la morte (2 Reg 14,24). Filippo II ad un grande che vide stare irriverente in chiesa, gli disse: Non mi comparite più davanti. Fu tanta la pena di quel grande, che giunto alla casa se ne morì di dolore. Che sarà, quando Dio in morte intimerà al reprobo: Va via che io non voglio vederti più. "Abscondam faciem ab eo, et invenient eum omnia mala" (Deut 31,17). Voi (dirà Gesù a' dannati nel giorno finale) non siete più miei, io non sono più vostro. "Voca nomen eius, non populus meus, quia vos non populus meus, et ego non ero vester" (Osea 1,9).
Che pena è ad un figlio, a cui gli muore il padre, o ad una moglie quando le muore lo sposo, il dire: Padre mio, sposo mio, non t'ho da vedere più. Ah se ora udissimo un'anima dannata che piange, e le chiedessimo: Anima, perché piangi tanto? Questo solo ella risponderebbe: Piango, perché ho perduto Dio, e non l'ho da vedere più. Almeno potesse la misera nell'inferno amare il suo Dio, e rassegnarsi alla sua volontà. Ma no; se potesse ciò fare, l'inferno non sarebbe inferno; l'infelice non può rassegnarsi alla volontà di Dio, perché è fatta nemica della divina volontà. Né può amare più il suo Dio, ma l'odia e l'odierà per sempre; e questo sarà il suo inferno, il conoscere che Dio è un bene sommo e il vedersi poi costretto ad odiarlo, nello stesso tempo che lo conosce degno d'infinito amore. "Ego sum ille nequam privatus amore Dei", così rispose quel demonio, interrogato chi fosse da S. Caterina da Genova. Il dannato odierà e maledirà Dio, e maledicendo Dio, maledirà anche i beneficii che gli ha fatti, la creazione, la redenzione, i sagramenti, specialmente del battesimo e della penitenza, e sopra tutto il SS. Sagramento dell'altare. Odierà tutti gli angeli e santi ma specialmente l'angelo suo custode e i santi suoi avvocati, e più di tutti la divina Madre; ma principalmente maledirà le tre divine Persone, e fra queste singolarmente il Figlio di Dio, che un giorno è morto per la di lei salute, maledicendo le sue piaghe, il suo sangue, le sue pene e la sua morte.
[Edited by R.Mezzana 12/24/2015 9:48 PM]
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L'ETERNITÀ DELL'INFERNO
Et ibunt hi in supplicium aeternum (Matth 25,46)

PUNTO I

Se l'inferno non fosse eterno, non sarebbe inferno. Quella pena che non dura molto, non è gran pena. A quell'infermo si taglia una postema, a quell'altro si foca una cancrena; il dolore è grande, ma perché finisce tra poco, non è gran tormento. Ma qual pena sarebbe, se quel taglio o quell'operazione di fuoco continuasse per una settimana, per un mese intero? Quando la pena è assai lunga, ancorché sia leggiera, come un dolore d'occhi, un dolore di mole, si rende insopportabile. Ma che dico dolore? anche una commedia, una musica che durasse troppo, o fosse per tutto un giorno, non potrebbe soffrirsi per lo tedio. E se durasse un mese? un anno? Che sarà l'inferno? dove non si ascolta sempre la stessa commedia, o la stessa musica: non vi è solo un dolore d'occhi, o di mole: non si sente solamente il tormento d'un taglio, o di un ferro rovente, ma vi sono tutti i tormenti, tutti i dolori; e per quanto tempo? per tutta l'eternità: "Cruciabuntur die ac nocte in saecula saeculorum" (Apoc 20,10).
Quest'eternità è di fede; non è già qualche opinione, ma è verità attestataci da Dio in tante Scritture: "Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum" (Matth 25,41). "Et hi ibunt in supplicium aeternum" (Matth 25,46). "Poenas dabunt in interitu aeternas" (2 Thess 1,9). "Omnis igne salietur" (Marc 9,48). Siccome il sale conserva le cose, così il fuoco dell'inferno nello stesso tempo che tormenta i dannati, fa l'officio di sale conservando loro la vita. "Ignis ibi consumit (dice S. Bernardo), ut semper reservet".
Or qual pazzia sarebbe quella di taluno, che per pigliarsi una giornata di spasso, si volesse condannare a star chiuso in una fossa per venti, o trenta anni? Se l'inferno durasse cent'anni; che dico cento? durasse non più che due o tre anni, pure sarebbe una gran pazzia, per un momento di vil piacere, condannarsi a due o tre anni di fuoco. Ma non si tratta di trenta, di cento, né di mille, né di cento mila anni; si tratta d'eternità, si tratta di patire per sempre gli stessi tormenti, che non avranno mai da finire, né da alleggerirsi un punto. Hanno avuto ragione dunque i santi, mentre stavano in vita, ed anche in pericolo di dannarsi, di piangere e tremare. Il B. Isaia anche mentre stava nel deserto tra digiuni e penitenze, piangeva dicendo: Ah misero me, che ancora non sono libero dal dannarmi! "Heu me miserum, quia nondum a gehennae igne sum liber!".

PUNTO II

Chi entra una volta nell'inferno, di là non uscirà più in eterno. Questo pensiero facea tremare Davide, dicendo: "Neque absorbeat me profundum, neque urgeat super me puteus os suum" (Ps 68,16). Caduto ch'è il dannato in quel pozzo di tormenti, si chiude la bocca e non si apre più. Nell'inferno v'è porta per entrare, ma non v'è porta per uscire: "Descensus erit (dice Eusebio Emisseno), ascensus non erit". E così spiega le parole del Salmista: "Neque urgeat os suum; quia cum susceperit eos, claudetur sursum, et aperietur deorsum". Fintanto che il peccatore vive, sempre può avere speranza di rimedio, ma colto ch'egli sarà dalla morte in peccato, sarà finita per lui ogni speranza. "Mortuo homine impio, nulla erit ultra spes" (Prov 11,7). Almeno potessero i dannati lusingarsi con qualche falsa speranza, e così trovare qualche sollievo alla loro disperazione. Quel povero impiagato, confinato in un letto, è stato già disperato da' medici di poter guarire; ma pure si lusinga, e si consola con dire: Chi sa se appresso si troverà qualche medico e qualche rimedio che mi sani. Quel misero condannato alla galea in vita anche si consola, dicendo: Chi sa che può succedere, e mi libero da queste catene. Almeno (dico) potesse il dannato dire similmente così, chi sa se un giorno uscirò da questa prigione; e così potesse ingannarsi almeno con questa falsa speranza. No, nell'inferno non v'è alcuna speranza né vera né falsa, non vi è "chi sa". "Statuam contra faciem" (Ps 49,21). Il misero si vedrà sempre innanzi agli occhi scritta la sua condanna, di dover sempre stare a piangere in quella fossa di pene: "Alii in vitam aeternam, et alii in opprobrium, ut videant semper" (Dan 12,2). Onde il dannato non solo patisce quel che patisce in ogni momento, ma soffre in ogni momento la pena dell'eternità, dicendo: Quel che ora patisco, io l'ho da patire per sempre. "Pondus aeternitatis sustinet", dice Tertulliano.
Preghiamo dunque il Signore, come pregava S. Agostino: "Hic ure, hic seca, hic non parcas, ut in aeternum parcas". I castighi di questa vita passano. "Sagittae tuae transeunt, vox tonitrui tui in rota" (Ps 76,18). Ma i castighi dell'altra vita non passano mai. Di questi temiamo; temiamo di quel tuono ("vox tonitrui tui in rota"), s'intende di quel tuono della condanna eterna, che uscirà dalla bocca del giudice nel giudizio contro i reprobi: "Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum". E dice, "in rota"; la ruota è figura dell'eternità, a cui non si trova termine. "Eduxi gladium meum de vagina sua irrevocabilem" (Ez 21,5). Sarà grande il castigo dell'inferno, ma ciò che più dee atterrirci, è che sarà castigo irrevocabile.
Ma come, dirà un miscredente, che giustizia è questa? castigare un peccato che dura un momento con una pena eterna? Ma come (io rispondo) può aver l'ardire un peccatore per un gusto d'un momento offendere un Dio d'infinita maestà? Anche nel giudizio umano (dice S. Tommaso) la pena non si misura secondo la durazione del tempo, ma secondo la qualità del delitto: "Non quia homicidium in momento committitur, momentanea poena punitur". Ad un peccato mortale un inferno è poco: all'offesa d'una maestà infinita si dovrebbe un castigo infinito, dice S. Bernardino da Siena: "In omni peccato mortali infinita Deo contumelia irrogatur; infinitae autem iniuriae infinita debetur poena". Ma perché, dice l'Angelico la creatura non è capace di pena infinita nell'intensione, giustamente fa Dio che la sua pena sia infinita nella estensione.
Oltreché questa pena dee esser necessariamente eterna, prima perché il dannato non può più soddisfare per la sua colpa. In questa vita intanto può soddisfare il peccator penitente, in quanto gli sono applicati i meriti di Gesù Cristo; ma da questi meriti è escluso il dannato; onde non potendo egli placare più Dio, ed essendo eterno il suo peccato, eterna dee essere ancora la sua pena. "Non dabit Deo placationem suam, laborabit in aeternum" (Ps 48,8). Quindi dice il Belluacense: "Culpa semper poterit ibi puniri, et nunquam poterit expiari"; poiché al dire di S. Antonino "ibi peccator poenitere non potest"; e perciò il Signore starà sempre con esso sdegnato. "Populus cui iratus est Dominus usque in aeternum" (Malach 1,4). Di più il dannato, benché Dio volesse perdonarlo, non vuol esser perdonato, perché la sua volontà è ostinata e confermata nell'odio contro Dio. Dice Innocenzo III: "Non humiliabuntur reprobi, sed malignitas odii in illis excrescet". E S. Girolamo: "Insatiabiles sunt in desiderio peccandi". Ond'è che la piaga del dannato è disperata, mentre ricusa anche il guarirsi. "Factus est dolor eius perpetuus, et plaga desperabilis renuit curari" (Ier 15,18).

PUNTO III

La morte in questa vita è la cosa più temuta da' peccatori, ma nell'inferno sarà la più desiderata. "Quaerent mortem, et non invenient; et desiderabunt mori, et mors fugiet ab eis" (Apoc 9,6). Onde scrisse S. Girolamo: "O mors quam dulcis esses, quibus tam amara fuisti!". Dice Davide che la morte si pascerà de' dannati: "Mors depascet eos" (Psal 48,15). Spiega S. Bernardo che siccome la pecora pascendosi dell'erba, si ciba delle frondi, ma lascia le radici, così la morte si pasce de' dannati, gli uccide ogni momento, ma lascia loro la vita per continuare ad ucciderli colla pena in eterno: "Sicut animalia depascunt herbas, sed remanent radices; sic miseri in inferno corrodentur a morte, sed iterum reservabuntur ad poenas". Sicché dice S. Gregorio che il dannato muore ogni momento senza mai morire: "Flammis ultricibus traditus semper morietur". Se un uomo muore ucciso dal dolore, ognuno lo compatisce; almeno il dannato avesse chi lo compatisse. No, muore il misero per lo dolore ogni momento, ma non ha, né avrà mai chi lo compatisca. Zenone imperadore, chiuso in una fossa, gridava: Apritemi per pietà. Non fu da niuno inteso, onde fu ritrovato morto da disperato, poiché si avea mangiate le stesse carni delle sue braccia. Gridano i presciti dalla fossa dell'inferno, dice S. Cirillo Alessandrino, ma niuno viene a cacciarneli, e niuno ne ha compassione: "Lamentantur, et nullus eripit; plangunt et nemo compatitur".
E questa loro miseria per quanto tempo durerà? per sempre, per sempre. Narrasi negli Esercizi spirituali del P. Segneri Iuniore (scritti dal Muratori) che in Roma essendo dimandato il demonio, che stava nel corpo d'un ossesso, per quanto tempo doveva star nell'inferno; rispose con rabbia, sbattendo la mano su d'una sedia: "Sempre, sempre". Fu tanto lo spavento, che molti giovani del Seminario Romano, che ivi si trovavano, si fecero una confessione generale, e mutarono vita a questa gran predica di due parole: "Sempre, sempre". Povero Giuda! son passati già mille e settecento anni che sta nell'inferno, e l'inferno suo ancora è da capo. Povero Caino! egli sta nel fuoco da cinque mila e 700 anni, e l'inferno suo è da capo. Fu interrogato un altro demonio, da quanto tempo era andato all'inferno, e rispose: "Ieri". Come ieri, gli fu detto, se tu sei dannato da cinque mila e più anni? Rispose di nuovo: Oh se sapessivo che viene a dire eternità, bene intendereste che cinque mila anni non sono a paragone neppure un momento. Se un angelo dicesse ad un dannato: Uscirai dall'inferno, ma quando son passati tanti secoli, quante sono le goccie dell'acqua, le frondi degli alberi e le arene del mare, il dannato farebbe più festa, che un mendico in aver la nuova d'esser fatto re. Sì, perché passeranno tutti questi secoli, si moltiplicheranno infinite volte, e l'inferno sempre sarà da capo. Ogni dannato farebbe questo patto con Dio: Signore, accrescete la pena mia quanto volete; fatela durare quanto vi piace; metteteci termine, e son contento. Ma no, che questo termine non vi sarà mai. La tromba della divina giustizia non altro suonerà nell'inferno che "sempre, sempre, mai, mai".
Dimanderanno i dannati ai demoni: A che sta la notte? "Custos, quid de nocte?" (Is 21,11). Quando finisce? quando finiscono queste tenebre, queste grida, questa puzza, queste fiamme, questi tormenti? E loro è risposto: "Mai, mai". E quanto dureranno? "Sempre, sempre". Ah Signore, date luce a tanti ciechi, che pregati a non dannarsi, rispondono: All'ultimo, se vado all'inferno pazienza. Oh Dio, essi non hanno pazienza di sentire un poco di freddo, di stare in una stanza troppo calda, di soffrire una percossa; e poi avranno pazienza di stare in un mar di fuoco, calpestati da' diavoli e abbandonati da Dio e da tutti per tutta l'eternità!
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RIMORSI DEL DANNATO
Vermis eorum non moritur (Marc 9,47)

PUNTO I

Per questo verme che non muore, spiega S. Tommaso che s'intende il rimorso di coscienza, dal quale eternamente sarà il dannato tormentato nell'inferno. Molti saranno i rimorsi con cui la coscienza roderà il cuore de' reprobi, ma tre saranno i rimorsi più tormentosi: il pensare al poco per cui si son dannati: al poco che dovean fare per salvarsi: e finalmente al gran bene che han perduto. Il primo rimorso dunque che avrà il dannato sarà il pensare per quanto poco s'è perduto. Dopo che Esaù ebbesi cibato di quella minestra di lenticchie, per cui avea venduta la sua primogenitura, dice la Scrittura che per lo dolore e rimorso della perdita fatta si pose ad urlare: "Irrugiit clamore magno" (Gen 27,34). Oh quali altri urli e ruggiti darà il dannato pensando che per poche soddisfazioni momentanee e avvelenate si ha perduto un regno eterno di contenti, e si ha da vedere eternamente condannato ad una continua morte! Onde piangerà assai più amaramente, che non piangeva Gionata, allorché videsi condannato a morte da Saulle suo padre, per essersi cibato d'un poco di mele. "Gustans gustavi paulum mellis, et ecce morior" (1 Reg 14,43). Oh Dio, e qual pena apporterà al dannato il vedere allora la causa della sua dannazione? Al presente che cosa a noi sembra la nostra vita passata, se non un sogno, un momento? Or che pareranno a chi sta nell'inferno quelli cinquanta, o sessanta anni di vita, che avrà vivuti in questa terra, quando si troverà nel fondo dell'eternità, in cui saranno già passati cento e mille milioni d'anni, e vedrà che la sua eternità allora comincia! Ma che dico cinquanta anni di vita? cinquanta anni tutti forse di gusti? e che forse il peccatore vivendo senza Dio, sempre gode ne' suoi peccati? quando durano i gusti del peccato? durano momenti; e tutto l'altro tempo per chi vive in disgrazia di Dio, è tempo di pene e di rancori. Or che pareranno quelli momenti di piaceri al povero dannato? e specialmente che parerà quell'uno ed ultimo peccato fatto, per lo quale s'è perduto? Dunque (dirà) per un misero gusto brutale ch'è durato un momento, e appena avuto è sparito come vento, io avrò da stare ad ardere in questo fuoco, disperato ed abbandonato da tutti, mentre Dio sarà Dio per tutta l'eternità!

PUNTO II

Dice S. Tommaso che questa sarà la pena principale de' dannati, il vedere che si son perduti per niente, e che con tanta facilità poteano acquistarsi la gloria del paradiso, se voleano: "Principaliter dolebunt, quod pro nihilo damnati sunt, et facillime vitam poterant consequi sempiternam". Il secondo rimorso dunque della coscienza sarà il pensare al poco che dovean fare per salvarsi. Comparve a S. Umberto un dannato e gli disse che quest'appunto era la maggiore afflizione, che cruciavalo nell'inferno, il pensiero del poco per cui s'era dannato, e del poco che avrebbe avuto a fare per salvarsi. Dirà allora il misero: S'io mi mortificava a non guardare quell'oggetto, se vincea quel rispetto umano, se fuggiva quell'occasione, quel compagno, quella conversazione, non mi sarei dannato. Se mi fossi confessato ogni settimana, se avessi frequentata la Congregazione, se avessi letto ogni giorno quel libretto spirituale, se mi fossi raccomandato a Gesù Cristo ed a Maria, non sarei ricaduto. Ho proposto tante volte di farlo, ma non l'ho eseguito; o pure l'ho cominciato a fare, e poi l'ho lasciato, e perciò mi son perduto.
Accresceranno la pena di questo rimorso gli esempi, che avrà avuti degli altri suoi buoni amici e compagni; e più l'accresceranno i doni che Dio gli avea concessi per salvarsi: doni di natura, come buona sanità, beni di fortuna, talenti che 'l Signore gli avea dati affin di bene impiegarli, e farsi santo: doni poi di grazia, tanti lumi, ispirazioni, chiamate, e tanti anni conceduti a rimediare il mal fatto: ma vedrà che in questo stato miserabile, al quale è arrivato, non v'è più tempo da rimediare. Sentirà l'Angelo del Signore che grida e giura: "Et Angelus, quem vidi stantem, iuravit per viventem in saecula saeculorum... quia tempus non erit amplius" (Apoc 10,6). Oh che spade crudeli saranno tutte queste grazie ricevute al cuore del povero dannato, allorché vedrà esser finito già il tempo di poter più dar riparo alla sua eterna ruina. Dirà dunque piangendo cogli altri suoi compagni disperati: "Transiit messis, finita est aestas, et nos salvati non sumus" (Ier 8,20). Dirà: Oh se le fatiche che ho fatte per dannarmi, l'avessi spese per Dio, mi troverei fatto un gran santo; ed ora che me ne trovo, se non rimorsi e pene, che mi tormenteranno in eterno? Ah che questo pensiero crucierà il dannato più che il fuoco, e tutti gli altri tormenti dell'inferno; il dire: Io poteva essere per sempre felice, ed ora ho da essere per sempre infelice.

PUNTO III

Il terzo rimorso del dannato sarà il vedere il gran bene, che ha perduto. Dice S. Giovanni Grisostomo che i presciti saranno più tormentati dalla perdita fatta del paradiso, che dalle stesse pene dell'inferno: "Plus coelo torquentur, quam gehenna". Disse l'infelice principessa Elisabetta regina d'Inghilterra: Diami Dio quarant'anni di regno, ed io gli rinunzio il paradiso. Ebbe la misera questi quarant'anni di regno, ma ora che l'anima sua ha lasciato questo mondo, che dice? certamente che non la sente così; oh come ora se ne troverà afflitta e disperata, pensando che per quarant'anni di regno terreno, posseduto fra timori ed angustie, ha perduto eternamente il regno del cielo.
Ma quello che più affliggerà in eterno il dannato, sarà il vedere che ha perduto il cielo e 'l sommo bene ch'è Dio, non già per sua mala sorte, o per malevolenza altrui, ma per propria colpa. Vedrà ch'egli è stato creato per lo paradiso; vedrà che Dio ha dato in mano di lui l'elezione a procurarsi, o la vita, o la morte eterna. "Ante hominem vita, et mors... quod placuerit ei dabitur illi" (Eccli 15,18). Sicché vedrà essere stato in mano sua, se voleva, il rendersi eternamente felice, e vedrà ch'egli da se stesso ha voluto precipitarsi in quella fossa di tormenti, dalla quale non potrà più uscirne, né vi sarà mai alcuno che procurerà di liberarnelo. Vedrà salvati tanti suoi compagni, che si saran trovati negli stessi, e forse maggiori pericoli di peccare, ma perché han saputo contenersi con raccomandarsi a Dio, o pure se vi son caduti, perché han saputo presto risorgere e darsi a Dio, si son salvati; ma egli perché non ha voluta finirla, è andato infelicemente a finir nell'inferno, in quel mare di tormenti, senza speranza di potervi più rimediare.
Fratello mio, se per lo passato ancora voi siete stato così pazzo, che avete voluto perdere il paradiso e Dio per un gusto miserabile, procurate di darvi presto rimedio ora ch'è tempo. Non vogliate seguire ad esser pazzo. Tremate di andare a piangere la vostra pazzia in eterno. Chi sa se questa considerazione che leggete, è l'ultima chiamata che vi fa Dio. Chi sa se ora non mutate vita, ad un altro peccato mortale che farete, il Signore v'abbandoni, e per questo poi vi manderà a penare eternamente tra quella ciurma di pazzi, che ora stanno all'inferno, e confessano il loro errore ("ergo erravimus"), ma lo confessano disperati, vedendo che al loro errore non v'è più rimedio. Quand'il demonio vi tenta a peccare di nuovo, ricordatevi dell'inferno, e ricorrete a Dio, alla SS. Vergine; il pensier dell'inferno vi libererà dall'inferno. "Memorare novissima tua, et in aeternum non peccabis" (Eccli 7), perché il pensier dell'inferno vi farà ricorrere a Dio.
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IL PARADISO
Tristitia vestra vertetur in gaudium (Io 16,20)

PUNTO I

Procuriamo al presente di soffrir con pazienza le afflizioni di questa vita, offerendole a Dio in unione delle pene che patì Gesu Cristo per nostro amore; e facciamoci animo colla speranza del paradiso. Finiranno un giorno tutte queste angustie, dolori, persecuzioni, timori; e salvandoci, diventeranno per noi gaudii e contenti nel regno de' beati. Così ci fa animo il Signore: "Tristitia vestra vertetur in gaudium" (Io 16,20). Consideriamo dunque oggi qualche cosa del paradiso. Ma che diremo di questo paradiso, se neppure i santi più illuminati han saputo darci ad intendere le delizie, che Dio riserva a' suoi servi fedeli? Davide altro non seppe dirne che 'l paradiso è un bene troppo desiderabile: "Quam dilecta tabernacula tua, Domine virtutum!" (Ps 83,2). Ma voi almeno, S. Paolo mio, voi che aveste la sorte d'essere stato rapito a vedere il cielo ("Raptus in paradisum"), diteci qualche cosa di ciò che avete veduto. No, dice l'Apostolo, ciò che ho veduto, non è possibile spiegarlo. Son le delizie del paradiso: "Arcana verba, quae non licet homini loqui" (2 Cor 12,4). Sono sì grandi che non possono spiegarsi, se non si godono. Altro io non posso dirvi, dice l'Apostolo, che "oculus non vidit, nec auris audivit, neque in cor hominis ascendit, quae praeparavit Deus iis, qui diligunt illum" (1 Cor 2,9). Niun uomo in terra ha vedute mai, né udite, né comprese le bellezze, le armonie, i contenti, che Dio ha preparati a coloro che l'amano.
Non possiamo noi esser capaci de i beni del paradiso, perché non abbiamo altre idee, che de' beni di questa terra. Se i cavalli avessero mai il discorso, e sapessero che il padrone sposandosi ha preparato un gran banchetto, s'immaginerebbero che il banchetto non consisterebbe in altro, che in buona paglia, buona avena ed orzo: perché i cavalli non hanno idea d'altri cibi che di questi. Così pensiamo noi de i beni del paradiso. È bello il vedere in tempo d'està nella notte il cielo stellato: è gran delizia in tempo di primavera trovarsi in una marina, quando il mare è placido, in cui vi si vedono dentro scogli vestiti d'erba, e pesci che guizzano: è gran delizia il trovarsi in un giardino pieno di frutti e fiori, circondato da fontane che scorrono, e con uccelli che van volando e cantando d'intorno. Dirà taluno: Oh che paradiso! Che paradiso? che paradiso? altri sono i beni del paradiso. Per intendere qualche cosa in confuso del paradiso, si consideri ch'ivi sta un Dio onnipotente, impegnato a deliziare le anime che ama. Dice S. Bernardo: Vuoi sapere che cosa vi è in paradiso? "Nihil est quod nolis, totum est quod velis". Ivi non vi è cosa che dispiaccia, e vi è tutto quello che piace.
Oh Dio, che dirà l'anima in entrare in quel regno beato! Immaginiamoci che muoia quella verginella, o quel giovine, ch'essendosi consagrato all'amore di Gesu Cristo, arrivata la morte, lascia già questa terra. L'anima è presentata al giudizio, il giudice l'abbraccia e le dichiara ch'è salva. Le viene ad incontro l'Angelo Custode, e se ne rallegra; ella lo ringrazia dell'assistenza fattale, e l'Angelo poi le dice: Via su, anima bella, allegramente già sei salva, vieni a vedere la faccia del tuo Signore. Ecco l'anima già passa le nubi, le sfere, le stelle: entra nel cielo. Oh Dio, che dirà nel metter piede la prima volta in quella patria beata, e in dar la prima occhiata a quella città di delizie! Gli angeli e i santi le verranno ad incontro, e giubilando le daranno il benvenuto. Ivi che consolazione avrà in incontrarsi co' suoi parenti, o amici entrati già prima in paradiso, e co' suoi santi avvocati! Vorrà l'anima allora genuflettersi avanti di loro per venerarli, ma le diranno quei santi: "Vide ne faceris, conservus tuus sum" (Apoc 22,9). Indi sarà portata a baciare i piedi a Maria ch'è la Regina del paradiso. Qual tenerezza sentirà l'anima in conoscere di vista la prima volta quella divina Madre, che tanto l'ha aiutata a salvarsi! poiché allora vedrà l'anima tutte le grazie, che le ha ottenute Maria, dalla quale poi si vedrà amorosamente abbracciata. Indi dalla stessa Regina sarà l'anima condotta a Gesù, che la riceverà come sposa e le dirà: "Veni de Libano, sponsa mea, veni, coronaberis" (Cant 4,8). Sposa mia, allegramente, son finite le lagrime, le pene e i timori; ricevi la corona eterna, ch'io t'ho acquistata col mio sangue. Gesù stesso poi la porterà a ricever la benedizione dal suo Padre divino, che abbracciandola la benedirà dicendole: "Intra in gaudium Domini tui" (Matth 25,21). Ella sarà beata della medesima beatitudine ch'Egli gode.

PUNTO II
Entrata che sarà l'anima nella beatitudine di Dio, "nihil est quod nolit", non avrà cosa più che l'affanni. "Absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum, et mors ultra non erit; neque luctus, neque clamor, neque dolor erit ultra; quia prima abierunt. Et dixit qui sedebat in throno: Ecce nova facio omnia" (Apoc 21,4). Nel paradiso non vi sono più infermità, non povertà, né incomodi: non vi sono più vicende di giorni e di notti, né di freddo o di caldo. Ivi è un continuo giorno sempre sereno, una continua primavera sempre deliziosa. Ivi non vi sono più persecuzioni o invidie; in quel regno d'amore tutti s'amano teneramente, e ciascuno gode del bene dell'altro come fosse suo. Non vi sono più timori, perché l'anima confermata in grazia non può più peccare e perdere il suo Dio. "Ecce nova facio omnia". Ogni cosa è nuova, ed ogni cosa consola e sazia. "Totum est quod velis". Ivi sarà contentata la vista, in rimirare quella città di perfetta bellezza: "Urbs perfecti decoris" (Thren 2,15). Che delizia sarebbe vedere una città, dove il pavimento delle vie fosse di cristallo, i palagi d'argento con i soffitti d'oro, e tutt'adorni di festoni di fiori? Oh quanto sarà più bella la città del paradiso! Che sarà poi vedere que' cittadini tutti vestiti alla regale, poiché tutti sono re, come parla S. Agostino: "Quot cives tot reges!" Che sarà veder Maria, che comparirà più bella che tutto il paradiso! Che sarà poi vedere l'Agnello divino, lo sposo Gesù! Santa Teresa appena vide una volta una mano di Gesu Cristo, rimase stupida per tanta bellezza. Sarà contentato l'odorato con quegli odori, ma odori di paradiso. Sarà contentato l'udito colle armonie celesti. S. Francesco intese una volta da un angelo una sola arcata di viola, ed ebbe a morirne per la dolcezza. Che sarà sentir tutt'i santi e gli angeli cantare a coro le glorie di Dio! "In saecula saeculorum laudabunt te" (Ps 83,5). Che sarà udir Maria che loda Dio! La voce di Maria in cielo, dice S. Francesco di Sales, sarà come d'un uscignuolo in un bosco, che supera il canto di tutti gli altri uccellini, che vi sono. In somma ivi son tutte le delizie, che possono desiderarsi.
Ma queste delizie sinora considerate sono i minori beni del paradiso. Il bene che fa il paradiso è il sommo bene ch'è Dio. "Totum quod exspectamus (dice S. Agostino), duae syllabae sunt, Deus". Il premio che il Signore ci promette, non sono solamente le bellezze, le armonie e gli altri gaudi di quella città beata: il premio principale è Dio medesimo, cioè il vedere e l'amare Dio da faccia a faccia. "Ego ero merces tua magna nimis" (Gen 15,1). Dice S. Agostino che se Dio facesse veder la sua faccia a' dannati, "continuo infernus ipse in amoenum converteretur paradisum". E soggiunge che se ad un'anima uscita da questa vita stesse ad eleggere o di veder Dio e star nelle pene dell'inferno, o pure di non vederlo ed esser liberata dall'inferno, "eligeret potius videre Dominum, et esse in illis poenis".
Questo gaudio di vedere e amar Dio da faccia a faccia, da noi in questa vita non può comprendersi; ma argomentiamone qualche cosa dal saper per prima che l'amor divino è così dolce, che anche in questa vita è giunto a sollevar da terra non solo l'anime, ma ancora i corpi de' santi. S. Filippo Neri fu una volta rapito in aria con tutto lo scanno a cui s'afferrò. S. Pietro d'Alcantara fu anche alzato da terra abbracciato ad un albero svelto sin dalle radici. In oltre sappiamo che i santi martiri per la dolcezza dell'amor divino giubilavano negli stessi tormenti. S. Vincenzo mentr'era tormentato, parlava in modo (dice S. Agostino) che "alius videbatur pati, alius loqui". S. Lorenzo stando sulla graticola sul fuoco, insultava il tiranno: "Versa, et manduca"; sì, dice lo stesso S. Agostino, perché Lorenzo, "hoc igne (del divino amore) accensus non sentit incendium". In oltre, che dolcezze prova un peccatore in questa terra, anche in piangere i suoi peccati! Onde dicea S. Bernardo: "Si tam dulce est flere pro te, quid erit gaudere de te". Che suavità poi non prova un'anima, a cui nell'orazione se le scopre con un raggio di luce la divina bontà, le misericordie che l'ha usate e l'amore che l'ha portato e porta Gesu Cristo! si sente allora l'anima struggere, e venir meno per l'amore. E pure in questa terra noi non vediamo Dio com'è: lo vediamo allo scuro. "Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem" (1 Cor 13,12). Al presente noi abbiamo una benda avanti gli occhi, e Dio sta sotto la portiera della fede, e non si fa da noi vedere; che sarà quando dagli occhi nostri si toglierà la benda, e s'alzerà la portiera, e vedremo Dio da faccia a faccia? vedremo quant'è bello Dio, quant'è grande, quant'è giusto, quant'è perfetto, quant'è amabile e quant'amoroso.

PUNTO III
In questa terra la maggior pena che affligge l'anime che amano Dio, e sono in desolazione, è il timore di non amare e di non essere amate da Dio. "Nescit homo, utrum amore an odio dignus sit" (Eccle 9,1). Ma nel paradiso l'anima è sicura ch'ella ama Dio, e ch'è amata da Dio; vede ch'ella è felicemente perduta nell'amor del suo Signore, e che 'l Signore la tiene abbracciata come figlia cara, e vede che quest'amore non si scioglierà mai più in eterno. Accrescerà le beate fiamme all'anima il meglio conoscere che farà allora, quale amore è stato di Dio l'essersi fatto uomo, e morire per lei! quale amore l'istituzione del SS. Sagramento, un Dio farsi cibo d'un verme! Vedrà allora anche l'anima distintamente tutte le grazie che Dio le ha fatte in liberarla da tante tentazioni e pericoli di perdersi; ed allora vedrà che quelle tribolazioni, infermità, persecuzioni e perdite, ch'ella chiamava disgrazie e castighi di Dio, sono state tutte amore e tiri della divina provvidenza per condurla al paradiso. Vedrà specialmente la pazienza che ha avuta Dio in sopportarla dopo tanti peccati, e le misericordie che le ha usate, donandole tanti lumi e tante chiamate d'amore. Vedrà lassù di quel monte beato tante anime dannate nell'inferno per meno peccati de' suoi, ed ella si vedrà già salva, che possiede Dio, ed è sicura di non avere più a perdere quel sommo bene per tutta l'eternità.
Sempre dunque il beato goderà quella felicità, che per tutta l'eternità in ogni momento gli sarà sempre nuova, come se quel momento fosse la prima volta in cui la godesse. Sempre desidererà quel gaudio, e sempre l'otterrà: sempre contenta, sempre sitibonda: sempre sitibonda, e sempre saziata; sì, perché il desiderio del paradiso non porta pena, e 'l possesso non porta tedio. In somma siccome i dannati sono vasi pieni d'ira, i beati sono vasi pieni di contento, in modo che non hanno più che desiderare. Dice S. Teresa che anche in questa terra, quando Iddio introduce un'anima nella cella del vino, cioè del suo divino amore, la rende felicemente ubbriaca, talmente ch'ella perde l'affetto a tutte le cose terrene. Ma in entrare in paradiso, oh quanto più perfettamente, come dice Davide, gli eletti "inebriabuntur ab ubertate domus tuae" (Ps 35,9). Allora avverrà che l'anima in vedere alla scoverta, e in abbracciarsi col suo sommo bene, resterà talmente inebriata d'amore, che felicemente si perderà in Dio, cioè affatto si scorderà di se stessa, e non penserà d'allora in poi che ad amare, a lodare e benedire quell'infinito bene, che possiede.
Quando dunque ci affliggono le croci di questa vita, confortiamoci a sopportarle pazientemente colla speranza del paradiso. S. Maria Egizziaca, dimandata in fine della sua vita dall'Abbate Zosimo, come avea potuto soffrire di vivere per tanti anni in quel deserto? Rispose: "Colla speranza del paradiso". S. Filippo Neri, essendogli offerta la dignità cardinalizia, buttò la berretta in aria dicendo: "Paradiso, paradiso". Fra Egidio Francescano in sentir nominare paradiso, era sollevato in aria per lo contento. Così parimenti ancora noi, quando ci vediamo angustiati dalle miserie di questa terra, alziamo gli occhi al cielo e consoliamoci, sospirando e dicendo: "Paradiso, paradiso". Pensiamo, che, se saremo fedeli a Dio, finiranno un giorno tutte queste pene, miserie e timori, e saremo ammessi in quella patria beata, dove saremo pienamente felici, mentre Dio sarà Dio. Ecco che ci aspettano i santi, ci aspetta Maria; e Gesù sta colla corona in mano, per renderci re di quel regno eterno.
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12/24/2015 9:58 PM
 
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LA PREGHIERA
Petite, et dabitur vobis... omnis enim qui petit, accipit (Luc 11,10)

PUNTO I

Non solo in questo, ma in mille luoghi dell'antico e nuovo Testamento promette Dio di esaudir chi lo prega. "Clama ad me, et exaudiam te" (Iob 33,3): Volgiti a me, ed io ti esaudirò. "Invoca me, et eruam te" (Ps 49,15): Chiamami, ed io ti libererò da' pericoli. "Si quid petieritis me in nomine meo, hoc faciam" (Io 14,14): Quel che mi domanderai per li meriti miei, tutto farò. "Quodcunque volueritis, petetis, et fiet vobis" (Io 15,7): Cercate quanto volete, basta che lo cerchiate, e vi sarà conceduto. E tanti altri passi simili. Quindi disse Teodoreto che l'orazione è una ma può ottenere tutte le cose: "Oratio cum sit una, omnia potest". Dice S. Bernardo che quando noi preghiamo, il Signore o ci darà la grazia richiesta, o un'altra per noi più utile. "Aut dabit quod petimus, aut quod nobis noverit esse utilius". Intanto ci fa animo a pregare il profeta, assicurandoci che Dio è tutto pietà verso coloro che lo chiamano in aiuto: "Tu Domine suavis, et mitis, et multae misericordiae omnibus invocantibus te" (Ps 85). E maggior animo ci fa S. Giacomo dicendo: "Si quis vestrum indiget sapientia, postulet a Deo, qui dat omnibus affluenter, nec improperat" (Iac 1,5). Dice questo apostolo che quando il Signore è pregato, allarga le mani e dona più di ciò che gli si domanda, "dat omnibus affluenter, nec improperat", né ci rimprovera i disgusti che gli abbiamo dati; quando è pregato, par che si dimentichi di tutte l'offese che gli abbiamo fatte.
Diceva S. Giovanni Climaco che la preghiera in certo modo fa violenza a Dio a concederci quanto gli cerchiamo: "Oratio pie Deo vim infert". Violenza, ma violenza che gli è cara, e da noi la desidera. "Haec vis grata Deo", scrisse Tertulliano. Sì, perché (siccome parla S. Agostino) ha più desiderio Dio di far bene a noi, che noi di riceverlo: "Plus vult ille tibi beneficia elargiri, quam tu accipere concupiscas". E la ragione di ciò si è, perché Dio di sua natura è bontà infinita: "Deus cuius natura bonitas", scrive S. Leone. E perciò ha un sommo desiderio di far parte a noi de' suoi beni. Quindi dicea S. Maria Maddalena de' Pazzi che Dio resta quasi obbligato a quell'anima, che lo prega, mentre così gli apre la via a contentare il suo desiderio di dispensare a noi le sue grazie. E Davide dicea che questa bontà del Signore in esaudire subito chi lo prega, facea conoscergli ch'Egli era il suo vero Dio: "In quacunque die invocavero te, ecce cognovi quia Deus meus es tu" (Ps 55,10). A torto taluni si lamentano (avverte S. Bernardo) che manchi loro il Signore; molto più giustamente si lamenta il Signore che molti a lui mancano, lasciando di venire a cercargli le grazie: "Multi queruntur deesse sibi gratiam, sed multo iustius gratia quereretur deesse sibi multos". E di ciò appunto par che si lamentasse un giorno il Redentore co' suoi discepoli: "Usque modo non petistis quidquam in nomine meo; petite et accipietis, ut gaudium vestrum sit plenum" (Io 16,24). Non vi lamentate di me (par che dicesse), se non siete stati pienamente felici, lamentatevi di voi, che non mi avete richieste le grazie; chiedetemele da oggi avanti e sarete contenti.
Da ciò i monaci antichi conclusero nelle loro conferenze non esservi esercizio più utile per salvarsi, che 'l sempre pregare e dire: Signore, aiutatemi: "Deus, in adiutorium meum intende". Il Ven. P. Paolo Segneri dicea di se stesso che nelle sue meditazioni prima tratteneasi in fare affetti, ma poi conoscendo la grande efficacia della preghiera, procurava per lo più di trattenersi in pregare. Facciamo noi sempre lo stesso. Abbiamo un Dio che troppo ci ama, ed è sollecito della nostra salute, e perciò sta sempre pronto ad esaudir chi lo prega. I principi della terra, dice il Grisostomo a pochi danno udienza, ma Dio la dà ad ognun che la vuole: "Aures principis paucis patent, Dei vero omnibus volentibus".

PUNTO II

Consideriamo in oltre la necessità della preghiera. Dice S. Gio. Grisostomo che siccome il corpo è morto senza l'anima, così l'anima è morta senza orazione. Dice similmente che come l'acqua è necessaria alle piante per non seccare, così l'orazione è necessaria a noi per non perderci. "Non minus quam arbores aquis, precibus indigemus". Dio vuol salvi tutti: "Omnes homines vult salvos fieri" (1 Tim 2,4). E non vuole che alcuno si perda: "Patienter agit propter vos, nolens aliquos perire, sed omnes ad poenitentiam reverti" (2 Petr 3,9). Ma vuole che noi gli domandiamo le grazie necessarie per salvarci; poiché da una parte non possiamo osservare i divini precetti e salvarci senza l'attuale aiuto del Signore; e dall'altra Egli non vuole darci le grazie (ordinariamente parlando), se non ce le cerchiamo. Che perciò disse il sagro Concilio di Trento che Dio non impone precetti impossibili, poiché o ci dona la grazia prossima ed attuale ad osservarli, oppure ci dà la grazia di cercargli questa grazia attuale: "Deus impossibilia non iubet, sed iubendo monet et facere quod possis, et petere quod non possis, et adiuvat ut possis". Mentre insegna S. Agostino che eccettuate le prime grazie, come sono la chiamata alla fede, o alla penitenza, tutte l'altre (e specialmente la perseveranza) Dio non le concede se non a chi prega: "Constat alia Deus dare etiam non orantibus, sicut initium fidei; alia nonnisi orantibus praeparasse, sicut usque in finem perseverantiam".
Da ciò concludono i Teologi con S. Basilio, S. Agostino, S. Gio. Grisostomo, Clemente Alessandrino ed altri che la preghiera agli adulti è necessaria di necessità di mezzo. Sicché senza pregare è impossibile ad ognuno il salvarsi. E ciò dice il dottissimo Lessio doversi tener di fede: "Fide tenendum est orationem adultis ad salutem esse necessariam, ut colligitur ex Scripturis".
Le Scritture son chiare. "Oportet semper orare" (Luc 18,1). "Orate, ut non intretis in tentationem" (Io 4,2). "Petite, et accipietis" (Io 16,24). "Sine intermissione orate" (1 Thess 5,17). Or le suddette parole: "Oportet, orate, petite" secondo la sentenza comune de' dottori con S. Tommaso importano precetto, che obbliga sotto colpa grave specialmente in tre casi: 1. quando l'uomo sta in peccato; 2. quando è in pericolo di morte; 3. quando è in grave pericolo di peccare; e ordinariamente poi insegnano i dottori che chi per un mese, o al più due non prega, non è scusato da peccato mortale. La ragione è, perché la preghiera è un mezzo, senza di cui non possiamo ottenere gli aiuti necessari a salvarci da' peccati.
"Petite, et accipietis". Chi cerca ottiene; dunque, dice S. Teresa, chi non cerca non ottiene. E prima lo disse S. Giacomo: "Non habetis, propter quod non postulatis" (Iac 4,2). E specialmente è necessaria la preghiera, per ottenere la virtù della continenza. "Et ut scivi, quia aliter non possum esse continens, nisi Deus det... adii Dominum, et deprecatus sum" (Sap 8,21). Concludiamo questo punto. Chi prega, certamente si salva; chi non prega, certamente si danna. Tutti coloro che si son salvati, si son salvati col pregare. Tutti coloro che si son dannati, si son dannati per non pregare; e questa è, e sarà per sempre la loro maggior disperazione nell'inferno, l'aversi potuto così facilmente salvare col pregare, ed ora non essere più a tempo di farlo.

PUNTO III

Consideriamo per ultimo le condizioni della preghiera. Molti pregano e non ottengono, perché non pregano come si dee. "Petitis et non accipitis, eo quod male petatis" (Iac 4,3). Per ben pregare primieramente vi bisogna umiltà. "Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam" (Iac 4,6). Dio non esaudisce le domande de' superbi, ma all'incontro non fa partire da sé le preghiere degli umili senza esaudirle. "Oratio humiliantis se nubes penetrabit, et non discedet, donec Altissimus aspiciat" (Eccli 35,21). E ciò, benché per lo passato sieno stati peccatori. "Cor contritum et humiliatum Deus non despicies" (Ps 50). Per secondo vi bisogna confidenza. "Nullus speravit in Domino, et confusus est" (Eccli 2,11). A tal fine ci insegnò Gesù Cristo che cercando le grazie a Dio non lo chiamiamo con altro nome che di Padre (Pater noster); acciocché lo preghiamo con quella confidenza, con cui ricorre un figlio al proprio padre. Chi cerca dunque con confidenza ottiene tutto: "Omnia quaecunque orantes petitis, credite quia accipietis, et evenient vobis" (Marc 11). E chi può temere, dice S. Agostino, ch'abbia a mancargli ciò che gli viene promesso dalla stessa verità ch'è Dio? "Quis falli metuit, dum promittit veritas?". Non è Dio come gli uomini, dice la Scrittura, che promettono e poi mancano, o perché mentiscono allorché promettono, o pure perché poi mutano volontà: "Non est Deus quasi homo, ut mentiatur, nec ut mutetur; dixit ergo, et non faciet?" (Num 23). E perché mai, soggiunge lo stesso S. Agostino, tanto ci esorterebbe il Signore a chieder le grazie, se non ce le volesse concedere? "Non nos hortaretur ut peteremus nisi dare vellet". Col promettere Egli si è obbligato a concederci le grazie che gli domandiamo: "Promittendo debitorem se fecit".
Ma dirà colui: Io son peccatore e perciò non merito d'esser esaudito. Ma risponde S. Tommaso che la preghiera in impetrar le grazie non si appoggia a' nostri meriti, ma alla divina pietà: "Oratio in impetrando non innititur nostris meritis, sed soli divinae misericordiae". "Omnis qui petit accipit" (Luc 11,10). Commenta l'autor dell'Opera imperfetta: "Omnis sive iustus, sive peccator sit". Ma in ciò il medesimo nostro Redentore ci tolse ogni timore, dicendo: "Amen, amen dico vobis, si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vobis" (Io 16,23). Peccatori, (come dicesse) se voi non avete merito, l'ho io appresso mio Padre: cercate dunque in nome mio, ed io vi prometto che avrete quanto dimandate. Qui non però bisogna intendere che tal promessa non è fatta per le grazie temporali, come di sanità, di beni di fortuna e simili, poiché queste grazie molte volte il Signore giustamente ce le nega, perché vede che ci nocerebbero alla salute eterna. "Quid infirmo sit utile, magis novit medicus, quam aegrotus", dice S. Agostino. E soggiunge, che Dio nega ad alcuno per misericordia quel che concede ad un altro per ira: "Deus negat propitius, quae concedit iratus". Onde le grazie temporali debbon da noi cercarsi sempre con condizione, se giovano all'anima. Ma all'incontro le spirituali, come il perdono, la perseveranza, l'amor divino e simili debbon chiedersi assolutamente con fiducia ferma di ottenerle. "Si vos cum sitis mali (disse Gesù Cristo), nostis bona data dare filiis vestris, quanto magis Pater vester de coelo dabit spiritum bonum petentibus se?" (Luc 11,13).
Bisogna sopra tutto la perseveranza in pregare. Dice Cornelio a Lapide che il Signore "vult nos esse perseverantes in oratione usque ad importunitatem". E ciò significano quelle Scritture: "Oportet semper orare" (Luc 11). "Vigilate omni tempore orantes" (Luc 21,36). "Sine intermissione orate" (1 Thess. 5,17). Ciò significano ancora quelle parole replicate: "Petite, et accipietis; quaerite, et invenietis; pulsate, et aperietur vobis" (Luc 11,9). Bastava l'aver detto "petite"; ma no, volle il Signore farc'intendere che dobbiamo fare come i mendici, che non lasciano di cercare d'insistere e di bussare la porta sin tanto che non han la limosina. E specialmente la perseveranza finale è una grazia che non si ottiene senza una continua orazione. Questa perseveranza non si può meritare da noi, ma colle preghiere, dice S. Agostino, che in certo modo si merita: "Hoc Dei donum suppliciter emereri potest: idest supplicando impetrari". Preghiamo dunque sempre, e non lasciamo di pregare, se vogliamo salvarci. E chi è confessore, o predicatore, non lasci mai di esortare a pregare, se vuole veder salvate l'anime. E come dice S. Bernardo, ricorriamo ancora sempre all'intercessione di Maria: "Quaeramus gratiam, et per Mariam quaeramus; quia quod quaerit invenit et frustrari non potest".
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12/24/2015 10:01 PM
 
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LA PERSEVERANZA
Qui perseveraverit usque in finem, hic salvus erit (Matth 24,13)

PUNTO I

Dice S. Girolamo che molti cominciano bene, ma pochi son quelli che perseverano: "Incipere multorum est, perseverare paucorum". Cominciò bene un Saulle, un Giuda, un Tertulliano; ma poi finirono male, perché non perseverarono nel bene. "Non quaeruntur in christianis initia, sed finis". Il Signore (siegue a dire il santo) non richiede solamente i principii della buona vita, ma anche il fine; il fine è quello che otterrà il premio. Dice S. Bonaventura che alla sola perseveranza si dà la corona: "Sola perseverantia coronatur". Che perciò S. Lorenzo Giustiniani chiamava la perseveranza la porta del cielo: "coeli ianuam". Dunque non può entrare in paradiso, chi non trova la porta per entrarvi. Fratello mio, voi al presente avete lasciato il peccato, e giustamente sperate d'essere stato perdonato. Siete dunque amico di Dio, ma sappiate che non ancora siete salvo. E quando sarete salvo? Quando avrete perseverato sino alla fine: "Qui perseveraverit usque in finem, hic salvus erit". Avete cominciata la buona vita, ringraziate il Signore; ma vi avverte S. Bernardo che a chi comincia è solamente promesso il premio, ma poi solamente vien dato a chi persevera: "Incohantibus praemium promittitur, perseverantibus datur". Non basta correre al pallio, ma bisogna correre sino a prenderlo: "Sic currite, ut comprehendatis", dice l'Apostolo (1 Cor 9,24).
Or già avete posta la mano all'aratro, avete principiato a viver bene; ma ora piucché mai temete e tremate. "Cum metu et tremore vestram salutem operamini" (Philip 2,12). E perché? perché se (non voglia mai Dio) vi voltate a guardare indietro e ritornate alla mala vita, Dio vi dichiarerà escluso dal paradiso. "Nemo mittens manum ad aratrum, et respiciens retro, aptus est regno Dei" (Luc 9,62). Ora per grazia del Signore fuggite le male occasioni, frequentate i sagramenti, fate ogni giorno la meditazione; beato voi se seguite a far così, e così facendo vi troverà Gesù Cristo, quando verrà a giudicarvi: "Beatus ille servus, quem cum venerit Dominus eius, invenerit sic facientem" (Matth 24,46). Ma non credete che ora che vi siete posto a servire a Dio, sian quasi finite, o mancate le tentazioni; udite quel che vi dice lo Spirito Santo: "Fili, accedens ad servitutem Dei, praepara animam tuam ad tentationem" (Eccli 2,1). Sappiate che or più che mai dovete apparecchiarvi alle battaglie; perché i nemici, il mondo, il demonio e la carne or più che mai si armeranno a combattervi, per farvi perdere quanto avete acquistato. Dice Dionisio Cartusiano che quanto più alcuno si dà a Dio, tanto più l'inferno cerca di abbatterlo: "Quanto quis fortius nititur Deo servire, tanto acrius contra eum saevit adversarius". E ciò sta abbastanza espresso nel Vangelo di S. Luca, dove si dice: "Cum immundus spiritus exierit ab homine, quaerens requiem et non inveniens, dicit: Revertar in domum meam, unde exivi. Tunc vadit, et assumit septem alios spiritus nequiores se, et ingressi habitant ibi; et fiunt novissima eorum peiora prioribus" (Luc 11,24). Il demonio quando è discacciato da un'anima, non trova riposo e mette tutta l'opera per ritornare ad entrarvi, chiama anche compagni in aiuto, e se gli riesce di rientrarvi, sarà assai più grande per quell'anima la seconda ruina, che non fu la prima.
Andate dunque considerando di qual'armi avete ad avvalervi, per difendervi da questi nemici e conservarvi in grazia di Dio. Per non esser vinto dal demonio, non v'è altra difesa che l'orazione. Dice S. Paolo che noi non abbiamo a combattere contra uomini come noi di carne e sangue, ma contra i principi dell'inferno: "Non est nobis colluctatio adversus carnem et sanguinem, sed adversus principes et potestates" (Eph 6,12). E vuole con ciò avvertirci che noi non abbiamo forze da resistere a tali potenze, onde abbiamo bisogno che Dio ci aiuti. Coll'aiuto divino potremo tutto: "Omnia possum in eo qui me confortat" (Phil 4,13): così egli dicea, e così dobbiamo dire ciascuno di noi. Ma quell'aiuto non si dona, se non a chi lo domanda coll'orazione. "Petite, et accipietis". Non ci fidiamo dunque de' nostri propositi; se mettiamo a questi confidenza, sarem perduti: tutta la confidenza, quando siam tentati dal demonio, mettiamola all'aiuto di Dio con raccomandarci allora a Gesù Cristo ed a Maria SS. E specialmente dobbiamo ciò fare, quando siam tentati contro la castità, poiché questa tentazione fra tutte è la più terribile, ed è quella con cui il demonio riporta più vittorie. Noi non abbiamo forza di conservar la castità. Iddio ce l'ha da dare. Dicea Salomone: "Et ut scivi quoniam aliter non possum esse continens, nisi Deus det... adii Dominum, et deprecatus sum illum" (Sap 8,21). Bisogna dunque in tale tentazione subito ricorrere a Gesù Cristo ed alla sua santa Madre, invocando allora spesso i loro SS. nomi di Gesù, e di Maria. Chi fa così, vincerà; chi non fa così, sarà perduto.

PUNTO II

Vediamo ora, come si ha da vincere il mondo. È un gran nemico il demonio, ma peggiore è il mondo. Se 'l demonio non s'avvalesse del mondo e degli uomini cattivi (per cui s'intende il mondo), non riporterebbe le vittorie che ottiene. Il Redentore non tanto ci avvertì a guardarci da' demoni, quanto dagli uomini: "Cavete autem ab hominibus" (Matth 10,17). Gli uomini spesso son peggiori de' demonii, perché i demonii fuggono all'orazione e all'invocarsi i nomi SS. di Gesù e di Maria; ma i mali compagni se tentano alcuno a peccare, e quegli risponde qualche parola spirituale, essi non fuggono, ma più lo tentano e lo deridono, chiamandolo uomo vile, senza creanza, che non vale a niente; e quand'altro non possono dire, lo chiamano ippocrita che finge santità. E certe anime deboli, per non sentire questi rimproveri o derisioni, miseramente si accompagnano con quei ministri di Lucifero e tornano al vomito. Fratello mio, persuadetevi, che se volete viver bene, avete da esser senza meno burlato e vilipeso da' malvagi. "Abominantur impii eos, qui in recta sunt via" (Prov 29,27). Chi vive male, non può vedere coloro che vivon bene; e perché? perché la loro vita è loro un continuo rimprovero, e perciò vorrebbero che tutti l'imitassero, per non avere la pena del rimorso che loro cagiona la buona vita degli altri. Non v'è rimedio (dice l'Apostolo), chi serve Dio ha da essere perseguitato dal mondo. "Omnes qui pie volunt vivere in Christo Iesu, persecutionem patientur" (2 Tim 3,12). Tutt'i santi sono stati perseguitati. Chi più santo di Gesù Cristo? e 'l mondo lo perseguitò, sino a farlo morir svenato in una croce.
Non v'è riparo a ciò, perché le massime del mondo sono tutte contrarie a quelle di Gesù Cristo. Quel ch'è stimato dal mondo, da Gesù Cristo è chiamata pazzia: "Sapientia enim huius mundi stultitia est apud Deum" (1 Cor 3,19). All'incontro il mondo chiama pazzia ciò, ch'è stimato da Gesù Cristo, come sono le croci, i dolori, i disprezzi. "Verbum enim crucis pereuntibus quidem stultitia est" (1 Cor 1,18). Ma consoliamoci, che se i cattivi ci maledicono e ci vituperano, Iddio ci benedice e ci loda. "Maledicent illi, et tu benedices" (Ps 108,28). Non ci basta forse l'esser lodati da Dio, da Maria, da tutti gli angeli, da' santi e da tutti gli uomini da bene? Lasciamo dunque lor dire a' peccatori quello che vogliono, e seguitiamo noi a dar gusto a Dio, ch'è così grato e fedele con chi lo serve. Con quanta maggior ripugnanza e contraddizione faremo il bene, tanto sarà maggiore il gusto di Dio e 'l merito nostro. Figuriamoci, come nel mondo non vi fosse altro che Dio e noi. Quando questi malvagi ci burlano, raccomandiamoli al Signore; ed all'incontro ingraziamo Dio, che dà luce a noi, che non dona a questi miserabili, e seguiamo il nostro cammino. Non ci vergogniamo di comparir cristiani, perché se noi ci vergogniamo di Gesù Cristo, Egli si protesta che si vergognerà pur di noi e di tenerci alla sua destra nel giorno del giudizio: "Nam qui me erubuerit, et meum sermonem, hunc Filius hominis erubescet, cum venerit in maiestate sua" (Luc 9,26).
Se vogliamo salvarci, bisogna che ci risolviamo a patire e a farci forza, anzi violenza. "Arcta est via, quae ducit ad vitam" (Matth 7,14). "Regnum coelorum vim patitur, et violenti rapiunt illud" (Matth 11,12). Chi non si fa forza, non si salva. Non ci è rimedio, poiché abbiamo da andare contro la nostra natura ribelle, se vogliamo praticare il bene. Specialmente dobbiamo farci forza al principio, per estirpare i mal'abiti ed acquistare i buoni; perché fatto poi il buon abito, si rende facile, anzi dolce l'osservanza della divina legge. Disse il Signore a S. Brigida che chi nel praticar la virtù con pazienza, ed animo soffrisce le prime punture delle spine, dopo le spine gli diventeranno rose. Sta attento dunque, cristiano mio, Gesù Cristo ora ti dice quel che disse al paralitico: "Ecce sanus factus es, iam noli peccare, ne deterius tibi contingat" (Io 5,14). Intendi (ripiglia S. Bernardo), se per disgrazia ricadi, sappi che la tua ruina sarà peggiore di tutte le tue prime cadute: "Audis: recidere quam incidere esse deterius". Guai dice il Signore a coloro, che prendono la via di Dio, e poi la lasciano. "Vae, filii desertores" (Is 30,1). Questi tali son puniti, come ribelli della luce: "Ipsi fuerunt rebelles lumini" (Iob 24,13). E 'l castigo di questi ribelli che sono stati favoriti da Dio d'una gran luce, e poi gli sono infedeli, è il restar ciechi, e così finir la vita ne' loro peccati: "Si autem averterit se iustus a iustitia sua... nunquid vivet? omnes iustitiae eius, quas fecerat, non recordabuntur... in peccato morietur" (Ezech 18,24).

PUNTO III

Veniamo al terzo nemico, ch'è il peggiore di tutti, cioè la carne; e vediamo come abbiamo a difendercene. Per prima, coll'orazione; ma ciò l'abbiam già considerato di sopra. Per secondo col fuggir l'occasione, e questo vogliamo ora ben ponderare. Dice S. Bernardino da Siena che il più grande di tutti i consigli, anzi quasi il fondamento della religione, è il consiglio di fuggir le occasioni pericolose: "Inter consilia Christi unum celeberrimum, et quasi religionis fundamentum est, fugere peccatorum occasiones". Confessò una volta il demonio costretto dagli esorcismi, che tra tutte le prediche quella che più gli dispiace, è la predica della fuga dell'occasione; e con ragione, perché il demonio si ride di tutti i propositi e promesse che fa un peccator che si pente, se colui non lascia l'occasione. L'occasione specialmente in materia di piaceri di senso è come una benda che si mette avanti gli occhi, e non fa vedere più alla persona né propositi fatti, né lumi ricevuti, né verità eterne, in somma la fa scordare di tutto e la rende come cieca. Questa fu la causa della ruina de' nostri primi progenitori, il non fuggir l'occasione. Dio avea proibito anche di toccare il frutto vietato: "Praecepit nobis Deus (disse Eva al serpente) ne comederemus, et ne tangeremus illud" (Gen 3). Ma l'incauta "vidit, tulit, comedit". Prima cominciò a mirare il pomo, dipoi lo prese in mano, e poi lo mangiò. Chi volontariamente si mette nel pericolo, in quello resterà perduto. "Qui amat periculum, in illo peribit" (Eccli 3,27). Dice S. Pietro che il demonio "circuit quaerens quem devoret"; onde per rientrare in un'anima da cui è stato discacciato (dice S. Cipriano), che fa? va trovando l'occasione: "Explorat an sit pars, cuius aditu penetretur". Se l'anima si lascia indurre a mettersi nell'occasione, già di nuovo entrerà in lei il nemico e la divorerà. Dice in oltre Guerrico Abbate che Lazzaro risorse legato, "prodiit ligatus manibus, et pedibus"; e risorgendo così, tornò a morire. Povero (vuol dire questo autore) chi risorge dal peccato, ma risorge legato dall'occasione; questi ancorché risorgesse, pure tornerà a morire. Chi dunque vuole salvarsi, bisogna che lasci non solo il peccato, ma anche l'occasione di peccare, cioè quel compagno, quella casa, quella corrispondenza.
Ma dirai, ora ho mutata vita e non ci ho più mal fine con quella persona, anzi neppure tentazione. Rispondo: Nella Mauritania narrasi esservi certe orse, che vanno a caccia delle scimie; le scimie, vedendo l'orsa, si salvano sugli alberi, e l'orsa si stende sotto l'albero e si finge morta; quando poi vede scese le scimie, s'alza, le afferra e le divora. Così fa il demonio; fa vedere morta la tentazione, ma quando la persona è scesa poi a mettersi nell'occasione, fa sorgere la tentazione che la divora. Oh quante misere anime che frequentavano l'orazione, la comunione, e che poteano chiamarsi sante, col porsi poi all'occasione son rimaste preda dell'inferno. Si riferisce nell'Istorie ecclesiastiche che una santa matrona, la quale facea l'officio pietoso di seppellire i martiri, una volta ne trovò uno, il quale non era ancora spirato, lo portò in sua casa, quegli guarì; che avvenne? coll'occasione vicina questi due santi (come poteano chiamarsi) prima perderono la grazia di Dio e poi anche la fede.
Ordinò il Signore ad Isaia che predicasse che ogni uomo è fieno: "Clama, omnis caro foenum" (Is 40,6). Qui riflette il Grisostomo e dice: È possibile che 'l fieno non arda, quando v'è posto il fuoco? "Lucernam in foenum pone, ac tum aude negare, quod foenum exuratur". E così dice poi S. Cipriano, è impossibile star nelle fiamme e non bruciare: "Impossibile est flammis circumdari, et non ardere". La fortezza nostra, ci avverte il profeta, è come la fortezza della stoppa posta nella fiamma. "Et erit fortitudo vestra ut favilla stupae" (Is 1,32). Parimenti dice Salomone, pazzo sarebbe chi pretendesse camminar sulle brace senza bruciarsi: "Nunquid potest homo ambulare super prunas, ut non comburantur plantae eius?" (Prov 6,17). E così ancora è pazzo chi pretende di porsi all'occasione, senza cadere. Bisogna dunque fuggire dal peccato come dalla faccia del serpente: "Quasi a facie colubri fuge peccatum" (Eccli 21,1). Bisogna fuggire non solo il morso del serpe, dice Galfrido, non solo il toccarlo, ma anche l'accostarsegli vicino: "Fuge etiam tactus, etiam accessum". Ma quella casa, tu dici, quell'amicizia giova agl'interessi miei. Ma se vedi già che quella casa è via dell'inferno per te "via inferi domus eius" (Prov 7,27), non ci è rimedio bisogna che la lasci, se vuoi salvarti. Ancorché fosse l'occhio tuo destro, dice il Signore, se vedi che ti è causa di dannarti, bisogna che lo svelli e lo gitti da te lontano. "Si oculus tuus dexter scandalizat te, erue eum, et proiice abs te" (Matth 5,30). E si noti la parola "abs te"; bisogna gittarlo non vicino, ma lontano: viene a dire che bisogna togliere ogni occasione. Dicea S. Francesco d'Assisi che il demonio tenta d'altra maniera le persone spirituali, che si son date a Dio, di quella che tenta i malviventi; al principio non cerca di legarle con una fune, si contenta legarle con un capello, poi le lega con un filo, poi con uno spago, indi con una fune, e così finalmente le strascina al peccato. E perciò chi vuol esser libero da questo pericolo, bisogna che spezzi a principio tutti i capelli, tutte le occasioni, quei saluti, quei regali, quei biglietti, e simili. E parlando specialmente di chi ha avuto l'abito nel vizio impuro, non gli basterà il fuggire le occasioni prossime: s'egli non fuggirà anche le rimote, pure tornerà a cadere.
È necessario a chi vuole veramente salvarsi stabilire e rinnovare continuamente la risoluzione di non volersi più separare da Dio, con andare spesso replicando quel detto de' santi: "Si perda tutto, e non si perda Dio". Ma non basta il solo risolvere di non volerlo più perdere, bisogna pigliare anche i mezzi per non perderlo. E il primo mezzo è il fuggir le occasioni, del che già si è parlato. Il 2. è frequentare i sacramenti della confessione e comunione. In quella casa che spesso si scopa, non ci regnano l'immondezze. Colla confessione si mantiene purgata l'anima, e con essa non solamente s'ottiene la remissione delle colpe, ma ancora l'aiuto per resistere alle tentazioni. La comunione poi si chiama pane celeste, perché siccome il corpo non può vivere senza il cibo terreno, così l'anima non può vivere senza questo cibo celeste. "Nisi manducaveritis carnem Filii hominis, et biberitis eius sanguinem, non habebitis vitam in vobis" (Io 6,54). All'incontro a chi spesso mangia questo pane, sta promesso che viverà in eterno: "Si quis manducaverit ex hoc pane, vivet in aeternum" (Io 6,52). Che perciò il Concilio di Trento chiama la comunione medicina che ci libera da' peccati veniali, e ci preserva da' mortali: "Antidotum quo liberamur a culpis quotidianis, et a peccatis mortalibus praeservamur". Il 3. mezzo è la meditazione, o sia l'orazione mentale. "Memorare novissima tua, et in aeternum non peccabis" (Eccli 7,40). Chi tiene avanti gli occhi le verità eterne, la morte, il giudizio, l'eternità, non caderà in peccato. Iddio nella meditazione c'illumina: "Accedite ad eum, et illuminamini" (Ps 33,6). Ivi ci parla e ci fa intendere quel che abbiamo da fuggire e quel che abbiamo da fare. "Ducam eam in solitudinem, et loquar ad cor eius" (Osea 2,14). La meditazione poi è quella beata fornace, dove si accende il divino amore. "In meditatione mea exardescet ignis" (Ps 38,4). In oltre, come già più volte si è considerato, per conservarsi in grazia di Dio è assolutamente necessario il sempre pregare e chiedere le grazie che ci abbisognano; chi non fa l'orazione mentale, difficilmente prega, e non pregando certamente si perderà.
Bisogna dunque pigliare i mezzi per salvarsi e fare una vita ordinata. Nella mattina al levarsi fare gli atti cristiani di ringraziamento, amore, offerta e proposito, colla preghiera a Gesù ed a Maria, che lo preservino in quel giorno da' peccati. Dopo far la meditazione e sentir la Messa. Nel giorno poi la lezione spirituale, la visita al SS. Sagramento ed alla divina Madre. Nella sera il Rosario, e l'esame di coscienza. La comunione più volte la settimana, secondo il consiglio del direttore, che stabilmente dee tenersi. Sarebbe molto utile ancor far gli esercizi spirituali in qualche casa religiosa. Bisogna onorare ancora con qualche ossequio speciale Maria SS. per esempio col digiuno del sabato. Ella si chiama Madre della perseveranza, e la promette a chi la serve: "Qui operantur in me, non peccabunt" (Eccli 24,31). Sopra tutto bisogna sempre domandare a Dio la santa perseveranza, e specialmente in tempo di tentazioni, invocando allora più spesso i nomi SS. di Gesù e di Maria, finché la tentazione persiste. Se farete così certamente vi salverete: e se non lo farete, certamente vi dannerete.
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12/24/2015 10:03 PM
 
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LA CONFIDENZA NEL PATROCINIO DI MARIA SANTISSIMA
Qui invenerit me, inveniet vitam, et hauriet salutem a Domino (Prov 8,35)

PUNTO I

Quanto dobbiamo ringraziare la misericordia del nostro Dio in averci data Maria per avvocata, che colle sue preghiere può ottenerci tutte le grazie che desideriamo. "O certe Dei nostri mira benignitas (esclama S. Bonaventura), qui suis reis te Dominam tribuit advocatam, ut auxilio tuo quod volueris valeas impetrare". Peccatori, fratelli miei, se ci troviamo rei colla divina giustizia e già condannati all'inferno per li nostri peccati, non ci disperiamo, ricorriamo a questa divina Madre, mettiamoci sotto il suo manto, ed ella ci salverà. Buona intenzione ci vuole di voler mutar vita: buona intenzione e confidenza grande in Maria, e saremo salvi. E perché? perché Maria è un'avvocata "potente", un'avvocata "pietosa", un'avvocata "che desidera di salvar tutti".
In primo luogo consideriamo che Maria è un'avvocata "potente", che può tutto appresso il giudice a beneficio de' suoi divoti. Questo è un privilegio singolare, concedutole dallo stesso giudice ch'è suo Figlio: "Grande privilegium, quod Maria apud Filium sit potentissima" (S. Bonaventura). Dice Gio. Gersone che la B. Vergine niente chiede da Dio con volontà assoluta, che non l'ottenga; e ch'ella come regina manda gli angeli ad illuminare, purgare e perfezionare i suoi servi. Perciò la Chiesa affin d'infonderci confidenza verso questa grande avvocata, ce la fa invocare col nome di Vergine potente: "Virgo potens, ora pro nobis". E perché il patrocinio di Maria è così potente? perché Ella è Madre di Dio. "Oratio Deiparae", dice S. Antonino, "habet rationem imperii, unde impossibile est eam non exaudiri". Le preghiere di Maria, essendo ella madre, hanno una certa ragion di comando appresso Gesù Cristo: e perciò è impossibile ch'ella, quando prega, non sia esaudita. Dice S. Giorgio Arcivescovo di Nicomedia che 'l Redentore, quasi per soddisfare all'obbligo ch'Egli ha a questa madre, per avergli dato l'esser umano, esaudisce tutte le sue dimande: "Filius quasi exsolvens debitum, petitiones tuas implet". Quindi S. Teofilo Vescovo d'Alessandria lasciò scritto così: "Il Figliuolo gradisce d'esser pregato da sua Madre, perché vuole accordarle quanto gli domanda, per così ricompensare il favore da lei ricevuto in avergli data la carne". Che perciò il martire S. Metodio esclamava: "Euge, euge, quae debitorem habes Filium! Deo enim universi debemus, tibi autem ille debitor est". Rallegrati, rallegrati, o Maria, che hai la sorte di avere per debitore quel Figlio, a cui tutti noi siam debitori, poiché quanto abbiamo, tutto è suo dono.
Quindi dicea Cosma Gerosolimitano che l'aiuto di Maria è onnipotente: "Omnipotens auxilium tuum, o Maria". Sì, è onnipotente, lo conferma Riccardo di S. Lorenzo, mentr'è giusto che la Madre partecipi della potestà del Figlio; il Figlio dunque ch'è onnipotente ha fatta onnipotente la Madre: "Cum autem eadem sit potestas Filii, et Matris, ab omnipotente Filio omnipotens Mater facta est". Il Figlio è onnipotente per natura, la Madre è onnipotente per grazia; viene a dire ch'Ella ottiene colle sue preghiere quanto dimanda, secondo quel celebre verso: "Quod Deus imperio, tu prece, Virgo, potes". E ciò appunto fu rivelato a S. Brigida. Un giorno questa santa intese che Gesù parlando con Maria le disse: "Pete quod vis a me, non enim potest esse inanis petitio tua". Madre mia, cercami quanto vuoi, sai che qualunque tua domanda non può non esser da me esaudita. E poi ne soggiunse la ragione: "Quia tu mihi nihil negasti in terris. Ego nihil tibi negabo in coelis". Voi niente mi avete negato vivendo in terra, è ragione ch'io niente vi neghi ora che state meco in cielo.
In somma non v'è alcuno, quantunque scelerato, che Maria non possa salvarlo colla sua intercessione. "Habes vires insuperabiles (le dicea S. Gregorio Nicomediense), ne clementiam tuam superet multitudo peccatorum. Nihil tuae resistit potentiae; tuam enim gloriam Creator existimat esse propriam". O Madre di Dio, niente può resistere alla vostra potenza, giacché il vostro Creatore stima la gloria vostra come propria. Voi dunque tutto potete, le dice anche S. Pier Damiani, mentre potete salvare ancora i disperati. "Nihil tibi impossibile, quae etiam desperatos in spem salutis potes relevare".

PUNTO II

Consideriamo in secondo luogo che Maria è un'avvocata quanto potente, altrettanto "pietosa", che non sa negare il suo patrocinio ad ognuno che a lei ricorre. Gli occhi del Signore, dice Davide, stan rivolti sopra de' giusti, ma questa Madre di misericordia (come dice Riccardo di S. Lorenzo) tiene gli occhi sopra de' giusti, come sopra de' peccatori, acciocché o non cadano, o se mai son caduti, colla sua intercessione ella gli sollevi: "Sed oculi Dominae super iustos et peccatores, sicut oculi matris ad puerum, ne cadat; vel si ceciderit, ut sublevet". Dicea S. Bonaventura che guardando Maria gli parea di guardare la stessa misericordia: "Certe Domina, cum te aspicio, nihil nisi misericordiam cerno". Quindi ci esorta S. Bernardo a raccomandarci in tutti i nostri bisogni a questa potente avvocata con gran confidenza, poiché ella è tutta dolce e benigna con ognuno che a lei si raccomanda: "Quid ad Mariam accedere trepidat humana fragilitas? nihil austerum in ea, nihil terribile, tota suavis est". Perciò Maria è chiamata uliva: "Quasi oliva speciosa in campis" (Eccli 24). Siccome dall'uliva non esce altro che olio, simbolo della pietà, così dalle mani di Maria non escono che grazie e misericordie, ch'ella dispensa a tutti coloro che si ricoverano sotto il suo patrocinio. Onde con ragione Dionisio Cartusiano la chiama l'avvocata di tutti i peccatori, che a lei ricorrono: "Advocata omnium iniquorum ad se confugientium". Oh Dio, e qual pena avrà un cristiano che si dannerà, pensando che potea in vita salvarsi con tanta facilità, ricorrendo a questa Madre di misericordia, e non l'ha fatto, e poi non sarà più a tempo di farlo! Disse la B. Vergine un giorno a S. Brigida: Io son chiamata la Madre della misericordia, e tale io sono, perché tale mi ha fatta la misericordia di Dio: "Ego vocor ab omnibus mater misericordiae, et vere misericordia illius misericordem me fecit". Ed in verità chi ci ha data questa avvocata a difenderci, se non la misericordia di Dio, perché ci vuole salvi? "Ideo miser erit (soggiunse Maria) qui ad misericordiam, cum possit, non accedit". Misero disse, e misero in eterno sarà chi potendo in questa vita raccomandarsi a me, che sono così benigna e pietosa con tutti, infelice non ricorre e si danna.
Forse temiamo, dice S. Bonaventura, che cercando aiuto a Maria, ella ce lo neghi? No, dice il santo: "Ipsa enim non misereri ignorat, et miseris non satisfacere nunquam scivit". No che non sa, né ha saputo mai Maria lasciar di compatire e di aiutare qualunque miserabile che a lei è ricorso. Non sa, né può farlo, perché ella ci è stata assegnata da Dio per regina e madre di misericordia: come regina di misericordia ella è tenuta ad aver cura de' miseri: "Tu Regina misericordiae (le dice S. Bernardo), et qui subditi misericordiae, nisi miseri?". Onde il santo poi per umiltà le soggiungea così: Giacché Voi dunque, o Madre di Dio, siete la regina della misericordia, dovete avere più cura di me, che fra tutti sono il peccatore più misero: "Tu regina misericordiae, et ego miserrimus peccator, subditorum maximus; rege nos ergo, o regina misericordiae". Come madre poi di misericordia dee attendere a liberar dalla morte i suoi figli infermi, de' quali la sola sua pietà ne la rende madre. Pertanto S. Basilio la chiama, "publicum valetudinarium", pubblico spedale. Gli spedali pubblici son fatti per gl'infermi poveri, e chi è più povero, ha più ragione d'esservi accolto; e così, secondo S. Basilio, Maria dee accogliere con maggior pietà ed attenzione i peccatori più grandi, che a lei ricorrono.
Ma non dubitiamo della pietà di Maria. Un giorno S. Brigida intese che 'l Salvatore diceva alla Madre: "Etiam diabolo misericordiam exhiberes, si humiliter peteret". Lucifero il superbo non si umilierà mai a far questo, ma se il misero si umiliasse a questa divina Madre, e la pregasse ad aiutarlo, Maria colla sua intercessione lo caccerebbe dall'inferno. Con ciò volle darci ad intendere Gesù Cristo ciò che Maria stessa poi disse alla santa che quando ricorre a Lei un peccatore, quantunque sia grande, ella non guarda i peccati che porta, ma l'intenzione con cui viene; che se viene con buona volontà d'emendarsi, ella l'accoglie e lo guarisce da tutte le piaghe che tiene: "Quantumcunque homo peccat, si ex vera emendatione ad me reversus fuerit, statim parata sum recipere revertentem: nec attendo quantum peccaverit, sed cum quali voluntate venit. Nam non dedignor eius plagas ungere et sanare; quia vocor, et vere sum mater misericordiae". Quindi ci fa animo S. Bonaventura: "Respirate ad illam, perditi peccatores, et perducet vos ad portum". Poveri peccatori perduti, non vi disperate, alzate gli occhi a Maria, e respirate confidando alla pietà di questa buona madre. Cerchiamo dunque (dice S. Bernardo) la grazia perduta, e cerchiamola per mezzo di Maria: "Quaeramus gratiam, et per Mariam quaeramus". Questa grazia da noi perduta, ella l'ha ritrovata, dice Riccardo di S. Lorenzo; dunque a lei dobbiamo portarci per ricuperarla: "Cupientes invenire gratiam, quaeramus inventricem gratiae". Quando S. Gabriele andò ad annunziare a Maria la divina maternità, tra l'altre cose le disse: "Ne timeas Maria, invenisti gratiam" (Luc 1). Ma se Maria non fu mai priva della grazia, anzi ne fu sempre piena, come potea dirle ch'ella l'avesse ritrovata? Risponde Ugon Cardinale che Maria non ritrovò la grazia per sé, perch'ella sempre l'avea goduta, ma per noi che l'abbiam perduta: onde dice Ugone che dobbiamo a lei andare e dirle: Signora, la roba dee restituirsi a chi l'ha perduta; questa grazia da Voi ritrovata non è già vostra, perché Voi l'avete sempre posseduta; ella è nostra, noi l'abbiamo per nostra colpa perduta, e a noi dunque dovete renderla: "Currant ergo, currant peccatores ad Virginem, qui gratiam amiserant peccando; secure dicant: Redde nobis rem nostram, quam invenisti".

PUNTO III

Consideriamo in terzo luogo che Maria è un'avvocata così pietosa che non solo aiuta chi a lei ricorre, ma ella stessa va cercando i miseri per difenderli e salvarli. Ecco com'ella chiama tutti, con darci animo a sperare ogni bene, se a lei ricorriamo: "In me omnis spes vitae et virtutis: transite ad me omnes" (Eccli 24,25). Commenta questo passo il divoto Pelbarto: "Vocat omnes, iustos, et peccatores". Il demonio va sempre in giro, dice S. Pietro, cercando chi divorare: "Circuit quaerens quem devoret" (1 Petr 5). Ma questa divina Madre, dice Bernardino da Bustis, va in giro cercando chi può salvare: "Ipsa semper circuit, quaerens quem salvet". Maria è madre di misericordia, perché la misericordia, che ha ella di noi, fa che ci compatisca e cerchi sempre di salvarci; come una madre che non può vedere i suoi figli in pericolo di perdersi, e lasciar d'aiutarli. E chi mai, dice S. Germano, dopo Gesù Cristo, ha più cura della nostra salute, che Voi, o Madre di misericordia? "Quis post Filium tuum curam gerit generis humani sicut tu?". Aggiunge S. Bonaventura che Maria è così sollecita in soccorrere i miserabili, che sembra non avere maggior desiderio che questo: "Undique sollicita es de miseris; solum misereri videris appetere".
Ella certamente ci soccorre, quando a lei ricorriamo, e niuno mai è da lei discacciato. "Tanta est eius benignitas", dice l'Idiota, "ut nemo ab ea repellatur". Ma ciò non basta al cuore pietoso di Maria, soggiunge Riccardo di S. Vittore. Ella previene le nostre suppliche, e s'impiega ad aiutarci prima che noi la preghiamo: "Velocius occurrit eius pietas, quam invocetur, et causas miserorum anticipat". In oltre dice lo stesso autore che Maria è così piena di misericordia, che quando vede miserie, subito sovviene, e non sa vedere il bisogno d'alcuno, e non soccorrerlo: "Adeo replentur ubera tua misericordia, ut alterius miseriae notitia tacta, lac fundant misericordiae, nec possis miserias scire, et non subvenire". Così ella facea sin da che viveva in questa terra, come sappiamo dal fatto accaduto nelle nozze di Cana di Galilea, allorché mancando il vino ella non aspettò d'esser pregata, ma compatendo l'afflizione e 'l rossore di quegli sposi, cercò al Figlio che l'avesse consolati, dicendo: "Vinum non habent"; e già ottenne che 'l Figlio con un miracolo cangiasse l'acqua in vino. Or se, dice S. Bonaventura, era così grande la pietà di Maria verso gli afflitti, mentre ancora stava in questo mondo, molto più grande certamente è la sua pietà, con cui ci soccorre, ora che sta in cielo, donde meglio vede le nostre miserie e più ci compatisce: "Magna fuit erga miseros misericordia Mariae adhuc exsulantis in mundo, sed multo maior est regnantis in coelo". E soggiunge il Novarino che se Maria ancorché non pregata si dimostrò così pronta a soccorrere, quanto sarà ella più attenta a consolar chi la prega? "Si tam prompta ad auxilium currit non quaesita, quid quaesita praestitura est?".
Ah non lasciamo mai di ricorrere in tutti i nostri bisogni a questa divina Madre, la quale si fa trovare sempre apparecchiata ad aiutar chi la prega. "Invenies semper paratam auxiliari", dice Riccardo di S. Lorenzo. E soggiunge Bernardino da Bustis che più desidera ella di far grazie a noi, che noi non desideriamo di riceverle da Lei: "Plus vult illa bonum tibi facere, et gratiam largiri, quam tu accipere concupiscas". E perciò dice che quando a lei ricorreremo, la troveremo sempre colle mani piene di grazie e di misericordie: "Invenies eam in manibus plenam misericordia et liberalitate". È tanto il desiderio, dice S. Bonaventura, che ha Maria di farci bene e di vederci salvi, ch'ella si chiama offesa non solo da chi le fa qualche ingiuria positiva, ma anche da coloro che non le cercano grazie: "In te Domina peccant, non solum qui tibi iniuriam irrogant, sed etiam qui te non rogant". Ed all'incontro afferma il santo che chi ricorre a Maria (s'intende sempre con volontà di emendarsi) egli è già salvo; onde la chiama: "O salus te invocantium": Salute di chi v'invoca. Ricorriamo dunque sempre a questa divina Madre, e diciamole sempre ciò che questo santo le diceva: "In te Domina speravi, non confundar in aeternum". O Signora, o Madre di Dio Maria, no che non mi dannerò, avendo posto in Voi le mie speranze.
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L'AMORE DI DIO
Nos ergo diligamus Deum, quoniam Deus prior dilexit nos (Io 4,19)

PUNTO I

Considera primieramente che Iddio merita esser amato da te, perché ti ha amato prima che tu l'amassi; ed Egli è stato fra tutti il primo ad amarti. "In caritate perpetua dilexi te" (Ier 31,3). I primi ad amarti in questa terra sono stati i tuoi genitori, ma essi non ti hanno amato se non dopo che ti han conosciuto. Ma prima che tu avessi l'essere, Dio già ti amava. Non era ancora in questo mondo né tuo padre, né tua madre, e Dio già t'amava; anzi non era ancora creato il mondo, e Dio t'amava; e quanto tempo prima di crearsi il mondo t'amava Dio? forse mille anni, mille secoli prima? non occorre di numerare anni e secoli, sappi che Dio ti ha amato sin dall'eternità. "In caritate perpetua dilexi te, ideo attraxi te miserans tui" (Ier 31,3). In somma Iddio da che è stato Dio, sempre t'ha amato; da che ha amato se stesso, ha amato ancora te. Avea ragione dunque quella santa verginella S. Agnese di dire: "Ab alio amatore praeventa sum". Allorché il mondo e le creature le richiedeano il suo amore, ella rispondea: No, mondo, creature, io non vi posso amare; il mio Dio è stato il primo ad amarmi; è giusto dunque ch'io solo a Dio consacri tutto il mio amore.
Sicché, fratello mio, da una eternità ti ha amato il tuo Dio, e solo per amore ti ha estratto dal numero di tanti uomini che potea creare, ed ha dato a te l'essere e ti ha posto nel mondo. Per amor tuo ancora ha fatte tante altre belle creature, acciocché ti servissero e ti ricordassero l'amore, ch'Egli t'ha portato e che tu gli dei. "Coelum et terra", dicea S. Agostino, "et omnia mihi dicunt, ut amem te". Quand'il santo guardava il sole, la luna, le stelle, i monti, i fiumi, gli parea che tutti gli parlassero e gli dicessero: Agostino, ama Dio, perché egli ha creato noi per te, affinché tu l'amassi. L'Abbate Ransé fondatore della Trappa, quando mirava le colline, i fonti, i fiori, dicea che tutte queste creature gli ricordavano l'amore, che Dio gli avea portato. S. Teresa parimenti dicea che le creature le rinfacciavano la sua ingratitudine verso Dio. S. Maria Maddalena de' Pazzi quando teneva in mano qualche bel fiore o frutto, si sentiva da quello ferire come da una saetta il cuore d'amore verso Dio, dicendo tra sé: Dunque il mio Dio ha pensato da un'eternità a crear questo fiore, questo frutto, acciocché io l'amassi!
Di più considera l'amore speciale, che Dio ti ha portato, in farti nascere in paese cristiano e in grembo della vera Chiesa. Quanti nascono tra gl'idolatri, tra' Giudei, tra' Maomettani, o tra gli eretici, i quali tutti si perdono! Pochi sono quelli che tra gli uomini hanno la sorte di nascere, dove regna la vera fede; e tra questi pochi il Signore ha eletto te. Oh che dono immenso è questo dono della Fede! Quanti milioni di persone sono prive de' sagramenti, di prediche, degli esempi de' buoni compagni, e di tutti gli altri aiuti che vi sono nella nostra vera Chiesa per salvarsi! E Dio ha voluto concedere a te tutti questi grandi aiuti senza alcuno tuo merito, anzi prevedendo i tuoi demeriti; mentre allorché egli pensava a crearti ed a farti queste grazie, già prevedea l'ingiurie che tu gli avevi da fare.

PUNTO II

Ma non solamente Iddio ci ha donate tante belle creature, Egli non si è chiamato contento, se non giungeva a donarci anche se stesso. "Dilexit nos, et tradidit semetipsum pro nobis" (Gal 2,20). Il peccato maledetto aveaci fatta perdere la divina grazia e 'l paradiso, e ci avea renduti schiavi dell'inferno; ma il Figlio di Dio facendo stupire il cielo e la natura, volle venire in terra a farsi uomo per riscattarci dalla morte eterna e farci ottenere la grazia e 'l paradiso perduto. Che maraviglia sarebbe vedere un monarca fatto verme per amore de' vermi? ma infinitamente maggiore dee essere in noi la maraviglia di vedere un Dio fatto uomo per amore degli uomini. "Exinanivit semetipsum, formam servi accipiens, et habitu inventus ut homo" (Phil 2,7). Un Dio vestito di carne! "Et Verbum caro factum est" (Io 1,14). Ma cresce la maraviglia in vedere quel che poi ha fatto e patito per nostro amore questo Figlio di Dio. Bastava per redimerci una sola goccia del suo sangue, una lagrima, una semplice sua preghiera, poiché questa preghiera essendo d'una persona divina, era d'infinito valore, ond'era sufficiente a salvare tutto il mondo ed infiniti mondi. Ma no, dice il Grisostomo, quel che bastava a redimerci, non bastava all'amore immenso, che questo Dio ci portava: "Quod sufficiebat redemtioni, non sufficiebat amori".
Egli non solo volea salvarci, ma perché ci amava assai, voleva ancora essere amato assai da noi; e perciò volle scegliersi una vita tutta colma di pene, e di disprezzi, ed una morte la più amara fra tutte le morti, per farc'intendere l'amore infinito, del quale ardeva verso di noi. "Humiliavit semetipsum, factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis" (Phil 2,8). Oh eccesso dell'amore divino, che tutti gli uomini e tutti gli angeli non arriveranno mai a comprenderlo! Dico "eccesso", perché tale fu chiamato appunto da Mosè e da Elia sul Taborre, parlando essi della passione di Gesù Cristo: "Dicebant excessum quem completurus erat in Ierusalem" (Luc 9,31). "Excessus doloris, excessus amoris", dice S. Bonaventura. Se 'l Redentore non fosse stato Dio, ma un semplice nostro amico e parente, qual maggior segno d'affetto avrebbe potuto dimostrarci che di morire per noi? "Maiorem hac dilectionem nemo habet, ut animam suam ponat quis pro amicis suis" (Io 15,13). Se Gesù Cristo avesse avuto a salvare il suo medesimo Padre, che più avrebbe potuto fare per suo amore? Se, fratello mio, tu fossi stato Dio e 'l creatore di Gesù Cristo, che altro avrebbe potuto egli fare per te, che sagrificar la vita in mezzo ad un mare di disprezzi e di dolori? Se il più vile uomo della terra avesse fatto per voi quel che ha fatto Gesù Cristo, potreste vivere senz'amarlo?
Ma che dite? Credete voi all'incarnazione ed alla morte di Gesù Cristo? Lo credete e non l'amate? e potete pensare ad amare altra cosa fuori di Gesù Cristo? Forse dubitate, se egli v'ami? Egli, dice S. Agostino, a questo fine è venuto in terra a patire e morire per voi, per farvi sapere l'immenso amore che vi porta: "Propterea Christus advenit, ut cognosceret homo quantum eum diligat Deus". Prima dell'incarnazione potea dubitare l'uomo, se Dio l'amasse con tenerezza, ma dopo l'incarnazione e la morte di Gesù Cristo, come può più dubitarne? E qual maggior tenerezza poteva egli dimostrarvi del suo affetto, che in sagrificar per voi la sua vita divina? Abbiam fatto l'orecchio a sentir nominare creazione, redenzione, un Dio in una mangiatoia, un Dio su d'una croce. Oh santa fede, illuminateci voi.

PUNTO III

Cresce la maraviglia in vedere poi il desiderio, che avea Gesù Cristo di patire e di morire per noi. "Baptismo autem habeo baptizari (così Egli andava dicendo, mentre viveva), et quomodo coarctor usquedum perficiatur" (Luc 12,50). Io debbo essere battezzato col battesimo del mio medesimo sangue, e mi sento morire di desiderio che venga presto la mia passione e morte, acciocché così l'uomo presto conosca l'amore ch'io gli porto. Ciò fu ancora che gli fe' dire nella notte precedente alla sua passione: "Desiderio desideravi hoc pascha manducare vobiscum" (Luc 22,15). Dunque, dice S. Basilio di Seleucia, par che il nostro Dio non possa saziarsi di amare gli uomini: "Hominum amore nequit expleri Deus".
Ah Gesù mio, gli uomini non v'amano, perché non pensano all'amore che voi avete loro portato. Oh Dio, un'anima che considera un Dio morto per suo amore e con tanto desiderio di morire per dimostrarle l'affetto che le portava, com'è possibile che possa vivere senz'amarlo? "Caritas Christi urget nos" (2 Cor 5,14). Dice S. Paolo che non tanto quel che ha fatto ed ha patito Gesù Cristo, ma l'amore che ci ha dimostrato nel patire per noi, ci obbliga e quasi ci fa forza ad amarlo. Ciò considerando S. Lorenzo Giustiniani esclamava: "Vidimus sapientem prae nimietate amoris infatuatum!". Abbiam veduto un Dio, che per noi quasi è impazzito per lo troppo amore che ci porta. E chi mai potrebbe credere, se la fede non ce ne assicurasse, che il Creatore abbia voluto morire per le sue creature? S. Maria Maddalena de' Pazzi in un'estasi ch'ebbe, portando tra le mani un'immagine del Crocifisso, così appunto chiamava Gesù Cristo: Pazzo d'amore. "Sì, Gesù mio, (diceva) che tu sei pazzo d'amore". E questo appunto ancora diceano i gentili, quando loro si predicava la morte di Gesù Cristo, la stimavano una pazzia da non potersi mai credere: così attesta l'Apostolo: "Praedicamus Christum crucifixum, Iudaeis quidem scandalum, gentibus autem stultitiam" (1 Cor 1,23). E come mai, essi diceano, un Dio felicissimo in se stesso, che di niuno ha bisogno, ha potuto scendere in terra, farsi uomo e morire per amore degli uomini sue creature? Ciò sarebbe lo stesso che credere un Dio divenuto pazzo per amore degli uomini. Ma pure è di fede che Gesù Cristo vero Figlio di Dio per amore di noi si è dato alla morte: "Dilexit nos et tradidit semetipsum pro nobis" (Eph 5,2).
E perché l'ha fatto? l'ha fatto, acciocché noi vivessimo non più al mondo, ma solamente a quel Signore che ha voluto per noi morire. "Pro omnibus mortuus est Christus, ut et qui vivunt, iam non sibi vivant, sed ei qui pro ipsis mortuus est" (2 Cor 5,15). L'ha fatto, acciocché coll'amore che ci ha dimostrato, Egli si guadagnasse tutti gli affetti de' nostri cuori. "In hoc Christus mortuus est, et resurrexit, ut mortuorum et vivorum dominetur" (Rom 14,9). Quindi i santi, considerando la morte di Gesù Cristo, hanno stimato far poco in dar la vita e tutto per amore d'un Dio così amante. Quanti nobili, quanti principi hanno lasciato i parenti, le ricchezze, le patrie ed anche i regni, per chiudersi in un chiostro a vivere al solo amore di Gesù Cristo! Quanti martiri gli han sagrificata la vita! Quante verginelle, rinunziando alle nozze de' grandi, se ne sono andate giubilando alla morte, per render così qualche ricompensa all'affetto d'un Dio morto per loro amore! E voi, fratello mio, che avete fatto sinora per amore di Gesù Cristo? Egli siccome è morto per li santi, per S. Lorenzo, per S. Lucia, per S. Agnese, così è morto ancora per voi. Almeno che pensate di fare nella vita che vi resta, e che Dio vi concede a fine che l'amiate? Da oggi avanti rimirate spesso l'immagine del Crocifisso, e guardandola ricordatevi dell'amore ch'egli vi ha portato, e dite fra voi: Dunque Voi, mio Dio, siete morto per me? Fate almen questo (dico), e fatelo spesso, che facendo così, non potrete far di meno di sentirvi dolcemente costretto ad amare un Dio che vi ha tanto amato.
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LA SANTA COMUNIONE
Accipite, et comedite: hoc est Corpus meum (Matth 26,26)

PUNTO I

Vediamo 1. il gran dono, ch'è il SS. Sagramento: 2. il grande amore, che Gesù in tal dono ci ha dimostrato: 3. il gran desiderio di Gesù che noi riceviamo questo suo dono. Consideriamo in primo luogo il gran dono che ci ha fatto Gesù Cristo, in darci tutto se stesso in cibo nella santa Comunione. Dice S. Agostino ch'essendo Gesù un Dio onnipotente, non ha più che darci: "Cum esset omnipotens plus dare non potuit". E qual tesoro più grande, soggiunge S. Bernardino da Siena, può ricevere o desiderare un'anima, che 'l sagrosanto Corpo di Gesù Cristo? "Quis melior thesaurus in corde hominis esse potest, quam Corpus Christi?". Gridava il profeta Isaia: "Notas facite adinventiones eius" (Is 12). Pubblicate, o uomini, le invenzioni amorose del nostro buon Dio. E chi mai, se il nostro Redentore non ci avesse fatto questo dono, chi mai (dico) di noi avrebbe potuto domandarlo? Chi avrebbe mai avuto l'ardire di dirgli: Signore, se volete farci conoscere il vostro amore, mettetevi sotto le specie di pane, e permetteteci che possiamo cibarci di Voi? Sarebbe stata stimata pazzia anche il pensarlo. "Nonne insania videtur", dice S. Agostino, "dicere, manducate meam carnem, bibite meum sanguinem?". Quando Gesù Cristo palesò a' discepoli questo dono del SS. Sagramento che volea lasciarci, quelli non poterono arrivare a crederlo, e si partirono da Lui, dicendo: "Quomodo potest hic carnes suas dare ad manducandum? Durus est hic sermo, et quis potest eum audire" (Io 6,61). Ma ciò che gli uomini non poteano mai immaginarsi, l'ha pensato e l'ha eseguito il grande amore di Gesù Cristo.
Dice S. Bernardino che 'l Signore ci ha lasciato questo Sagramento per memoria dell'affetto, ch'Egli ci ha dimostrato nella sua passione: "Hoc Sacramentum est memoriale suae dilectionis". E ciò è conforme a quel che ci lasciò detto Gesù stesso per S. Luca: "Hoc facite in meam commemorationem" (Luc 22,19). Non fu contento, soggiunge S. Bernardino, l'amore del nostro Salvatore in sagrificar la vita per noi: prima di morire fu Egli costretto da questo suo stesso amore a farci il dono più grande di quanti mai ci ha fatti, con donarci se medesimo in cibo: "In illo fervoris excessu, quando paratus erat pro nobis mori, ab excessu amoris maius opus agere coactus est, quam unquam operatus fuerat, dare nobis Corpus in cibum". Dice Guerrico Abbate che Gesù in questo Sagramento fe' l'ultimo sforzo d'amore: "Omnem vim amoris effudit amicis". E meglio l'espresse il Concilio di Trento, dicendo che Gesù nell'Eucaristia cacciò fuori tutte le ricchezze del suo amore verso degli uomini: "Divitias sui erga homines amoris velut effudit".
Qual finezza d'amore, dice S. Francesco di Sales, si stimerebbe quella, se un principe stando a mensa, mandasse ad un povero una porzione del suo piatto? Quale poi, se gli mandasse tutto il suo pranzo? quale finalmente, se gli mandasse un pezzo del suo braccio, acciocché se ne cibi? Gesù nella S. Comunione ci dona in cibo non solo una parte del suo pranzo, non solo una parte del suo corpo, ma tutto il suo corpo: "Accipite, et comedite; hoc est Corpus meum". Ed insieme col suo corpo, ci dona anche l'anima e la sua divinità. In somma (dice S. Gio. Grisostomo) dandoti Gesù Cristo se stesso nella S. Comunione, ti dona tutto quello che ha e niente si riserva: "Totum tibi dedit, nihil sibi reliquit"; ed un altro autore scrive: "Deus in Eucharistia totum quod est et habet, dedit nobis". Ecco che quel gran Dio, che il mondo non può contenere (ammira S. Bonaventura) si fa nel SS. Sagramento nostro prigioniero: "Ecce quem mundus capere non potest, captivus noster est". E se il Signore nell'Eucaristia ci dona tutto se stesso, come possiamo temer ch'Egli abbia poi a negarci alcuna grazia che gli domandiamo? "Quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit?" (Rom 8,32).

PUNTO II

Consideriamo in secondo luogo il grande amore, che Gesù Cristo in tal dono ci ha dimostrato. Il SS. Sagramento è un dono fatto solamente dall'amore. Fu necessario già per salvarci, secondo il decreto divino che il Redentore morisse, e col sagrificio della sua vita soddisfacesse la divina giustizia per li nostri peccati; ma che necessità vi era che Gesù Cristo dopo esser morto si lasciasse a noi in cibo? Ma così volle l'amore. Non per altro, dice S. Lorenzo Giustiniani, Egli istituì l'Eucaristia, se non "ob suae eximiae caritatis indicium", se non per farci intendere l'immenso amor che ci porta. E questo è appunto quel che scrisse S. Giovanni: "Sciens Iesus, quia venit hora eius, ut transeat ex hoc mundo ad Patrem, cum dilexisset suos, in finem dilexit eos" (Io 13,1). Sapendo Gesù esser giunto già il tempo di partirsi da questa terra, volle lasciarci il segno più grande del suo amore, che fu questo dono del SS. Sagramento; ciò appunto significano quelle parole, "in finem dilexit eos", cioè "extremo amore, summe dilexit eos", così spiega Teofilatto col Grisostomo.
E si noti quel che notò l'Apostolo che il tempo in cui volle Gesù Cristo lasciarci questo dono, fu il tempo della sua morte. "In qua nocte tradebatur, accepit panem, et gratias agens fregit, et dixit: Accipite et manducate, hoc est Corpus meum" (1 Cor 11). Allorché gli uomini gli apparecchiavano flagelli, spine e croce per farlo morire, allora voll'Egli l'amante Salvatore lasciarci quest'ultimo segno del suo affetto. E perché in morte, e non prima istituì questo Sagramento? Dice S. Bernardino che ciò lo fece, perché i segni d'amore che dimostransi dagli amici in morte, più facilmente restano a memoria, e si conservano più caramente: "Quae in fine in signum amicitiae celebrantur, firmius memoriae imprimuntur, et cariora tenentur". Gesù Cristo, dice il santo, già prima in molti modi s'era a noi donato: s'era dato per compagno, per maestro, per padre, per luce, per esempio e per vittima; restava l'ultimo grado d'amore, ch'era il darsi a noi in cibo, per unirsi tutto con noi, come si unisce il cibo con chi lo prende; e questo fec'egli dandosi a noi nel SS. Sagramento: "Ultimus gradus amoris est, cum se dedit nobis in cibum, quia dedit se nobis ad omnimodam unionem, sicut cibus et cibans invicem uniuntur". Sicché non fu contento il nostro Redentore di unirsi solamente alla nostra natura umana, volle con questo Sagramento trovare il modo d'unirsi anche ad ognuno di noi in particolare.
Dicea S. Francesco di Sales: "In niun'altra azione può considerarsi il Salvatore né più tenero, né più amoroso, che in questa, nella quale si annichila, per così dire, e si riduce in cibo per penetrare l'anime nostre, ed unirsi al cuore de' suoi fedeli". Sicché, dice S. Gio. Grisostomo, a quel Signore, a cui non ardiscono gli Angeli di fissare gli occhi, "Huic nos unimur, et facti sumus unum corpus, et una caro". Qual pastore mai (soggiunge il santo) pasce le sue pecorelle col proprio sangue? anche le madri danno i loro figli alle nutrici ad alimentarli, ma Gesù nel Sagramento ci alimenta col suo medesimo sangue e a Sé ci unisce: "Quis pastor oves proprio pascit cruore? Et quid dico pastor? Matres multae sunt, quae filios aliis tradunt nutricibus; hoc autem ipse non est passus, sed ipse nos proprio sanguine pascit". E perché farsi nostro cibo? perché (dice il santo) ardentemente ci amò, e così volle tutto unirsi e farsi una stessa cosa con noi: "Semetipsum nobis immiscuit, ut unum quid simus; ardenter enim amantium hoc est". Quindi Gesù Cristo ha voluto fare il più grande di tutti i miracoli: "Memoriam fecit mirabilium suorum, escam dedit timentibus se" (Psal 110), affin di soddisfare il desiderio che avea di star con noi e di unire in uno il nostro col suo SS. Cuore. "O mirabilis dilectio tua (esclama S. Lorenzo Giustiniani), Domine Iesu, qui tuo corpori taliter nos incorporari voluisti, ut tecum unum cor, et animam unam haberemus inseparabiliter colligatam!".
Quel gran servo di Dio, il P. della Colombière, dicea così: Se qualche cosa potesse smuovere la mia fede sul mistero dell'Eucaristia, io non dubiterei della potenza, ma dell'amore più presto che Dio ci dimostra in questo Sagramento. Come il pane diventi Corpo di Gesù, come Gesù si ritrovi in più luoghi, dico che Dio può tutto. Ma se mi chiedete come Dio ami a tal segno l'uomo, che voglia farsi cibo suo? altro non so rispondere che non l'intendo, e che l'amore di Gesù non può comprendersi. Ma, Signore, un tale eccesso d'affetto di ridurvi in cibo, par che non convenisse alla vostra maestà. Ma risponde S. Bernardo che l'amore fa scordare l'amante della propria dignità: "Amor dignitatis nescius". Risponde parimente il Grisostomo che l'amore non va cercando ragion di convenienza, quando tratta di farsi conoscere all'amato; egli non va dove conviene, ma dov'è condotto dal suo desiderio: "Amor ratione caret, et vadit quo ducitur, non quo debeat". Avea ragione dunque S. Tommaso l'Angelico di chiamar questo Sagramento, Sagramento d'amore, e pegno d'amore: "Sacramentum caritatis, caritatis pignus". E S. Bernardo di chiamarlo, "Amor amorum". E S. M. Maddalena de' Pazzi di chiamare il giorno di Giovedì santo, in cui fu istituito questo Sagramento, "il giorno dell'amore".

PUNTO III

Consideriamo in terzo luogo il gran desiderio di Gesù Cristo che noi lo riceviamo nella santa Comunione: "Sciens Iesus quia venit hora eius" (Io 13,1). Ma come potea Gesù chiamare "ora sua" quella notte, in cui doveva darsi principio alla sua amara passione? Sì, Egli la chiama "ora sua", perché in quella notte dovea lasciarci questo divin Sagramento, per unirsi tutto coll'anime sue dilette. E questo desiderio gli fe' dire allora: "Desiderio desideravi hoc Pascha manducare vobiscum" (Luc 22,15). Parole con cui volle il Redentore farc'intendere la brama, che avea di congiungersi con ognuno di noi in questo Sagramento. "Desiderio desideravi", così gli fa dire l'amore immenso ch'Egli ci porta, dice S. Lorenzo Giustiniani: "Flagrantissimae caritatis est vox haec". E volle lasciarsi sotto le specie di pane, acciocché ognuno potesse riceverlo; se si fosse posto sotto la specie di qualche cibo prezioso, i poveri non avrebbero avuta la facoltà di prenderlo; e se anche sotto le specie di altro cibo non prezioso, al meno quest'altro cibo forse non sarebbesi trovato in tutt'i luoghi della terra; ha voluto Gesù lasciarsi sotto le specie di pane, perché il pane costa poco, e si ritrova da per tutto, sicché tutti in ogni luogo posson trovarlo e riceverlo.
Per questo gran desiderio che ha il Redentore d'esser ricevuto da noi, non solo Egli ci esorta a riceverlo con tanti inviti: "Venite, comedite panem meum, et bibite vinum quod miscui vobis" (Prov 9,5): "Comedite amici, et bibite, et inebriamini carissimi" (Cant 5,1): ma ce l'impone per precetto: "Accipite, et comedite, hoc est Corpus meum" (Matth 26,26). Di più affìnché noi andiamo a riceverlo, ci alletta colla promessa della vita eterna: "Qui manducat meam carnem, habet vitam aeternam" (Io 6,54). "Qui manducat hunc panem, vivet in aeternum" (Io 6,58). E se no, ci minaccia l'esclusione dal paradiso: "Nisi manducaveritis carnem Filii hominis, non habebitis vitam in vobis" (Io 6,53). Questi inviti, promesse e minacce tutte nascono dal desiderio che ha Gesù Cristo di unirsi con noi in questo sagramento. E questo desiderio, nasce dal grande amore ch'egli ci porta, poiché (come dice S. Francesco di Sales) il fine dell'amore altro non è che unirsi all'oggetto amato; e perché in questo sagramento Gesù tutto si unisce all'anima: "Qui manducat meam carnem, et bibit meum sanguinem, in me manet, et ego in illo" (Io 6,35): perciò, Egli tanto desidera che noi lo riceviamo. Non si trova ape (disse un giorno il Signore a S. Metilde) che con tanto impeto d'amore si gitta sopra de' fiori per succhiarne il mele, con quanto io vengo a quest'anime che mi desiderano.
Oh se intendessero i fedeli il gran bene che porta all'anima la Comunione! Gesù è il Signore di tutte le ricchezze, mentre il Padre l'ha fatto padrone di tutto. "Sciens Iesus, quia omnia dedit ei Pater in manus" (Io 13,3). Onde quando viene Gesù Cristo in un'anima nella santa Comunione, porta Egli seco tesori immensi di grazie. "Venerunt autem mihi omnia bona pariter cum illa", dice Salomone, parlando della Sapienza eterna (Sap 7,11).
Dicea S. Dionisio che il SS. Sagramento ha una somma virtù di santificare l'anima: "Eucharistia maximam vim habet perficiendae sanctitatis". E S. Vincenzo Ferrerio lasciò scritto che più profitta l'anima con una Comunione, che con una settimana di digiuni in pane ed acqua. La Comunione, come insegna il Concilio di Trento, è quel gran rimedio, che ci libera dalle colpe veniali, e ci preserva dalle mortali: "Antidotum quo a culpis quotidianis liberemur, et a mortalibus praeservemur". Onde S. Ignazio martire chiamò il SS. Sagramento: "Pharmacum immortalitatis". Disse Innocenzo III che Gesù Cristo colla passione ci liberò dalla pena del peccato, ma coll'Eucaristia ci libera dal peccare: "Per Crucis mysterium liberavit nos a potestate peccati, per Eucharistiae sacramentum liberat nos a potestate peccandi".
In oltre questo Sagramento accende il divino amore. "Introduxit me Rex in cellam vinariam, ordinavit in me caritatem. Fulcite me floribus, stipate me malis, quia amore langueo" (Cant 2). Dice S. Gregorio Nisseno che appunto la Comunione è questa cella vinaria, dove l'anima è talmente inebriata dal divino amore, che si scorda della terra e di tutto il creato; e ciò è propriamente il languire di santa carità. Diceva anche il Ven. P. Francesco Olimpio Teatino, che niuna cosa val tanto ad infiammarci d'amore verso Dio, quanto la S. Comunione.
Iddio è amore, ed è fuoco d'amore. "Deus caritas est" (Io 4,8). "Ignis consumens est" (Deuter 4,24). E questo fuoco d'amore venne il Verbo eterno ad accendere in terra: "Ignem veni mittere in terram et quid volo nisi ut accendatur?" (Luc 12,49). Ed oh che belle fiamme di santo amore accende Gesù nell'anime, che con desiderio lo ricevono in questo Sagramento! S. Caterina da Siena vide un giorno in mano di un sacerdote Gesù Sagramentato, come una fornace d'amore, da cui si maravigliava poi la santa, come da tanto incendio non restassero arsi ed inceneriti tutti i cuori degli uomini. S. Rosa di Lima dicea che in comunicarsi pareale di ricevere il sole, onde mandava tali raggi dal volto, che abbagliavano la vista, ed usciva tal calore dalla bocca, che chi le porgeva a bere dopo la Comunione, sentivasi scottar la mano, come l'accostasse ad una fornace. S. Venceslao re col gir solamente visitando il SS. Sagramento, s'infiammava anch'esternamente di tanto ardore, che il suo servo che l'accompagnava, camminando sulla neve, metteva i piedi sulle pedate del santo, e così non sentiva freddo. "Carbo est Eucharistia", diceva il Grisostomo, "quae nos inflammat, ut tanquam leones ignem spirantes ab illa mensa recedamus facti diabolo terribiles". Dicea il santo che il SS. Sagramento è un fuoco che infiamma, sicché dovressimo partir dall'altare spirando tali fiamme d'amore, che il demonio non avesse più animo di tentarci.
Ma dirà taluno: Io perciò non mi comunico spesso, perché mi vedo freddo nel divino amore. Ma costui, dice Gersone, farebbe lo stesso che taluno, il quale non volesse accostarsi al fuoco, perché si sente freddo. Quando più dunque ci sentiamo freddi, tanto più dobbiamo accostarci spesso al SS. Sagramento, sempre che abbiamo desiderio di amare Dio. "Se vi dimandano (dice S. Francesco di Sales), perché vi comunicate tanto spesso? Dite loro che due sorte di persone devono comunicarsi spesso, i perfetti e gl'imperfetti: i perfetti per conservarsi nella perfezione, e gl'imperfetti per giungere alla perfezione". E S. Bonaventura parimente dice: "Licet tepide, tamen confidens de misericordia Dei accedas. Tanto magis eget medico, quanto quis senserit se aegrotum". E Gesù Cristo disse a S. Metilde: "Quando dei comunicarti, desidera tutto quello amore che mai un cuore ha avuto verso di me, ed io lo riceverò come tu vorresti che fosse un tal amore".
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LA DIMORA AMOROSA CHE FA GESÙ SUGLI ALTARI NEL SS. SAGRAMENTO
Venite ad me omnes qui laboratis, et onerati estis, et ego reficiam vos (Matth 11,28)

PUNTO I

Il nostro amante Salvatore, dovendo partire da questo mondo, dopo di aver colla sua morte compita l'opera della nostra redenzione, non volle lasciarci soli in questa valle di lagrime. "Niuna lingua è bastante (dicea S. Pietro d'Alcantara), a poter dichiarare la grandezza dell'amore, che Gesù porta ad ogni anima; e perciò volendo questo sposo partire da questa vita, acciocché questa sua assenza non le fosse cagione di scordarsi di lui, le lasciò per memoria questo SS. Sagramento, nel quale Egli stesso rimanea, non volendo che tra ambedue restasse altro pegno per tenere svegliata la memoria ch'Egli medesimo". Merita dunque da noi grande amore questo gran tratto d'amore di Gesù Cristo; e perciò in questi ultimi nostri tempi Egli ha voluto che s'istituisse la festa in onore del suo SS. Cuore, come si porta rivelato alla sua serva suor Margherita Maria Alacoque, affinché noi rendessimo co' nostri ossequi ed affetti qualche contraccambio alla sua amorosa dimora che fa sugli altari: e così insieme compensassimo i disprezzi che in questo Sagramento d'amore Egli ha ricevuti e riceve tuttavia dagli eretici e da' mali cristiani.
Gesù si è lasciato nel SS. Sagramento, 1. per farsi trovare da tutti; 2. per dare udienza a tutti; 3. per far grazie a tutti. E per 1. Egli si fa trovare in tanti diversi altari, per farsi trovare da tutti che desiderano di trovarlo. In quella notte in cui il Redentore stavasi licenziando da' discepoli per andar alla morte, addolorati quelli piangeano, pensando di doversi dividere dal loro caro maestro; ma Gesù li consolava dicendo (e lo stesso diceva allora anche a noi): Figli miei, io vado a morire per voi, per dimostrarvi l'amore che vi porto; ma anche morendo non voglio lasciarvi soli; finché voi sarete sulla terra, voglio con voi restarmi nel SS. Sagramento dell'altare. Io vi lascio il mio corpo, l'anima mia, la mia divinità e tutto me stesso. No, finché voi starete sulla terra, io non voglio separarmi da voi. "Ecce vobiscum sum usque ad consummationem saeculi" (Matth 28,20). "Volea lo sposo (scrisse S. Pietro d'Alcantara) lasciare alla sua sposa in questa sì lunga lontananza qualche compagnia, acciocché non rimanesse sola, e perciò lasciò questo Sagramento, in cui rimase esso stesso, ch'era la miglior compagnia che potesse lasciarle". I gentili si han finti tanti dei, ma non han saputo fingersi un Dio più amoroso del nostro, e che ci sta più vicino e ci assiste con tanto amore. "Non est alia natio tam grandis, quae habeat deos appropinquantes sibi, sicut Deus noster adest nobis". Così appunto la S. Chiesa applica questo passo del Deuteronomio (Deut 4,7) alla festa del SS. Sagramento.
Ecco dunque Gesù Cristo, che se ne sta negli altari, come ristretto in tante prigioni d'amore. Lo cacciano i sacerdoti dalle custodie per esporlo, o per dar la comunione, e poi lo ritornano a chiudere. E Gesù se ne contenta di restarsene ivi il giorno e la notte. Ma che serviva, mio Redentore, a restarvi in tante chiese anche la notte, mentre le genti serrano le porte e vi lasciano solo? Bastava trattenervi solamente nelle ore del giorno. No, vuol Egli starsene anche la notte benché solo, aspettando che la mattina subito lo trovi chi lo cerca. Andava la sacra sposa cercando il suo diletto, e dimandava a chi incontrava: "Num quem diligit anima mea vidistis?" (Cant 3,3). E non trovandolo alzava la voce, dicendo: Sposo mio, fatemi sapere dove state: "Indica mihi ubi pascas, ubi cubes in meridie" (Cant 1,6). Allora la sposa non lo trovava, perché non vi era ancora il SS. Sagramento; ma al presente, se un'anima vuol trovare Gesù Cristo, basta che vadi alla parrocchia, o a qualche monastero, ed ivi troverà il suo diletto che l'aspetta. Non vi è villaggio per misero che sia, non vi è monastero di religiosi, che non tenga il SS. Sagramento; ed in tutti quei luoghi il Re del cielo si contenta di starsene chiuso in una cassettina di legno, o in una pietra, dove spesso se ne resta solo, appena con una lampa d'olio, senza chi l'assista. Ma, Signore (dice S. Bernardo), ciò non conviene alla vostra maestà. Non importa, risponde Gesù, se ciò non conviene alla mia maestà, ben conviene al mio amore.
Or qual tenerezza sentono i pellegrini in visitare la santa casa di Loreto, o i luoghi di Terra santa, la stalla di Betlemme, il Calvario, il santo Sepolcro, dove Gesù Cristo nacque, o abitò, o morì, o fu sepolto! Ma quanto maggiore dee esser la nostra tenerezza, in trovarci in una chiesa alla presenza di Gesù medesimo, che sta nel SS. Sagramento? Diceva il Ven. P. Giovanni d'Avila ch'egli non sapea trovare santuario di maggior divozione e consolazione, che una chiesa dove sta Gesù sagramentato. Ma piangeva all'incontro il P. Baltassarre Alvarez in vedere i palagi de' principi pieni di gente, e le chiese dove sta Gesù Cristo abbandonate e sole. Oh Dio, se il Signore si fosse lasciato in una sola chiesa della terra, v. gr. solo in S. Pietro in Roma, e si facesse ivi trovare solamente in un solo giorno dell'anno, oh quanti pellegrini, quanti nobili e quanti monarchi procurerebbero d'aver la sorte di trovarsi ivi in quel giorno, a corteggiare il Re del cielo ritornato in terra! Oh che nobil tabernacolo d'oro adornato di gemme gli sarebbe apprestato! Oh con qual apparato di lumi si solennizzerebbe in quel giorno questa dimora di Gesù Cristo! Ma no, dice il Redentore, Io non voglio dimorare in una sola chiesa, né per un solo giorno; né ricerco tante ricchezze e tanti lumi, io voglio dimorar continuamente in tutti i giorni ed in tutti i luoghi, dove si ritrovano i miei fedeli, acciocché tutti mi ritrovino facilmente, e sempre ad ogni ora che vogliono.
Ah che se Gesù Cristo non avesse pensato a questa finezza d'amore, chi mai avrebbe potuto pensarvi? Quando Egli se n'ascese al cielo, se alcuno gli avesse detto allora: Signore, se volete dimostrarci il vostro affetto, restatevi con noi sugli altari sotto le specie di pane, acciocché ivi possiamo trovarvi quando vogliamo; qual temerità sarebbe stata stimata questa domanda? Ma quello che non ha saputo neppure pensare alcuno degli uomini, l'ha pensato e l'ha fatto il nostro Salvatore. Ma oimè dov'è la nostra gratitudine ad un tanto favore? Se venisse un principe da lontano in un paese a posta per esser visitato da un villano, che ingratitudine sarebbe del villano, se non volesse vederlo, o vederlo sol di passaggio?

PUNTO II

Per 2. Gesù Cristo nel Sagramento dà udienza a tutti. Dicea S. Teresa che non tutti in questa terra possono parlare col principe. I poveri appena posson sperare di parlargli e fargli sentire le loro necessità per mezzo di qualche terza persona: ma col Re del cielo non vi vogliono terze persone, tutti, e nobili e poveri posson parlarci, stando egli nel Sagramento, da faccia a faccia. Perciò si chiama Gesù fiore de' campi: "Ego flos campi, et lilium convallium" (Cant 2,1). I fiori de' giardini stan chiusi e riserbati, ma i fiori de' campi stanno esposti a tutti. "Ego flos campi", commenta Ugon Cardinale, "quia omnibus me exhibeo ad inveniendum".
Con Gesù Cristo dunque nel Sagramento possono parlarci tutti, e ad ogni ora del giorno. S. Pier Grisologo (parlando della nascita del Redentore nella stalla di Betlemme) dice che i re non danno sempre udienza; spesso accade che andando taluno a parlare col principe, le guardie lo licenziano con dirgli che non è tempo allora di udienza, che venga appresso. Ma il Redentore volle nascere in una spelonca aperta, senza porte e senza guardie, per dare udienza a tutti, e ad ogni ora: "Non est satelles, qui dicat non est hora". Lo stesso avviene con Gesù nel SS. Sagramento. Stanno aperte continuamente le chiese, ognuno può andare a parlare col Re del cielo sempre che vuole. E vuole Gesù Cristo che gli parliamo ivi con tutta la nostra confidenza, perciò si è posto sotto le specie di pane. Se Gesù comparisse sugli altari in un trono di luce, come comparirà nel giudizio finale, chi di noi avrebbe l'animo di accostarsegli vicino? Ma perché il Signore, dice S. Teresa, desidera che noi gli parliamo e gli cerchiamo le grazie con confidenza e senza timore, perciò ha coverta la sua maestà colle specie di pane. Egli desidera, come dice ancora Tommaso da Kempis, che noi ci trattiamo, come tratta un amico coll'altro amico, "ut amicus ad amicum".
Quando l'anima si trattiene a piè d'un altare, par che Gesù le dica quelle parole de' Cantici: "Surge, propera, amica mea, formosa mea, et veni" (Cant 2,10). "Surge", alzati, anima, le dice, non temere. "Propera", accostati a me vicino; "amica mea", non mi sei più nemica, mentre m'ami e sei pentita d'avermi offeso: "formosa mea", non sei più deforme agli occhi miei, la mia grazia ti ha fatta bella; "et veni", vieni su, dimmi quel che vuoi, a posta io sto in questo altare. Qual gaudio sentiresti, lettor mio, se ti chiamasse il re nel suo gabinetto e ti dicesse: Dimmi che vuoi? che ti bisogna? io t'amo e desidero di farti bene. Questo dice il Re del cielo Gesù Cristo a tutti coloro che lo visitano: "Venite ad me omnes qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos" (Matth 11,28). Venite poveri, infermi, afflitti, ch'io posso e voglio arricchirvi, sanarvi e consolarvi. A questo fine io mi trattengo sugli altari. "Clamabis, et dicet: Ecce adsum" (Isa 58,9).

PUNTO III

Gesù nel Sagramento dà udienza a tutti, per far grazie a tutti. Dice S. Agostino che ha più desiderio il Signore di dispensare le sue grazie a noi che noi di riceverle: "Plus vult ille tibi benefacere, quam tu accipere concupiscas". E la ragione è, perché Dio è bontà infinita, e la bontà di sua natura è diffusiva, sì che desidera di comunicare i suoi beni a tutti. Si lamenta Iddio, quando l'anime non vengono a cercargli le grazie: "Nunquid solitudo factus sum Israeli? aut terra serotina? Quare ergo dixit populus meus, non veniemus ultra ad te?" (Ier 2,31). Perché (dice il Signore) non volete più venire a me? che forse mi avete ritrovato come terra sterile o tardiva, quando mi avete cercate le grazie? S. Giovanni vide il Signore col petto pieno di latte, cioè di misericordia, e cinto da una fascia d'oro, cioè dall'amore, col quale egli desidera di dispensare a noi le sue grazie. "Vidi praecinctum ad mamillas zona aurea" (Apoc 1,13). Gesù Cristo sempre sta pronto a beneficarci, ma dice il Discepolo, che specialmente nel SS. Sagramento egli dispensa le grazie con più abbondanza. E 'l B. Errico Susone dicea che Gesù nel Sagramento esaudisce più volentieri le nostre preghiere.
Siccome una madre che tiene il petto ripieno di latte, va trovando bambini che vengano a succhiare, acciocché la sgravino da quel peso, così appunto il Signore da questo Sagramento d'amore ci chiama tutti, e ci dice: "Ad ubera mea portabimini... quomodo si cui mater blandiatur, ita ego consolabor vos" (Is 66,13). Il P. Baltassarre Alvarez vide appunto Gesù nel SS. Sagramento colle mani piene di grazie, per donarle agli uomini; ma non trovava chi le volesse.
O beata quell'anima, che se ne sta a piè d'un altare a domandar grazie a Gesù Cristo! La contessa di Feria, fatta monaca di S. Chiara, se ne stava sempre che poteva avanti il SS. Sagramento, ed ivi riceveva continuamente tesori di grazie. Dimandata un giorno che facesse tante ore innanzi al Venerabile? Rispose: "Io vi starei tutta l'eternità. Che si fa innanzi al SS. Sagramento? e che cosa non si fa? che fa un povero avanti un ricco? che fa un infermo avanti un medico? che si fa? si ringrazia, si ama, si domanda". Oh quanto vagliono queste ultime parole per trattenersi con frutto avanti il SS. Sagramento.
Si lamentò Gesù Cristo colla mentovata serva di Dio suor Margherita Alacoque dell'ingratitudine che gli usano gli uomini in questo Sagramento d'amore, allorché fe' vederle il suo Cuore circondato di spine, con una croce di sopra, in un trono di fiamme, dandole con ciò ad intendere l'amorosa dimora ch'Egli fa nel Sagramento, e poi le disse così: "Ecco quel Cuore che tanto ha amato gli uomini, e che non ha risparmiato niente: è giunto a consumarsi per dimostrar loro il suo amore. Ma io per riconoscenza non ricevo che ingratitudini dalla maggior parte, per le irriverenze e disprezzi che mi fanno in questo Sagramento d'amore. E ciò che più m'è sensibile, è che sono cuori a me consagrati". Non vanno gli uomini a trattenersi con Gesù Cristo, perché non l'amano. Piace loro star le ore intere a parlare con un amico, e poi loro dà tedio il trattenersi una mezz'ora con Gesù Cristo! Dirà taluno: Ma perché Gesù Cristo non mi concede il suo amore? Ma io rispondo: Se voi non discacciate dal cuore l'amore della terra, come vuol entrarvi l'amor divino? Ah che se voi poteste veramente dire col cuore quel che dicea S. Filippo Neri a vista del SS. Sagramento: "Ecco l'amor mio, ecco l'amor mio"; non avreste voi tedio a trattenervi le ore e le giornate intere avanti il SS. Sagramento.
Ad un'anima innamorata di Dio le ore avanti Gesù sagramentato sembrano momenti. S. Francesco Saverio tutto il giorno faticava per le anime, e nella notte poi quale era il suo riposo? era il trattenersi avanti il SS. Sagramento. S. Gio. Francesco Regis, quel gran missionario della Francia, dopo avere spesa tutta la giornata in confessare e predicare, se n'andava la notte alla chiesa, e trovandola qualche volta chiusa, restava a trattenersi fuori della porta al freddo e al vento, per corteggiare almeno così da lontano il suo amato Signore. S. Luigi Gonzaga desiderava di starsene sempre avanti il SS. Sagramento, ma perché gli era stato imposto da' superiori a non trattenervisi; passando per l'altare, e sentendosi da Gesù tirato a trattenersi, era costretto a partire per far l'ubbidienza; onde poi il santo giovine amorosamente gli dicea: "Recede a me, Domine, recede": Signore, non mi tirate, lasciatemi partire, così vuol l'ubbidienza. Ma se tu, fratello mio, non provi questo amore a Gesù Cristo, procura tu di visitarlo ogni giorno, ch'egli ben t'infiammerà il cuore. Ti senti freddo? accostati al fuoco, dicea S. Caterina da Siena. Ed oh beato te, se Gesù ti fa la grazia d'infiammarti del suo amore. Allora certamente che più non amerai altro che Gesù, e disprezzerai tutte le cose della terra. Dice S. Francesco di Sales: "Quando va a fuoco la casa, si buttano tutte le robe dalla finestra".
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L'UNIFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO
Et vita in voluntate eius (Ps 29,6)

PUNTO I

Tutta la nostra salute, e tutta la perfezione consiste nell'amare Dio. "Qui non diligit manet in morte" (1 Io 3,14). "Caritas est vinculum perfectionis" (Colos 3). Ma la perfezione dell'amore consiste poi nell'uniformare la nostra alla divina volontà; poiché questo è l'effetto principale dell'amore, come dice l'Areopagita, unire le volontà degli amanti, sicché non abbiano che un solo cuore ed un solo volere. Intanto dunque piacciono a Dio l'opere nostre, le penitenze, le comunioni, le limosine, in quanto sono secondo la divina volontà; poiché altrimenti non sono virtuose, ma difettose e degne di castigo.
Ciò venne principalmente ad insegnarci dal cielo col suo esempio il nostro Salvatore. Ecco quel ch'egli disse in entrare nel mondo, come scrive l'Apostolo: "Hostiam et oblationem noluisti, corpus autem aptasti mihi. Tunc dixi: Ecce venio, ut faciam, Deus, voluntatem tuam" (Heb 10,5). Voi, Padre mio, avete rifiutate le vittime degli uomini, volete ch'io vi sacrifichi colla morte questo corpo che m'avete dato, eccomi pronto a far la vostra volontà. E ciò più volte dichiarò, dicendo ch'egli non era venuto in terra, se non per fare la volontà del suo Padre: "Descendi de coelo, non ut faciam voluntatem meam, sed voluntatem eius qui misit me" (Io 6,38). Ed in ciò volle che conosciamo il suo grande amore al Padre, in vedere ch'Egli andava a morire, per ubbidire al di lui volere: "Ut cognoscat mundus, quia diligo Patrem, et sicut mandatum dedit mihi Pater, sic facio, surgite, eamus" (Io 31,14). Quindi poi disse ch'egli riconoscea per suoi solamente coloro che faceano la divina volontà: "Quicunque enim fecerit voluntatem Patris mei qui in coelis est, ipse meus frater, et soror, et mater est" (Matth 12,38). Questo poi è stato l'unico scopo e desiderio di tutt'i santi in tutte le loro opere, l'adempimento della divina volontà. Il B. Errico Susone diceva: "Io voglio esser più presto un verme più vile della terra colla volontà di Dio, che un Serafino colla mia". E S. Teresa: "Tutto ciò che dee procurare chi si esercita nell'orazione, è di conformare la sua volontà alla divina; e si assicuri (aggiungea) che in ciò consiste la più alta perfezione; chi più eccellentemente la praticherà, riceverà da Dio i più gran doni, e farà più progressi nella vita interiore". I beati del cielo per ciò amano perfettamente Dio, perché sono in tutto uniformati alla divina volontà. Quindi c'insegnò Gesù Cristo a domandar la grazia di far la volontà di Dio in terra, come la fanno i santi in cielo: "Fiat voluntas tua, sicut in coelo et in terra". Chi fa la divina volontà, diventa uomo secondo il cuore di Dio, come appunto il Signore chiamava Davide: "Inveni virum secundum cor meum, qui faciet omnes voluntates meas" (1 Reg 1,14). E perché? perché Davide stava sempre apparecchiato ad eseguir ciò che volea Dio: "Paratum cor meum, Deus, paratum cor meum" (Ps 56,8 et Ps 107,2). Ed altro egli non cercava al Signore, che d'insegnargli a fare la sua volontà: "Doce me facere voluntatem tuam" (Ps 142,10).
Oh quanto vale un atto di perfetta rassegnazione alla volontà di Dio! basta a fare un santo. Mentre S. Paolo perseguitava la Chiesa, Gesù gli apparve, l'illuminò e lo convertì. Il santo allora altro non fece, che offerirsi a fare il voler divino: "Domine, quid me vis facere?" (Act 9,6). Ed ecco che Gesù Cristo subito lo dichiarò vaso d'elezione, e apostolo delle genti: "Vas electionis est mihi iste, ut portet nomen meum coram gentibus" (Act 9,15). Chi fa digiuni, chi fa limosine, chi si mortifica per Dio, dona a Dio parte di sé; ma chi gli dona la sua volontà gli dona tutto. E questo è quel tutto, che Dio ci dimanda, il cuore, cioè la volontà: "Fili mi, praebe cor tuum mihi" (Prov 23). Questa insomma ha da essere la mira di tutt'i nostri desideri, delle nostre divozioni, meditazioni, comunioni ecc. l'adempire la divina volontà. Questo ha da esser lo scopo di tutte le nostre preghiere, l'impetrare la grazia di eseguire ciò che Dio vuole da noi. Ed in ciò abbiamo da domandare l'intercessione de' nostri santi avvocati e specialmente di Maria SS., che c'impetrino luce e forza di uniformarci alla volontà di Dio in tutte le cose; ma specialmente in abbracciar quelle a cui ripugna il nostro amor proprio. Dicea il Ven. Giovanni d'Avila: "Vale più un benedetto sia Dio nelle cose avverse, che sei mila ringraziamenti nelle cose a noi dilettevoli".

PUNTO II

Bisogna uniformarci non solo in quelle cose avverse che ci vengono direttamente da Dio, come sono le infermità, le desolazioni di spirito, le perdite di robe o di parenti; ma anche in quelle che ci vengono anche da Dio, ma indirettamente, cioè per mezzo degli uomini, come le infamie, i dispregi, le ingiustizie e tutte l'altre sorte di persecuzioni. Ed avvertiamo che quando siamo offesi da taluno nella roba, o nell'onore, non vuole già Dio il peccato di colui che ci offende, ma ben vuole la nostra povertà e la nostra umiliazione. È certo che quanto succede, tutto avviene per divina volontà: "Ego Dominus formans lucem et tenebras, faciens pacem, et creans malum" (Is 45,7). E prima lo disse l'Ecclesiastico: "Bona et mala, vita et mors a Deo sunt" (Eccli 11,14). Tutti in somma vengono da Dio, così i beni, come i mali.
Si chiamano mali, perché noi li chiamiamo così, e noi li facciamo mali; poiché se noi l'accettassimo, come dovressimo con rassegnazione dalle mani di Dio, diventerebbero per noi non mali, ma beni. Le gioie che rendono più ricca la corona de' santi, sono le tribolazioni accettate per Dio, pensando che tutto viene dalle sue mani. Il santo Giobbe, quando fu avvisato che i Sabei si avevan prese le sue robe, che rispose? "Dominus dedit, Dominus abstulit" (Iob 1,21). Non disse già, il Signore mi ha dati questi beni, ed i Sabei me l'han tolti; ma il Signore me l'ha dati, e 'l Signore me l'ha tolti. E perciò lo benediceva, pensando che tutto era avvenuto per suo volere: "Sicut Domino placuit, ita factum est, sit nomen Domini benedictum" (Iob 1,21). I santi martiri Epitetto ed Atone, quando erano tormentati con uncini di ferro e torce ardenti, altro non diceano: "Signore, si faccia in noi la vostra volontà!". E morendo, queste furono l'ultime parole che dissero: "Siate benedetto, o Dio eterno, poiché ci date la grazia di adempire in noi il vostro santo beneplacito". Narra Cesario che un certo monaco, con tutto che non facesse vita più austera degli altri, nondimeno facea molti miracoli. Di ciò maravigliandosi l'Abbate, gli domandò un giorno, quali divozioni egli praticasse? Rispose che egli era più imperfetto degli altri, ma che solo a questo era tutto intento, ad uniformarsi in ogni cosa alla divina volontà. E di quel danno (ripigliò il superiore) che giorni sono ci fece quel nemico nel nostro podere, voi non ne aveste alcun dispiacere? No, padre mio, disse, anzi ne ringraziai il Signore, mentr'egli tutto fa o permette per nostro bene. E da ciò l'Abbate conobbe la santità di questo buon religioso.
Lo stesso dobbiamo far noi, quando ci accadono le cose avverse, accettiamole tutte dalle divine mani, non solo con pazienza, ma con allegrezza, ad esempio degli apostoli, che godeano nel vedersi maltrattati per amore di Gesù Cristo: "Ibant gaudentes a conspectu concilii, quoniam digni habiti sunt pro nomine Iesu contumeliam pati" (Act 5,41). E che maggior contento che soffrire qualche croce e sapere che abbracciandola noi diamo gusto a Dio? Se vogliamo dunque vivere con una continua pace, procuriamo da ogg'innanzi di abbracciarci col divino volere, con dir sempre in tutto ciò che ci avviene: "Ita, Pater, quoniam sic fuit placitum ante te" (Matth 11,26). Signore, così è piaciuto a Voi, così sia fatto. A questo fine dobbiamo indrizzare tutte le nostre meditazioni, comunioni, visite e preghiere: pregando sempre Dio che ci faccia uniformare alla sua volontà. Ed offeriamoci sempre dicendo: Mio Dio, eccoci, fatene di noi quel che vi piace. S. Teresa almeno cinquanta volte il giorno si offeriva a Dio, acciocché avesse di lei disposto come volea.

PUNTO III

Chi sta unito alla divina volontà, gode anche in questa terra una perpetua pace: "Non contristabit iustum, quidquid ei acciderit" (Prov 12,21). Sì, perché un'anima non può avere maggior contento che di vedere adempirsi quant'ella vuole. Chi non vuole altro se non quello che vuole Dio, ha quanto vuole, perché già quanto succede, tutto avviene per volontà di Dio. L'anime rassegnate, dice Salviano, se sono umiliate, questo vogliono; se patiscono povertà, vogliono esser povere; in somma vogliono tutto ciò che accade, e perciò menano una vita beata: "Humiles sunt, hoc volunt: pauperes sunt, paupertate delectantur; itaque beati dicendi sunt". Viene il freddo, il caldo, la pioggia, il vento, e chi sta unito alla volontà di Dio, dice: Io voglio questo freddo, questo caldo ecc., perché così vuole Dio. Viene quella perdita, quella persecuzione, viene l'infermità, viene la morte, e quegli dice: Io voglio esser misero, perseguitato, infermo, voglio anche morire, perché così vuole Dio. Chi riposa nella divina volontà, e si compiace di tutto ciò che fa il Signore, è come stesse di sopra alle nubi, vede le tempeste che sotto di quelle infuriano, ma non resta da loro né leso, né perturbato. Questa è quella pace, come dice l'Apostolo, che "exsuperat omnem sensum" (Ephes 3,2), che avanza tutte le delizie del mondo, ed è una pace stabile, che non ammette vicende: "Stultus sicut luna mutatur, sapiens in sapientia manet sicut sol" (Eccli 27,12). Lo stolto (cioè il peccatore) si muta come la luna, che oggi cresce e domani manca: oggi si vede ridere, domani piangere, oggi allegro e tutto mansueto, domani afflitto e furibondo; in somma si muta, come si mutano le cose prospere o avverse che gli accadono. Ma il giusto è come il sole, sempre eguale ed uniforme nella sua tranquillità, in ogni cosa che avviene; poiché la sua pace sta nell'uniformarsi alla divina volontà. "Et in terra pax hominibus bonae voluntatis" (Luc 2,14). S. Maria Maddalena de Pazzi in sentir nominare "Volontà di Dio", sentiva talmente consolarsi, che usciva fuori di sé in estasi d'amore. Nella parte inferiore non manca di farsi sentire qualche puntura delle cose avverse, ma nella superiore regnerà sempre la pace, quando la volontà sta unita a quella di Dio. "Gaudium vestrum nemo tollet a vobis" (Io 16,22). Ma che pazzia è quella di coloro, che ripugnano al volere di Dio! Quel che vuole Iddio, si ha senza meno da adempire. "Voluntati eius quis resistit?" (Rom 9,19). Onde i miseri han da soffrir già la croce, ma senza frutto, e senza pace. "Quis restitit ei, et pacem habuit?" (Iob 9,4).
E che altro vuole Dio, se non il nostro bene? "Voluntas Dei sanctificatio vestra" (1 Thess 4,3). Vuol vederci santi, per vederci contenti in questa vita, e beati nell'altra. Intendiamo che le croci che ci vengono da Dio, "omnia cooperantur in bonum" (Rom 8,28). Anche i castighi in questa vita non vengono per nostra ruina, ma affinché ci emendiamo e ci acquistiamo la beatitudine eterna. "Ad emendationem non ad perditionem nostram evenisse credamus" (Iudt 8,27). Iddio ci ama tanto, che non solo brama, ma è sollecito della salute di ciascuno di noi. "Deus sollicitus est mei" (Psal 39,18). E che mai ci negherà quel Signore, che ci ha dato il medesimo suo Figlio? "Qui proprio Filio suo non pepercit, sed pro nobis omnibus tradidit illum, quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit?" (Rom 8,32). Abbandoniamoci dunque sempre nelle mani di quel Dio, il quale sempre ha premura del nostro bene, mentre siamo in questa vita. "Omnem sollicitudinem vestram proiicientes in eum, quoniam ipsi cura est de vobis" (1 Petr 5,7). Pensa tu a me (disse il Signore a S. Caterina di Siena), ed io penserò sempre a te. Diciamo spesso colla sacra sposa: "Dilectus meus mihi, et ego illi" (Cant 2,16). L'amato mio pensa al mio bene, ed io non voglio pensare ad altro che a compiacerlo, e ad unirmi alla sua santa volontà. E non dobbiamo pregare, dicea il santo Abbate Nilo, che Dio faccia quel che vogliamo noi, ma che noi facciamo quel ch'egli vuole.
Chi fa sempre cosi farà una vita beata ed una morte santa. Chi muore tutto rassegnato nella divina volontà lascia agli altri una moral certezza della sua salvazione. Ma chi in vita non sarà unito al voler divino, non lo sarà neppure in morte, e non si salverà. Procuriamo dunque di renderci familiari alcuni detti della Scrittura, co' quali ci terremo sempre uniti alla volontà di Dio. "Domine, quid me vis facere?". Signore, ditemi che volete da me, che tutto voglio farlo. "Ecce ancilla Domini": Ecco l'anima mia è vostra serva, comandate, e sarete ubbidito. "Tuus sum ego, salvum me fac": Salvatemi, Signore, e poi fatene di me quel che vi piace; io son vostro, non sono più mio. Quando accade qualche avversità più pesante, diciamo subito: "Ita, Pater, quoniam sic fuit placitum ante te" (Matth 11,26). Dio mio, così è piaciuto a Voi, così sia fatto. Sopra tutto siaci cara la terza petizione del Pater noster: "Fiat voluntas tua sicut in coelo et in terra". Diciamola spesso con affetto e replichiamola più volte. Felici noi se viviamo e terminiamo la vita dicendo così: "Fiat, fiat voluntas tua!".
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