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Catechesi mistagogiche

Ultimo Aggiornamento: 28/12/2017 20.54
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27/08/2013 20.45

CARISSIMO GIUSTINO


«Nel giorno denominato “del Sole” tutti coloro che abitano in città e in campagna si radunano nello stesso luogo» scrive san Giustino nel secondo secolo donandoci la più antica descrizione della Celebrazione Eucaristica. Ciò che tu hai vissuto domenica scorsa, i cristiani lo hanno vissuto con amore anche cento, duecento, cinquecento anni fa, anche mille, duemila anni fa quando il Cristianesimo muoveva i primi passi come un bambino. È bello sentirti immerso in un fiume di gesti santi che viene da lontano, in cui tu ti bagni per essere risanato come Naaman il Siro, un fiume che scorre lento e solenne, che non si esaurisce con te, ma va oltre te per raggiungere i tuoi figli, i figli dei tuoi figli, fino alla fine dei tempi. Giustino, laico impegnato della seconda generazione, scrive nella sua Apologia, che la riunione eucaristica non avviene a qualsiasi ora e in un giorno a caso, ma nel “giorno detto del Sole”: è il “primo giorno della settimana”, quello subito dopo il Sabato, il giorno della Risurrezione di Gesù, il “giorno primo ed ultimo, radioso e splendido”, che ha sovvertito lo scorrere inesorabile del tempo verso la morte.

La mia parrocchia fa fatica a ritrovarsi “nello stesso luogo” per la Messa, ma ciascuno cerca il posto più vicino, magari sotto casa, a portata di mano e possibilmente in “offerta speciale”: senza predica, senza canti, messa prefestiva di una Solennità che è anche Vespertina della Domenica, insomma con qualche sconto! La signora devota puntualmente chiede “Padre questa Messa mi vale anche per domani?” ed io vorrei ribattere: “Scusi, ma lei aspetta mezzanotte per fare una carezza al marito in modo che valga per due giorni?”, ma mi censuro e mi limito a fare un sorriso un po’ amaro.

Caro Giustino, Martire della prima Chiesa, amante dell’Eucarestia verso cui tutti convenivano dalla città e dalle campagne vicine, a piedi e a cavallo, mettendo a repentaglio la loro vita perché una Messa vale più di Parigi, lo sai che nella mia parrocchia ci sono due messe prefestive e cinque messe festive e così nella parrocchia attigua, lo sai che in quella del centro storico ci sono più Chiese che case e ciascuna fa il tifo per la sua cappellina, oratorio, Messa da campo per quattro profughi che guardano nervosamente l’orologio? L’avresti immaginato che nel 2008 le suore continuano a chiedere la Messa domenicale in casa, con la scusa delle anziane (tutte!) e mentre io celebro la Messa in Coena Domini per pochi eletti, contemporaneamente in altre quattro Chiese, nel raggio di cinquecento metri, si vive la stessa celebrazione con l’identica oceanica affluenza?

Caro Giustino, lo so, la Chiesa prende il nome da “Assemblea” e deve essere anche visibile nel suo “convenire” come nella tua descrizione che ci hai lasciato nella Apologia. Forse quelli che venivano dalle campagne dovevano mettersi in cammino di buon mattino per essere puntuali all’inizio della Santa Assemblea ed erano stranamente invidiati da quelli che vivevano in città perché con i loro piedi stanchi sfoggiavano un sorriso più bello! Caro Giustino…
Quando Francesco (quello della gita scolastica cfr. prima puntata) entra in Basilica trova già molti in fermento benché manchi un quarto d’ora all’inizio della Celebrazione. Uno sguardo alla Croce, alla Sede, all’Altare, all’Ambone che risplendono già di fascinoso mistero, una genuflessione all’Altare del Santissimo. C’è in giro il brusio di festa che doveva caratterizzare l’Assemblea di Giustino e che oggi di rado vedi in Chiesa e più facilmente a teatro prima di un concerto o allo stadio prima della partita di campionato. C’è il fervore dei grandi eventi, sguardi, sorrisi, dolce riconoscersi tra giovani, anziani, adulti, bambini che si accomodano, dando uno sguardo alle letture del giorno o un’ultima prova al ritornello del salmo responsoriale che, come sempre, sarà cantato. Svolazzi di ministranti in cotta e talare che si accordano, portano dispacci, sfiorano come farfalle la sede barocca o le cento margherite che ai piedi dell’altare parlano fitto fitto come gli innamorati. Francesco ha indossato la talare nera come la morte, la cotta bianca “che la Pasqua sempre canta” ed è al suo posto di Guida dell’assemblea. I banchi ora sono tutti occupati e il brusio cede il posto ad un silenzio di attesa. In sagrestia i ministranti sono tutti allineati e in silenzio come nella “statio” monastica: tre minuti per guardarsi dentro ed essere pronti a varcare la soglia del Mistero, intendersi con gli sguardi e cenni del capo come una squadra prima di una missione speciale. In fondo alla fila il Parroco accelera i motori come un aereo in pista, ripensa l’ordito dell’omelia, chiede al Signore d’essere strumento per la sua comunità parrocchiale, entra nel “travaglio” della celebrazione come scriveva San Giovanni Crisostomo: “È per te che siede il presbitero, è per te che sta il maestro con fatica e travaglio”! Rocco, il Responsabile-Ministranti (si sposerà in agosto:auguri!) pone fine a ogni indugio con due tocchi di campanello e tutti scattano in piedi, comincia il canto d’ingresso e la teoria di ministranti pellegrini verso l’Altare.

Siamo ancora distanti benché ci conosciamo da anni, la scorsa settimana con i suoi mille impegni e tranelli ci ha lacerati, divisi, perduti. Siamo insieme, ma non ancora comunità, pecore ferite riportate all’ovile, ma non ancora gregge, persone credenti, ma non ancora Chiesa di Cristo. Aspettiamo tutti un cenno, una parola d’ordine che ci dica che siamo salvati, una voce che ci leghi, ci colleghi a Te e tra noi. Ecco ora il sacerdote che presiede ci guarda (Tu mi stai guardando!) ed apre finalmente la bocca e ci parla: “La pace sia con tutti voi!”. Respiro di sollievo. Gioia. Leggerezza d’essere. “Deus mihi dixit!” È il Risorto che saluta e solleva in alto la Sua Chiesa. Il saluto santo scende dall’alto della Sede e invade le navate in volute di sorrisi, in grappoli di fremiti, in vortici di grazia. Eravamo sperduti, ora siamo conosciuti e ci riconosciamo tra noi. Quella voce è un sacramento di Gesù Pastore che conosce le sue pecore e le chiama per nome. “La Grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’Amore di Dio Padre e la Comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi!”. Hanno sentito anche quelli dell’ultimo banco, anche i ragazzi nascosti dietro le colonne e i bambini nelle culle, gli adulti e gli anziani per i quali, come lamenta Qoelet, si è attenuato il rumore della mola. E tutti, coralmente, come riemergendo dalle nebbie dell’insignificanza, rispondiamo: “E con il tuo Spirito!”. Giovanni Crisostomo commentando questo momento scrive: “La Chiesa è la casa comune di tutti. Noi vi entriamo dopo che voi ci avete preceduti. Per questo entrando subito diciamo: La pace sia con tutti” secondo la parola del Signore. Preferirei essere disprezzato mille volte entrando in una delle vostre case, piuttosto che non essere ascoltato mentre dico queste cose”. Dopo il saluto del Celebrante si distendono gli animi, si abbreviano le distanze, ci si stupisce che Lui sia ancora con noi e si riprende a sperare come naufraghi spossati a cui Qualcuno abbia gridato la parola “Terra!”.

Dopo il saluto di Gesù-Celebrante possiamo anche fissarci negli occhi, possiamo anche guardarci dentro senza paura dei mostri. Nell’amore siamo salvati e le nostre piaghe possono essere scoperte, riconosciute, poste sotto l’azione della grazia. “Per celebrare i santi Misteri riconosciamo i nostri peccati”. L’accordo in maggiore del canto iniziale ora scende in minore per l’invocazione del Kyrie Eleison: ci riconosciamo indegni eppure immensamente amati. “Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna”. Il canto del Gloria è un inno di festa, un’esplosione di vita. Ne provo gioia come per i primi accordi di una sinfonia dopo il fastidioso zigzagare degli archi e degli ottoni in fase di accordatura prima che giunga sul podio il Direttore d’orchestra. Sono accordi larghi e solenni che uniscono cielo e terra, e che prendono l’intonazione dal canto degli Angeli a Natale. Poi chi presiede invita alla Preghiera e noi tutti, in silenzio, ci raccogliamo per essere raccolti poi nella orazione detta “Colletta” perché tutto converga in una sola voce ed in un’unica invocazione: “Per il nostro Signore Gesù Cristo…”.

Caro Giustino, si vive così oggi l’inizio del “Raduno” nel Giorno del Sole di cui tu parlavi nella tua Apologia. Alcuni continuano ad arrivare in ritardo come se i riti iniziali fossero solo la sigla di apertura di un film e non parte integrante della Celebrazione Eucaristica, come se il saluto del Celebrante non fosse “sacramentale” ed essenziale per accordare i cuori dispersi, come se ci si potesse “connettere” con la Liturgia della Parola senza attraversare il portale dell’introito. Vedi che sorridi…: forse anche ai tuoi tempi c’erano ritardatari.

ARTURO AIELLO Vescovo di Teano-Calvi

Da: “L’Emanuele” n°2 marzo 2008
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CI VOGLIONO I RITI
Don Luigi arriva in ritardo la domenica mattina in Chiesa, sempre come una furia, avvia le campane (che nessuno sentirà!), accende le candele, conta le ostie, dà ordini alla sacrestana (che come la nutrice di Didone nell’Eneide “lentamente affrettossi ad eseguirli), sbuffa, sbraita con la signore che chiede di confessarsi, sbircia per la prima volta (!!!) le letture sul foglietto per abbozzare un’omelia trita e ritrita, e intanto indossa il camice e la casula rimproverando i due chierichetti insonnoliti, tira fuori il collo dalla sacrestia per contare le quattro vecchiette sdentate che fanno salotto tra un requiem e un’avemaria, suona il campanello e contemporaneamente intona il canto d’ingresso. Quale? Ma il solito, quello per tutte le stagioni: “Noi canteremo”! ma nessuno canta. Don Luigi va in automatico, fa così da vent’anni anche a Natale e Pasqua. Potrebbe procedere anche al buio e senza accorgersi che le sue fans sono sorde e che una è morta la scorsa settimana. Don Luigi, caro don Luigi, così non va… CI VOGLIONO I RITI!

Gianpaolo, un metro e novanta, fino a qualche mese fa ragazzo tranquillo, assiduo a Messa e al gruppo Ministranti, docile, ubbidiente, remissivo… in men che non si dica ha cambiato gruppo, look, linguaggio, abitudini, ha bruciato la sua verginità e non solo, fuma, torna a casa a notte fonda, non frequenta più l’Università, passa da una ragazza all’altra, da una storia all’altra come se si trattasse di patatine e popcorn. Pensa che la vita sia una grande abbuffata, ma a volte si sente solo e vuoto. A tratti infelice… Gianpaolo, così non va… CI VOGLIONO I RITI!

Eleonora era assidua alla celebrazione Eucaristica e attendeva la domenica per uscire con le amiche e indossare l’abito elegante…. Ha cominciato a diradare la frequenza, si è allontanata, ha perso il gusto, i riferimenti (è Avvento o Quaresima?), gli amici del gruppo parrocchiale, la buona abitudine dei fioretti e del Mese di maggio, l’attesa di Natale, la voglia del Lindor dopo la Veglia Pasquale (come era buono dopo quaranta giorni senza cioccolata), il canto del Miserere della Settimana Santa, l’inno al Santo Patrono durante la Novena, il bacile con acqua e petali di rose per il risveglio all’Ascensione…. Ora tutti i giorni sono uguali, piatti, vuoti, piatti vuoti per un pranzo senza appetito. A volte ha voglia di tornare in parrocchia, ma ha paura di essere fuori dal giro. Si guarda allo specchio e si sente invecchiata, scontrosa: cos’è che non va? No, Eleonaora, CI VOGLIONO I RITI!

“Ci vogliono i riti” dice la volpe la Piccolo Principe che ancora non sa voler bene a un’amica. Il rito scandisce e diversifica il tempo, salva dalla monotonia, crea l’attesa e accoppia i colori (“il colore del grano”) creando connessioni, trasmissioni , messaggi. Il rito rende un giorno unico e lo prepara, lo fissa nella memoria, crea il ricordo e la nostalgia, imprime e rende importante ciò che altrimenti sarebbe uguale, sabbia nella clessidra,, una volpe simile a cento volpi, una rosa uguale a mille altre rose.

Don Luigi non fa più caso al colore liturgico, all’accordo maggiore o minore, al colore dei fiori (speriamo non di plastica!), all’accento della Parola che spinge alla danza o indulge al pianto, alla diversa preghiera Eucaristica (tanto lui conosce così bene la Seconda che quando gli hanno annunciato il nuovo Messale si è affrettato a chiedere: “Ma non avranno mica inventato una Preghiera Eucaristica più breve della Seconda?”), ai fedeli angosciati o in festa (a volte fa la stessa predica ai funerali e ai Battesimi!), alla tovaglia pulita o sporca, a Gesù che ride o che piange….

Gianpaolo non fa più caso se è venerdì o domenica se è primavera o autunno, se i genitori sono fuori in vacanza o per il Campo Scuola del Gruppo-Adulti. Eleonora non fa più caso alla sua vita piatta come un elettroencefalogramma di una morte clinica, ma, a volte, avrebbe voglia di sniffare l’incenso alla rosa che il suo parroco usava solo a Pasqua e a Pentecoste.

Ci vogliono i riti! Questo è chiaro a Mario e Antonella che vivono la domenica come giorno del Signore e la attendono come un appuntamento d’amore. La domenica mattina ci si alza solo un’ora più tardi del solito e non al suono della sveglia col solito bip, ma con una musica che dalla cucina si espande, dolce, nel corridoio e nelle stanze dei ragazzi. Francesco il figlio maggiore già diciottenne sa che in bagno troverà il “bagnoschiuma della Domenica”, quello nell’astuccio d’argento all’essenza di mirra e farà la doccia (non vi scandalizzate) non con la fretta dei giorni feriali dove tutti corrono e ci si saluta come soldati in caserma, ma lentamente e (glielo ha suggerito il suo Padre Spirituale recitando il salmo 50. “Lavami e sarò più bianco della neve…” e l’acqua scende a portar via la polvere dell’interrogazione di inglese, il compito di trigonometria andato male, la noia dell’Ora di Religione, quell’essere additato in classe perché in V liceo Scientifico è l’unico che ancora frequenta la messa domenicale. “Nel tuo amore fa grazia a Sion, rialza le mura di Gerusalemme…” , dalla cucina arriva il buon profumo del pane tostato, Francesco veste l’accappatoio monastico, quello col cappuccio, e, mentre si asciuga, guarda fuori, fin verso il campanile della Basilica che la scorsa notte ha vegliato, come sentinella, su di lui, sulla sua famiglia, su tutta la comunità parrocchiale. Alle 9.15 sono tutti intorno alla mensa preparata a festa. Mario, Antonella, Francesco con i due fratelli più piccoli. Domenica mattina c’è colazione solenne con tanto di tovaglia ricamata, tazze, posate, latte, caffè, nutella, cornetti caldi comprati da Mario (“Quelli che scottano ancora” cantava Luca Barbarossa). Il Padre Nostro recitato davanti a tazze fumanti e cornetti che gridano “Prendimi!” vale quanto una liturgia introitale in famiglia. Il Cardinale Carlo M. Martini, a distanza di settant’anni, ancora ricorda la tazza della cioccolata calda offerta da sua madre dopo aver partecipato alla Messa del Primo Venerdì che, da bambino, gli faceva desiderare quell’appuntamento mensile. Si tratta di creare corrispondenze, richiami, associazioni d’idee dove le scarpe nuove si uniscono ai sapori, odori, “giochi di colori e di simboli” come scriveva in “spirito della Liturgia” Romano Guardini.

Dopo la colazione si aprono gli armadi in tutte le stanze alla parola d’ordine; Cosa indosserò oggi per la Messa? Contemporaneamente in sacrestia il parroco si pone la stessa domanda spalancando le ante che vedono allineate le casule in bell’ordine. Lo so, caro lettore-presbitero, che stai sorridendo perché tu nell’angusto stipo hai quattro casule sgualcite per i quattro colori liturgici…, ma ti chiedo il viola può essere lo stesso il Avvento e in Quaresima, per le Messe Esequiali e la Commemorazione del 2 novembre, per i Settimi, Trigesimi, Anniversari e affini? E se a sorridere sei tu lettore-laico che partecipi a Messa sapendo già in anticipo Don Cosimo come sarà vestito per la celebrazione, abbi la carità di regalare qualche “variazione sul tema” bianco o verde al tuo Parroco che indossa una casula, sempre la stessa, unta e bisunta facendo scandalizzare angeli e arcangeli, cherubini e serafini che puntualmente sono misteriosamente presenti e adoranti ogni qual volta si celebra il Santo Sacrificio e vorrebbero che Celebrante e fedeli fossero più compresi di quanto accade per loro.

Alle 10.45 in casa di Mario e Antonella sono tutti pronti come per una festa nuziale, ci si scambia sguardi di compiacimento e di approvazione. Se è la Domenica “Laetare” o “Gaudete” Antonella avrà indossato la camicetta rosa o il foulard fuxia per essere in tema con il colore liturgico e Mario una cravatta in tema. Il primo ad uscire è Francesco che anticipa gli altri di un quarto d’ora per il rito della vestizione nella saletta-Ministranti. La domenica non va in moto come al solito, perché il parroco gli ha insegnato che anche il tragitto dalla casa alla Chiesa ha il suo valore liturgico e va fatto possibilmente a piedi. È un pellegrinaggio. Se incrocia altri amici diretti alla stessa menta scambia quattro chiacchiere, ma quando gli capita di fare il percorso da solo, recita il salmo 121 come il Responsabile Ministranti gli ha raccomandato di fare quando era “novizio”: “Esultai quando mi dissero: andremo alla casa del Signore…”. Anche questo è un rito. Francesco è contento delle modalità con cui i suoi genitori, fin da bambino, lo hanno educato al senso della domenica e nell’ultima gita scolastica (una delle solite “gite distruzione” dove si scassa tutto!) dovendo affermare il suo bisogno di andare a Messa ha detto davanti a professori ed amici esterrefatti “Io non posso vivere senza Domenica!”. Senza saperlo ha ripetuto il grido dei Santi Martiri di Abitene


ARTURO AIELLO Vescovo di Teano-Calvi

Da: “L’Emanuele” n°1 gennaio-febbraio 2008
[Modificato da R.Mezzana 27/08/2013 20.49]
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27/08/2013 20.50

PAROLE E LACRIME

“Allora tutto il popolo si radunò come un solo uomo sulla piazza davanti alla porta delle Acque e disse ad Esdra lo scriba di portare il libro della legge di Mosè che il Signore aveva dato a Israele. Il primo giorno del settimo mese, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere”.

Comincia così il racconto di una solenne liturgia di ascolto di cui rimane traccia nel Libro di Neemia al capitolo 8. È la descrizione di una liturgia sinagogale, forse la prima, svoltasi a Gerusalemme all’indomani del ritorno glorioso dei deportati. Neemia, ebreo e coppiere alla corte di Artaserse, durante un pranzo viene interrogato sul motivo della tristezza dei suoi occhi che il sovrano, attento ai sentimenti dei cortigiani, ha scorto nel suo sguardo: “Perché sei triste?”. Il re suppone sia un problema affettivo a velare lo sguardo del suo coppiere, ma non è a causa di una donna che il servo soffre, ma a motivo di Gerusalemme lontana e distrutta: “Come potrebbe il mio aspetto non essere triste quando la città dove sono i sepolcri dei miei padri è in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco?” (Neemia 2,3).
Da questa scena conviviale di grande delicatezza di sentimenti dove un sovrano si mostra attento e sensibile ai drammi dei suoi sudditi, nasce una epopea di ritorno di Neemia a Sion che non nasconde le difficoltà della ricostruzione dopo cinquant’anni di abbandono e la fatica del Governatore nel non lasciarci scoraggiare dal coro dei tanti disfattisti che ritengono impossibile la ricostruzione delle mura di Gerusalemme. A opera compiuta Neemia sente che il cuore degli esuli ritornati non è ancora compatto, non basta la cinta delle mura e la riedificazione delle porte a dare al popolo al coscienza nazionale? Ha inutilmente progettato e portato a compimento quell’opera ciclopica? Si è illuso di ridare così al popolo una dignità e una storia? In che cosa ha sbagliato? Cosa manca ora che le mura devastate dai nemici sono state riedificate? A questo punto il Governatore Neemia ha un lampo di genio: non sono le mura, ma sarà l’abbraccio di Dio a dare al popolo il senso della storia e nel contempo nuove prospettive per l’avvenire. Sono questi i pensieri, le preoccupazioni e le attese che fanno decidere per la grande assemblea raccolta intorno alla Parola in cui gli storici riconoscono il giorno natale del Giudaismo.
Si tratta in effetti di quella che noi oggi chiamiamo Liturgia della Parola.

Anche noi oggi, dopo tanti secoli e millenni, ci troviamo nella stessa condizione del popolo disgregato di allora. Le famiglie presenti a Messa oggi, benché elegantemente vestite, hanno in metastasi il cancro della separazione, quel ministrante impeccabile in cotta e talare ha lasciato un messaggino sul telefonino della responsabile delle catechiste (sposata con figli) che potrebbe far crollare più di qualche baluardo della tua parrocchia. L’adolescente ha scritto in codice “Chiamami amore…”, temo che “la sventurata” abbia già risposto. E il veleno che serpeggia nella Comunità-Capi Scout? Intanto il comitato-festa ha deciso di dare battaglia al parroco e i bei propositi espressi alla fine di un Campo Scuola nella memorabile “Ultima notte” si sono sgretolati davanti a un problema di cuore di un Educatore di A.C. che ha rubato la ragazza dell’amico. Aggiungi l’aumento del costo della vita, il calo delle offerte, il pessimismo per l’endemico problema dei rifiuti e le dimissioni del più attivo componente del Consiglio Affari Economici… ed hai un quadro approssimativo delle tensioni che rendono la tua assemblea a dir poco frammentata, segmentata, atomizzata. Anche tu, come Neemia, ti chiedi: “In che cosa ho sbagliato? Forse mi soono illuso? Non basta costruire le mura o il Centro Pastorale? Mi sembrava aver imboccato la via giusta! Ero pieni di buoni propositi…, ma forse conviene che io rimetta il mandato nelle mani del Vescovo…”.

Neemia ha un lampo di genio e chiama Esdra lo scriba perché riporti il Libro davanti al popolo. Una traduzione più letterale rende l’espressione “davanti al popolo” con “in faccia al popolo”. In faccia alla Chiesa. Come per Israele disperso che ritrova la memoria, compattezza, futuro davanti alla Parola proclamata solennemente. No, non è lo stesso scaricarla da internet o meditarla in solitudine in un momento di ritiro spirituale, non ha la stessa di quando la ascolti per Radio Maria o nella telecronaca di una Messa su un canale Tv. La Parola rivive in tutta la sua forza e vitalità, gronda grazia da ogni sillaba e permea la vita dell’ascoltatore in modo tutto speciale solo quando è proclamata dall’ambone “in faccia alla Chiesa”. Dopo la cinta delle mura di Gerusalemme riceve l’abbraccio di Dio nell’assemblea sacra, riascolta la Sua voce dopo decenni di dimenticanza, riprende la sua coscienza di popolo quando Dio la chiama per nome, ha di nuovo percezione del suo “io” solo quando Dio riprende a parlare e le dice “Tu!”.

È così nella Messa dove la Parola risuona chiaramente e solennemente. Esdra proclama la Parola da un podio costruito per l’occorrenza: è più in alto perché la Parola scende da Dio, perché è in trono. Anche i nostri amboni dovrebbero essere visibili ed essere ricchi perché costituiscono i troni della Parola nelle nostre chiese. Ad esse i Lettori (spero non improvvisati e scelti al volo) dovrebbero avvicinarsi con timore e tremore sapendo che la Parola proclamata brucia la bocca di colui che l’annuncia (non è il caso di bruciare la bocca dei bambini che non sono in grado di reggere la Parola!) e, attraverso la loro voce raggiunge il cuore di tanti. Una Parola letta bene si imprime per sempre nella mente e nel cuore dell’ascoltatore lasciando, a volte per lungo tempo anche l’inflessione, il colore, la tonalità della voce del lettore. Sono passati trentaquattro anni da quando, nella notte tra giovedì e venerdì santo del 1974, ascoltai nella piccola cappella di Bose il brano del Cantico della vigna di Isaia proclamato da una sorella di quella comunità. Ancora oggi, ogni qual volta, mi imbatto in quel testo mi ritorna l’inflessione di quella sorella che, senza toni teatrali, seppe infondere nel cuore di un diciottenne il sapore del lamento di un amante tradito. E delle lacrime.

“Come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore Dio grande e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore.”
Con la gestualità del corpo il popolo interagisce con il Libro come si farebbe non con un testo, ma con una persona. E qui non si tratta di un libro qualsiasi, ma del Libro-lettera d’amore che Dio ha scritto al suo popolo: parole che palpitano, parole-sacramento che rendono presente Dio stesso che ha tratto il popolo dalla schiavitù dell’Egitto “con mano forte e braccio potente”. Qui il popolo sente la presenza e vi risponde alzandosi in piedi, inginocchiandosi, prostrandosi con la faccia a terra, gridando “Amen!!. Neemia avverte di aver centrato la soluzione: inutili gli appaiono gli sforzi per la ricostruzione delle mura perché “se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori”. Non è la cinta muraria a fare di un gruppo di esuli un popolo, ma un centro di gravità permanente: una Parola che fa piangere e fa danzare, abbassa ed esalta, crea la piaga e la rimargina.

“Neemia, che era il governatore, Esdra sacerdote e scriba e i leviti che ammaestravano il popolo dissero: «Questo giorno è consacrato al Signore vostro Dio; non fate lutto e non piangete!»”.
Perché tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della Legge? La Parola ti ha mai fatto piangere? Quel giorno della grande adunata alla porta delle Acque il popolo ritrovò se stesso, riprese a sperare, sentì di nuovo la voce di Dio dopo mezzo secolo di silenzio, vide germogliare un albero che sembrava morto… e tutto per la potenza della Parola. Nella lettura di Esdra specchiò se stesso, rivide le promesse e i tradimenti, la fedeltà di Dio e la sua infedeltà, la fede dei padri, la superficialità dei figli, il traviamento dei nipoti e, nonostante tutto Dio era ancora là a riprendere le fila di una storia d’amore su cui nessuno avrebbe più scommesso. Meraviglia, stupore, gioia d’essere salvati, poi un groppo alla gola, occhi lucidi, singhiozzi. Fiumi di lacrime.

Mi sembrava una domenica normale, con la stessa gente, la stessa preoccupazione che ti prende per l’omelia che devi fare quel giorno più breve perché il Vangelo della Passione prende più tempo. In giro abiti nuovi, odore acre d’ulivo, la Croce velata, i lettori pronti alle loro postazioni, sensazione di essere già dentro la Grande Settimana che ha farla breve toglie ai parroci dieci anni di vita. La lettura del grande racconto cominciò chiara, lineare, coinvolgente, avvincente coi suoi personaggi posti in fila dietro al sipario del libro pronti a prendere vita come quella notte. “Uno di voi mi tradirà”. Una parola-pietra gettata sulla mensa come il pomo della discordia a stabilire non la donna più bella, ma l’uomo più turpe pronto a incassare trenta denari per un amico da perdere. Ricordo che cantò un gallo sul retro della Chiesa. Il lettore fece per continuare ma incespicò e tacque. Cominciò Stefano (i Down hanno antenne sensibilissime e sentono lo scroscio prima che accada, come rabdomanti), poi singhiozzò un anziano e si portò le mani al volto per pudore, fu poi la volta di una donna tradita e abbandonata dal marito cui fecero seguito le amiche e le vicine di casa. Peppe-Cronista cercò di riprendere la voce tirandola su dal pozzo della commozione che andava allargandosi, ma lo sforzo sovrumano gli ottenne solo un “perché”? che chiamò altre storie, altro pianto e vite tradite nel racconto di Gesù che andava a morire. Benché siano passati tanti anni da allora, la ricordano tutti in parrocchia come la “Pasqua delle lacrime”.

ARTURO AIELLO Vescovo di Teano-Calvi

Da: “L’Emanuele” n°3 aprile 2008
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QUANDO L’OMELIA È UN’OPERA D’ARTE

Il Vescovo con cui mi ero complimentato per l’ultimo articolo sull’Emanuele (“Sa, Eccellenza, ho letto il suo articolo “Parole e lacrime”…; sarebbe bello se fosse vissuta sempre così la Liturgia della Parola!”), mi ha preso in disparte e mi ha detto: “Il prossimo articolo lo scrivi tu e sarà sull’Omelia. Mi raccomando non essere polemico come è al tuo solito!”. “Ma, eccellenza, io sono un laico e non ho mai fatto un’omelia!”. “Appunto, non ne hai mai fatte, ma ne hai ascoltate a migliaia! È tempo che voi laici vi decidiate a consegnare ai preti una pagella con il voto dato alla predica domenicale altrimenti è inutile continuare a lamentarsi!”. Pensavo scherzasse, ma quando ha tirato fuori dal borsello con l’indirizzo del Padre Luca Zanchi ho capito che faceva sul serio. Era già andato via quando mi sono riavuto dalla sorpresa e mi sono venute mille obiezioni alla mente. Troppo tardi. Almeno ci provo.

Vi siete mai chiesti voi, diaconi, presbiteri e vescovi, cosa pensino dell’omelia i laici che certamente si salveranno per essersi sorbiti centinaia, migliaia di prediche senza poter obiettare, con lo stesso sorriso di Socrate che sorseggiava estasiato la cicuta? Qualche volta vi ho guardati in Cattedrale mentre predicava il Vescovo o in qualche rara occasione in cui anche voi, professionisti dell’omelia, siete dall’altra parte, nel ruolo degli ascoltatori… non mi avete entusiasmato. Anche i vostri occhi vagavano per i capitelli e tele del soffitto, anche i muscoli del vostro volto non esprimevano estasi o interesse, anche sulle vostre bocche di tanto in tanto sfioriva uno sbadiglio cui seguiva il gesto nervoso di chi guarda l’orologio. Insomma, anche voi quando da protagonisti diventate fruitori di omelie, esprimete disagio, fate fatica a mantenere l’attenzione, e, se seguite, è solo per ammiccare a un confratello che si è appisolato o per commentare sarcasticamente con il vicino di stallo. Vogliamo cancellare dal rito della Messa l’omelia?

Mi spiace per noi e per voi, ma credo sia impossibile. Già nel brano di Neemia 8, su cui il mio Vescovo ha improntato l’articolo dello scorso numero, è scritto che “Essi leggevano nel libro della legge di Dio a brani distinti e con spiegazioni del senso e così facevano comprendere la lettura”. Questo significa che la lingua del testo sacra non era più la lingua parlata dagli esuli tornati a Gerusalemme e i leviti si prodigavano non solo di tradurla in senso tecnico (traduzione simultanea), ma anche in senso ampio cioè calando la Parola nella situazione che il popolo stava vivendo. Mi sembra, cari presbiteri e diaconi (avrei inserito volentieri anche “vescovi”, ma temo qualche rappresaglia da parte del mio: sono anche insegnante di religione!) che questa debba essere la prima caratteristica di una omelia: aderenza alla Parola di cui deve essere spiegazione e attualizzazione. Non una predica avulsa dal dialogo che si sta realizzando nella messa tra Dio e il suo popolo nella Liturgia della Parola come a volte ci tocca sentire, come se dopo “Parola del Signore. Lode a te o Cristo” si aprisse una parentesi “ad libitum” dove ciascuno può inserire ciò che vuole: l’ultimo libro che ha letto, i commenti alla trasmissione “Porta a porta”, i pettegolezzi che girano in paese, i miracoli di sant’Eustachio o le magliette mozzafiato di adolescenti mamme e figlie (“mozzafiato” non per chi le guardi ma per chi debba stare in apnea per indossarle senza sgranare cuciture e far saltare bottoni e asole!). Ci sono omelie che neppure lo0ntanamente (voli pindarici) hanno a che vedere con le Letture proclamate e seguono la moda del momento o lo’umore del Celebrante (ricordate che è la Parola a colorare il nostro umore e non l’opposto!), come, d’altro canto, ci sono omelie che assomigliano più a lezioni di esegesi che a impasti di Parola e vita e il Celebrante tra termini in ebraico e verbi aoristi, tra aramaico e greco, tra Javhista ed Elhoista, tra “Vulgata” e “Traduzione dei 70”, confonde talmente il vocabolario delle signore del primo banco che per tornare al ragù e alla vita quotidiana debbono prima passare a “lavare i panni in Arno” e magari in farmacia per un “moment”. Ecco, vorrei dire al mio parroco, un’omelia non è una qualsiasi esternazione improvvisata su uno sgabello nel dolce verde di Hide Park dove tutti possono cimentarsi oratori, ma neppure una dissertazione di Licenza o Dottorato nell’aula magna del Pontificio Istituto Biblico di Roma.

“Omelia”, caro il mio Don, viene dal greco (tu lo sai bene!) e significa “discorso familiare”, “parole dette sottovoce”, “comunicazione tra le mura domestiche”. Non ha nulla a che vedere con i comizi o con le arringhe in Piazza Venezia, eppure, tante volte, alzi la voce come fossi a Montecitorio e tuoni dall’Ambone come all’Assemblea dell’Onu o come oratore nel Senato romano mentre Cartagine brucia. L’omelia è un discorso piano, sottovoce, ma neppure “mellifluo” come quei predicatori che cambiamo voce nel corso della celebrazione e diventano suadenti, flessuosi, accattivanti come venditori televisivi pronti a carpire la buona fede di massaie credulone. Se è il discorso che un padre fa ai figli esortandoli a perseverare, evita di chiudere gli occhi nello sforzo di concentrarti, perché l’attenzione è tenuta desta anche dallo sguardo e se io, nel parlare ai miei figli, pur nella intenzione di mantenere limpido e lineare il mio pensiero, chiudessi gli occhi, ne sono certo, all’atto di riaprili per verificare la loro adesione, mi troverei solo, senza ascoltatori.

Lo so, caro il mio Don, che predicare oggi è difficile e non vorrei essere nei tuoi panni la domenica quando l’assemblea siede e tu resti in piedi alla Sede o all’Ambone senza quell’attenzione che Gesù registro per sé nella Sinagoga di Nazaret: “Gli occhi di tutti erano fissi sopra di lui”. Tu l’attenzione te la devi conquistare per quell’omelia che lentamente è andate crescendo in te, durante la settimana, come un bimbo nel grembo di sua madre e che ora nasce per te e per noi. Non senza dolore. Durante la settimana hai combattuto con sinossi e commentari, con meditazione e letture comparate, con i Padri antichi e con i documenti del Magistero, con la Parola e con le parole, “con la Bibbia e il giornale”…, ma ora nasce l’omelia, ora che guardi la tua gente con la stessa compassione con cui il Maestro guardava le folle “disperse e sfinite come pecore senza pastore”. Bonhoeffer afferma in un corso di omiletica che “l’omelia non nasce sulla scrivania del Pastore, ma sul pulpito” a indicare che tutto quanto hai preparato non è ancora il prodotto finito, manca quella variabile indipendente e rivoluzionaria che è l’azione dello Spirito Santo che soffia sulle ossa aride della tua preparazione culturale e spirituale e, a volte, ti cambia le carte in tavola all’ultimo istante o nel corso dell’omelia quando un bambino comincia a piangere o puntualmente suona un telefonino: “per chi suona la campana?”. Ecco, l’omelia è un mistero e dista da ciò che hai raccolto con la pazienza di un’ape di fiore in fiore, come la prima ecografia o l’amniocentesi sono diverse dal bambino che vagisce all’atto del parto. Perdonami, perdonaci, perché mentre tu sei in travaglio noi ci assentiamo, ci distraiamo e, mentre tu stai partorendo, noi guardiamo nervosamente l’orologio invocando non la fine del tuo strazio, ma del nostro.

Non sempre per la verità mi sembra di cogliere in tante omelie il progressivo e segreto lavorio dell’ape che si industria per preparare il miele buono nel segreto della sua arnia (l’immagine è riferita dai Padri al lavoro della “Lectio Divina”).
Ad un orecchio attento e smaliziato spesso le parole suonano spesso vuote, slegate, assegni scoperti che mancano del necessario deposito della preghiera e della meditazione come concerti improvvisati senza il doveroso e nascosto esercizio della tastiera con ore e ore di scale ed esercizi noiosi ripetuti infinite volte. Per non parlare delle “omelie precotte”!”… A questo punto il mio Vescovo arriccerà il naso come fa istintivamente quando in un incontro sente un termine nuovo o qualcuno manifesta un parere lontano dal suo universo culturale. Mi verrebbe da dirgli con il Giusti: “Che fa, il nesci, Eccellenza?”. Mi toccherà spiegarli che i preti, come le brave massaie erudite dalla reclamistica televisiva, non si perdono in infiniti preparativi per un risotto allo zafferano o un minestrone “Quattro stagioni” ma qualche minuto prima “di andare in onda” tirano fuori dal congelatore un miscuglio gelatinoso e, con un giro di forno a microonde, sfornano davanti al marito estasiato il risotto fumante o il minestrone multicolore. Sembra identico alla “minestra maritata” cucinata dalla nonna con una giornata intera di preparativi…, “sembra”, ma non è così, lo intuisce già il gusto, il resto lo dirà a lungo andare l’ulcera allo stomaco! Le “prediche precotte” sono quelle che si trovano non solo in riviste specialistiche come “Servizio della Parola” e “temi di Predicazione”, ma in quasi tutte le riviste a consumo di operatori pastorali (anche questa che stai leggendo) e che qualche sprovveduto predicatore all’ultimo minuto riscalda e serve ai fedeli come farina del suo sacco. Speriamo si tratti solo di qualche sprovveduto e non di una massa enorme così che la prossima domenica di Pentecoste ci si dovrà sorbire la stessa “omelia riscaldata” nella Chiesa Parrocchiale di Cervinia e di Canicattì, sotto le volte gotiche del Duomo di Milano e all’ombra secolare di un baobab di una Missione sacramentina in Senegal. Non sono contrario ai sussidi che si affiancano al lavoro certosino di un omileta, ma non possono sostituire la fatica del “labor limae” del singolo sacerdote che deve tener presente anche la situazione della comunità in cui dovrà parlare, le tensioni e le gioie dei suoi ascoltatori, le vicende lieti o tristi che tanti hanno vissuto e che debbono aprirsi a contatto con la Parola ad una nuova comprensione come per i viandanti di Emmaus. Le “omelie precotte” disamorano la comunità, sviliscono e tradiscono il Ministero della Parola, fotocopiano e appiattiscono i vissuti ecclesiali “Dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno”.

L’omelia deve inserirsi armonicamente nella celebrazione come parte di un tutto e quindi deve dialogare con quanto la precede e con ciò che segue. A volte il mio parroco si lascia prendere la mano e trascina l’omelia oltre la mezz’ora e poi accelera, come un treno in ritardo, nella proclamazione della Preghiera Eucaristica per rientrare in stazione (sacrestia) all’ora stabilita. È come un direttore d’orchestra che ha trasformato un “adagio in “Lentissimo” e poi recupera eseguendo un “Andante” in “Prestissimo”: la sinfonia ne esce snaturata.

Ci sono preti che pensano che l’omelia sia sinonimo di “Summa Teologica” e cercano di inserirvi il commento a tutti gli articoli di fede come se fosse l’ultima occasione per convertire i presenti che escono di chiesa oltremodo innervositi. Altri strumentalizzano l’omelia “per dirne quattro” ai giovani senza valori, per rampognare Sindaco e Amministrazione Comunale presenti per la Festa Patronale (“Mi sentiranno!”), per esprimere un parere sulla legge 117, sui sensi unici dati alla viabilità cittadina o per cantare i tempi andati quando tutti venivano a Messa e si recitava il Rosario accanto al focolare. Ci sono parroci che mentre stanno per atterrare (un’omelia come un aereo ha un decollo, un tempo di crociera e un atterraggio: sempre il momento più delicato!) si ricordano di aver dimenticato un concetto, un’idea… e ripuntano l’aereo verso il cielo strattonando i passeggeri che vengono presi da nausea di mal d’aria. L’ultima frase di una omelia deve essere accuratamente studiata, limata, pregata perché quando l’atterraggio è dolce si perdona al pilota anche qualche vuoto d’aria sofferto in volo, e l’ultimo accordo di un concerto che rimane nell’aria. Si imprime nell’anima.

Già immagino i commenti a questo articolo se mai sarà pubblicato: “Vorremmo vedere te all’opera!” “È facile giudicare quando si sta sugli spalti…, in campo è tutt’altra cosa!” diranno i preti. E hanno ragione. Non è facile. Forse noi laici dovremmo pregare di più per i nostri preti e fare il tifo per loro. Quando lo meritano dovremmo trovare parole d’incoraggiamento e poter dire: “Parroco, oggi è stato fenomenale!”. È arduo tessere una buona omelia, quasi come un’opera d’arte. Ma com’è una buona omelia? Ricordo d’aver sentito a conclusione di un corso di omiletica, che a noi insegnati di Religione non sarebbe mai servito, una definizione sintetica che mi è rimasta impressa. Il mio Vescovo non l’avrebbe mai usata, ma a me, povero laico è consentito (così impara a passarmi le patate bollenti!). a conclusione di un corso semestrale in cui si erano passate al setaccio le omelie dei Padri, testi di oratori dell’antichità classica, Catechesi mistagogiche e misteriche, San Giovanni Crisostomo (“Bocca d’oro”) e Sant’Agostino, il Prof. Concluse così: “alla fine una buona omelia deve essere come una gonna; né lunga, né corta. Aperta sul Mistero”.

ARTURO AIELLO Vescovo di Teano-Calvi

Da: “L’Emanuele” n°4 aprile 2008
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27/08/2013 20.55

COME DAL NAUFRAGIO FU SALVA LA PREGHIERA DEI FEDELI

L’omelia deve lasciare nel fedele una sensazione di incompiutezza (“peccato che è già finita!”) e non un diffuso nervosismo per lungaggini e inutili proboscidi che fanno esclamare: “finalmente!” o “era ora!”. Vale per i predicatori quello che la Scuola Salernitana indica per una buona dieta: “Bisogna staccarsi dalla mensa sempre con un po’ di appetito!”. Purtroppo accade sovente che ci si alza appesantiti e obesi come dopo un pranzo nuziale, nauseati e intasati come per una cattiva digestione, e la recita della professione di fede non è il grido di battaglia di chi si gloria di essere cristiano, ma il pesante e lento marciare dell’esercito di Annibale dopo “gli ozi di Capua”.
La Liturgia della Parola trova il suo naturale approdo nella Preghiera dei fedeli o Preghiera universale che non è un semplice intrattenimento o un abbellimento nell’architettura della Liturgia, ma ha la sua dignità e ragion d’essere ancora tutta da scoprire. A Dio, che ci ha parlato per bocca del Lettori e del Diacono e che ha agito anche attraverso la sensibilità pastorale del Presidente che con l’omelia ha cercato di attualizzare la Parola , ora l’Assemblea risponde levandosi in piedi con voce di supplica. La Costituzione “Sacramentum Concilium” , al numero 53, ha, a questo proposito, espressioni quanto mai limpide e chiare quando afferma che “Questa preghiera è il frutto dell’azione della Parola di Dio nell’anime dei fedeli: da essa istruiti, stimolati e rinnovati, tutti insieme si alzano in piedi ed elevano la preghiera per le necessità di tutta la Chiesa e del mondo. Perciò, come la comunione sacramentale e, per quanto riguarda la partecipazione del popolo, il culmine della Liturgia eucaristica, così la preghiera comune, secondo antichissime testimonianze, si presenta come la conclusione e, dal punto di vista della partecipazione dei fedeli, il culmine di tutta la Liturgia della Parola”. Mi sembrano parole forti e ancora in attesa di essere metabolizzate dal vissuto delle nostre Chiese locali. Il parallelo tra la comunione sacramentale e la preghiera comune fa assurgere quest’ultima ad una dignità che non si riscontra nella sensibilità dei fedeli e, per lo più, nemmeno dei presbiteri. Nel testo conciliare si parla di “culmine” nel senso che tutto quanto vissuto in precedenza trova qui, nella Preghiera del fedeli, la sua realizzazione e la sua massima espressione, e come una Liturgia eucaristica, senza la comunione sacramentale, manca del suo naturale approdo, così la Liturgia della Parola, senza una convinta adesione e partecipazione alla preghiera comune, risulterà monca, come un periodo sospeso, come un accordo dissonante che non si “risolva” nella pace dell’accordo armonico invocato. A. Bugnini nel commentare e accompagnare l’attuazione della riforma liturgica post-conciliare parlava di “una perla che era andata perduta e che ora è stata ritrovata in tutto il suo splendore”. La perla è stata veramente riscoperta? E perché si parla di perla “ritrovata”?

Per quindici secoli la Preghiera dei fedeli ha vissuto un lunghissimo periodo di sonno, di latenza, di dimenticanza. Per un incantesimo è entrata in una zona d’oblio liturgico come la “Bella addormentata nel bosco” senza che alcuno ne invocasse il risveglio con un bacio risolutivo. Una volta ricompariva, come un’ombra sonnacchiosa nella Liturgia del Venerdì Santo, ma subito veniva sopraffatta dal sonno della mela avvelenata che la riportava tra le ragnatele della soffitta liturgica dove il tempo si era fermato. Non ci credete, ma non sono stati i Padri Conciliari, con le loro lunghe mitrie bianche e le loro cappe caudate, a risvegliarla, ma la voce dei bambini, sì dei bambini che con insistenza dal IV al XX secolo non hanno mai smesso di gridare e di frignare con voci insistenti e squillanti “Kyrie eleison! Kyrie eleison!”. Gridavano nelle stanze solenni dei sacri palazzi e nei padiglioni enormi e contadini che incorniciavano e custodivano, come guardie svizzere, il volto rubicondo del “Papa buono” che, in una sera di luna piena mandava un bacio ai bambini della città eterna. “Kyrie eleison! Kyrie eleison!” continuavano a gridare anche nelle orecchie di Paolo VI, uomo asciutto e drammatico, che abituato alle “sudate carte” della Segreteria di Stato, bambini veri ne aveva incontrato solo a Milano negli anni del suo governo come Arcivescovo della più grande diocesi del mondo. Preoccupato per le “voci di dentro” che infestavano sogni e realtà, Papa Paolo, con l’interessamento di Mons. Macchi, si sottopose anche ad una visita neurologica e audiometrica, ma solo quando fu approvata la Costituzione sulla Liturgia, le voci dei bambini scomparvero e smisero di preoccupare l’ultimo Papa incoronato con la tiara. Da dove venivano quelle voci insistenti che ripetevano “Kyrie eleison!” come filastrocca infantile. Non dai tracciati intasati dei neuroni dei Papi, non da illusioni audio di menti stanche o malate che sentono voci, “ma – sentenzio l’alto e diafano Cardinale Mayer – dai santi fondali della liturgia che invoca un frammento andato disperso!”.
Nel diario di pellegrinaggio a Gerusalemme di Egeria, un testo del IV secolo, dove la curiosità femminile torna a vantaggio della storia della Liturgia, è annotato che nella Chiesa di Gerusalemme si svolgeva una celebrazione vespertina con grande concorso di popolo dove venivano proclamate le Letture. Dopo l’esortazione, il Diacono pronunciava delle intenzioni di preghiera e, ad ogni invocazione, i molti bambini presenti (“semper pisinni plurimi stant”) ripetevano forte e con insistenza “Kyrie eleison! Kyrie eleison!”. Era un ritornello facile, alla portata di tutti, dove le intenzioni proposte dal Diacono, venivano sottoscritte da tutti, anche dai bambini. È una delle ultime incisioni della Preghiera dei fedeli, prima che fosse relegata in soffitta e dimenticata dalla Chiesa, estromessa dal Rito della Messa (VI secolo) per un lungo periodo di latenza dove però le voci dei bambini di Gerusalemme avrebbero continuato a cantilenare con insistenza dal testo di Egeria e nella testa di vescovi e papi.

Il ritorno della Preghiera dei fedeli fu salutato da tutti con entusiasmo e soddisfazione, si avvertì, non solo dai Padri conciliari, la gioia del rinnovamento “della perla perduta” o della “dracma smarrita”, ma da tutti i credenti che fecero festa per il risveglio, dopo quindici secoli, della “Bella addormentata nel bosco”. La fiaba si chiude con la frase rituale “e vissero felici e contenti”, ma la realtà è più prosaica delle fiabe, meno semplice, più contorta, al punto che ciò che si è ritrovato può essere perso di nuovo e, dopo la gioia della novità, si può ricadere in una prassi pedante e senz’anima. Che ne è, a quarant’anni di distanza, della Bella risvegliata dal Bacio del principe azzurro?

La percezione che la Preghiera de i fedeli costituisca un “culmen” della Liturgia della Parola ancora sonnecchia nel numero 53 della Costituzione sulla Sacra Liturgia, la universalità del raggio delle intenzioni è ancora “da venire”, la semplicità del “Kyrie eleison” così facile da memorizzare per i bambini di Gerusalemme è stato sostituito non solo dal facile “Ascoltaci, Signore!”, ma da formule sempre più lunghe, astruse e ogni volta diverse che, senza l’ausilio del demonizzato “foglietto della Domenica” sarebbe impossibile ricordare. Capita così che alla stessa invocazione si risponda contemporaneamente con “Ascoltaci, Signore!”, “Liberaci, Signore!”, “Tu solo hai parole di vita eterna!”, “Miserere nobis” e “Resta con noi, Signore, perché si fa sera” generando una confusione e un disorientamento. Alla fine, ma si è già all’ultime intenzione, vince non il testo più consono, ma quello più gettonato dalla signora del primo banco che intona i canti, raccoglie le offerte ed ha, nell’errore, dalla sua voce che copre e dirige le altre.

Il testo delle intenzioni dovrebbe essere brevissimo, chiaro e senza coordinate a indicare piuttosto problemi, categorie di persone, invocazioni collegate al messaggio delle letture e invece… spesso diventa l’occasione per fare una seconda predica da parte di qualche laico devoto che ha sbagliato vocazione, o il momento per lanciare al parroco e alla sua omelia su cui non andiamo d’accordo. Le intenzioi spontanee a volte diventano un fuoco di fila come gli interventi dei deputati al Parlamento e se è intervenuto un giovane del Rinnovamento dello Spirito, subito scatta un Ciellino trascinando all’ambone un operatore della Caritas che dice “Signore, aiutaci a capire che se non c’è la carità stiamo facendo solo chiacchiere!”. Ovviamente tutti rispondono con il ritornello di turno facendo finta che sia la Preghiera dei Fedeli e non “Mezzogiorno di fuoco”. A volteci mette il suo anche il Celebrante che, riavutosi durante la recita del Credo, e accortosi che ha mancato in concetto importante alla predica, lo fa rientrare dalla finestra della Preghiera dei Fedeli. Insomma la Preghiera dei Fedeli rischia di diventare un contenitore elastico dove ciascuno può depositarvi quello che ritiene più opportuno: preghiere rivolte al Padre, esortazioni, arringhe alle folle, avvisi indiretti (“Preghiamo per il Recital che i giovani della parrocchia stanno allestendo e che andrà in scena domenica prossima alle ore 20,00 al Teatro Tenda in via…), messaggi subliminali alla ragazza che ha mollato il giovane fidanzato (Signore, tu ci insegni a perdonare sempre e ad attendere e accogliere coloro che ci hanno fatto del male…”), necrologi (“Ricordati di mio nonno che era così buono e ogni qual volta prendeva la pensione mi dava 50€…”), appelli (“Preghiamo per coloro che sono in difficoltà… ieri ha subito un intervento chirurgico zio Costantino, ha perso molto sangue… urge di trasfusioni gruppo RH positivo: per chi volesse rendersi disponibile telefonare al 33348…”), invocazioni alla Madonna, raccomandazioni a Padre Pio, lodi alla santità di San Casimiro martire, inviti (“Preghiamo per Giovanna e per me che giovedì prossimo ci sposiamo nella Chiesa dei Cappuccini e che vogliamo, con l’aiuto di Dio, mettere su una famiglia cristiana…, mi raccomando: siete tutti invitati… basta che abbiate un garofano bianco all’occhiello…”). Questo ed altro rischia di diventare la Preghiera dei fedeli resuscitata dai Padri del Concilio e appesantita da mille orpelli che non le appartengono e che rischiano di snaturarla. L’esperienza in assoluto più tragica della mia lunga esperienza pastorale porta la firma di Salvatore Avitabile che oggi abita a Civitavecchia, Ufficiale delle navi mercantili e pittore cubista leggermente sul “depresso”. Era allora adolescente quando salì “sul podio” della Preghierda dei fedeli senza avvertire il Presidente e cominciò una preghiera-conferenza sulla solitudine dei ragazzi, l’arroganza dei grandi, il bisogno di comunicare, le pene del cuore, il cuore delle pene, l’ipocrisia imerante….
Dopo due minuti in cui avevo dato prova di pazienza gli chiesi, dalla Sede, di formulare una preghiera perché non avevamo ancora capito per quale motivo ci chiedeva di pregare, ma lui imperterrito continuo ad aprire parentesi tonde, quadre, graffe senza dare segno di volerle chiudere…, per cui dopo un altro minuto di comizio che a me sembrò lungo quanto un’era geologica, lo stoppai con un “Preghiamo” che aveva l’imperativo di un punto in cui l’assemblea si affrettò a rispondere “Ascoltaci, Signore” anche se avrebbe avuto più senso un “Libera, nos Domine!”. Finì così ingloriosamente, per tutti i secoli dei secoli, la possibilità di aggiungere qualche preghiera spontanea a quelle proposte dal foglietto che non fossero munite di sigillo in cera lacca con correzioni e snellimenti dovuti alla previa lettura del parroco.

In quanto “culmine” della Liturgia della Parola, le intenzioni proposte non possono non prendere ispirazione dalle Letture proclamate, ne devono portare l’impronta e l’anima, debbono costituire come la risposta dell’Assemblea che, avendo ascoltato Dio parlare, ora si rivolge a Lui sullo stesso tema invocando aiuto.
“È bello, Signore, ciò che ci hai appena detto, e vero, buono, ma la nostra volontà è aggravata da molti pensieri, perciò ti chiediamo di realizzare tu stesso in noi ciò che ci hai indicato!”: questa dovrebbe essere la traccia di ogni preghiera. Ovviamente a ciò va aggiunto l’orizzonte storico in cui la comunità vive e in cui la Celebrazione è inserita per evitare che le invocazioni siano disancorate dal vissuto e avvertite asettiche dal fedele che partecipa all’Eucarestia. La dimensione verticale ed orizzontale di ciascuna intenzione dovrebbero essere espresse nella forma più chiara e semplice. Che cosa rende la Preghiera dei fedeli la forma di intercessione più alta che la Chiesa conosca rispetto ad una qualsiasi forma personale e comunitaria? Innanzitutto il suo essere parte integrante della Celebrazione Eucaristica fonte e culmine della vita della Chiesa, cui va aggiunta la straordinarietà del numero di firme poste in calce alla intenzione formulata con la semplice ripetizione del ritornello.
“Se due di voi – dice Gesù – si mettono d’accordo nel chiedere la stessa cosa, abbiano la certezza di averla già ottenuta”: qui non si tratta di una qualsiasi organizzazione o “catena di preghiera”, ma della comunità eucaristica che firma una petizione. A chi è rivolta? Al Padre è destinatario di ogni supplica. E porta, al di sopra di ogni altra, la firma di Gesù. Questa verità che per noi fa tanta fatica ad essere assimilata e ad entrare nella prassi liturgica, l’avevano misteriosamente capita i bambini di Gerusalemme che ripetevano in tanti, e con voci squillanti, ad ogni invocazione “Kyrie eleison! Kyrie eleison!” come una filastrocca. Dobbiamo a loro se la Preghiera dei fedeli non sia andata irrimediabilmente perduta. Inghiottita nel nulla, come un fiume carsico, ha continuato a scorrere nel mistero della Liturgia per quindici secoli, poi è riemersa con forza e rinnovato vigore nella Basilica di San Pietro facendo galleggiare, nell’immensa navata, i pesanti scanni dei P Conciliari sotto lo scroscio squillante di risa (“i bambini fanno oh!”).
Quel giorno i sediari dovettero trasformarsi in vogatori lagunari del Bucintoro e Paolo VI fece ingresso nell’Aula Conciliare seduto sul cassero della barca di Pietro.

+ Arturo Aiello
L’Emanuele 5/2008
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27/08/2013 20.56

DALLA SEDE ALLA MENSA UN VARCO DI SPERANZA

Il passaggio dalla Liturgia della Parola alla Liturgia Eucaristica è un punto di sutura delicato. Dopo la Preghiera dei fedeli (“perla ritrovata”) l’assemblea siede, la tensione sembra calare, quando va bene comincia il canto d’offertorio ed entrano in scena le inappuntabili signore o signorine (è il loro momento magico!) con i cestini per la raccolta delle offerte. L’attenzione non si sa dove appuntarla se sugli accordi del canto, sui capitelli corinzi delle colonne, sul vicino di banco che cerca la moneta più piccola in fondo al borsello, sull’avvenenza delle signore questuanti o sul piccolo drappello che, incerto, avanza verso l’altare in processione offertoriale. Quasi mai l’attenzione è attirata dal Celebrante che passa dalla Sede alla Mensa aprendo un varco per l’intera assemblea liturgica. Perché “un varco”?
Non so se te ne sei accorto, ma la situazione, a ben pensarci, era diventata insostenibile. La Parola ti aveva forato gli orecchi, aveva aperto i cieli plumbei con cui eri entrato in chiesa, l’omelia aveva snebbiato ulteriormente l’orizzonte facendoti apparire in tutta la sua maestosa bellezza la “santa montagna” di cui avevi finito per innamorarti, “Sì, la scalerò!” ti sei detto un attimo fa meravigliando se stesso per la decisione audace. Ma poi il ricordo delle tue debolezze e dei tuoi progressi fallimenti è tornato alla ribalta per situarti nella percezione chiara dei tuoi limiti e della impossibilità di intraprendere “il santo viaggio”. Hai sentito, come Paolo, la bellezza della meta e il peso esorbitante della zavorra che hai e che sei ed hai gridato a lui: “Chi mi libererà da questo corpo mortale?”. Stavi per arrenderti gettando la spugna, stavi per uscire di chiesa deluso…, quando il Celebrante è passato dalla Sede alla Mensa aprendoti un varco di speranza.

Questo delicato punto di sutura tra la Liturgia della Parola e quella Eucaristica è ben documentato nella catechesi sottesa al racconto della Pasqua che leggiamo in filigrana nell’esperienza dei discepoli di Emmaus. Essi, dopo aver prestato attenzione al misterioso pellegrino che ha aperto loro le menti al senso delle Scritture, giunti in vista dei primi tetti del piccolo villaggio, vedono Gesù diretto altrove. “Ed egli fece come se dovesse andare lontano” annota l’evangelista raccontando lo sguardo del Pellegrino che non si ferma sui comignoli già fumenti per la cena, o che accenna a un saluto per i due fortunati. Qui è scena “l’angoscia dell’abbandono” con i suoi vuoti allo stomaco, con la tristezza fisica del “troppo bello per essere vero!” o con la prosaicità di “ogni bel gioco dura poco”. Sta per scendere la sera si tetti, sui cuori, sulle braci che ardevano dentro. Il rosso del tramonto non lo vedo riflesso tanto su vetri delle finestre che si chiudono, quanto negli occhi dei due amici in quell’arrosarsi lucido che prelude il pianto.
“È stato bello camminare con te, chiunque tu sia, che ci hai raccolti con pazienza dalle nostre derive superando diffidenze e freddezze iniziali. È stato bello raccontarti le nostre vite scomposte e frammentarie e vederti armeggiare con la nostra spazzatura (adesso si chiama “monnezza”!) per tirarne fuori una favola, una poesia, un’opera d’arte! Tu ci hai dimostrato che era grazia la nostra disgrazia e “necessario” ciò che per noi era solo fallimento, Tu ci hai ricostruito pezzo per pezzo e da prostitute ci hai fatti regine…, ed ora vuoi andartene come Cenerentola nel più bello della festa? Con Te la vita è andata a mille e queste due ore trascorse siamo pronti a barattarle con anni e decenni di vita insulsa e monotona, un giorno solo nei tuoi atri vale più che mille altrove! Non ci lasciare proprio ora, nel più bello, senza di te, senza di te ricadremmo nella dimenticanza e nell’ombra della morte! Non permettere che siamo risucchiati dal niente in vite atone ed eternamente clonate in grigio, con Te abbiamo gustato la gioia di vivere, ma se Tu te ne vai ritorneremo “all’ossario immenso/ di quelli che non sono morti/ e non hanno più nulla/ da morire nella vita” (P. Salinas). Resta con noi, Signore, perché si fa sera e il giorno già volge al declino!”.

Quante cose, quanti sentimenti, quanta paura del domani in quell’accogliente preghiera! La richiamo qui, nel raccontarti il breve ma intenso pellegrinaggio del Celebrante dalla Sede all’Altare, perché c’è la stessa sproporzione tra la vetta intravista e le poche forze per scalarla, tra la vita riscoperta bella con Lui e la certezza che, se il Maestro non rimane con noi come forza, a nulla sarà valso aver ritrovato la Via e la Verità, se viene a mancare la sua presenza come Vita. È come se i discepoli dicessero: “Quello che ci hai indicato è troppo alto per noi (Salmo 138); per questo rimani con noi e realizza Tu stesso, con la tua grazia, ciò che noi, da soli, mai potremo realizzare! Senza di Te – è ancora Pedro Salinas – “ perderò il mio nome,/ i miei anni, i miei tratti, / tutto perduto di in me, di me”. L’evangelista Luca annota laconicamente: “Egli entrò per rimanere con loro”. E si mette a tavola non come invitato, ma come Maestro. Passa dall’Ambone alla Mensa, dalla Sede all’Altare per spezzare il pane che in loro diventerà forza e chiarezza.

Ti ho richiamato questo passo del Vangelo di Emmaus perché illumina bene quanto avviene nel passaggio di attenzione liturgica dalla Parola proclamata alla Parola mangiata e assimilata. Guai se tu uscissi di Chiesa dopo la prima parte della Messa con la presunzione che basti capire per fare, che sia sufficiente conoscere la meta per raggiungerla. Colui che ti ha aperto la mente ai segreti del Padre suo che ora entra in te come Pane-Forza che ti fa realizzare quanto ti ha indicato. Non ti lasciar prendere dalla stanchezza, non permettere che il canto ti distragga, non inseguire col desiderio le danzanti ragazze che sfilano tra i banchi col pretesto delle offerte, ma incolla gli occhi del cuore al Celebrante, che con decisione, ora è davanti alla mensa, innalza il pane e il vino con gesto largo, con respiro “cosmico”.

“Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo; lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna.” C’è in questa formula offertoriale il respiro della preghiera ebraica di benedizione che Gesù stesso utilizzò quando “prese il pane, rese grazie, lo spezzò…”. Anche tu hai qualcosa da offrire. Anche tu devi offrirti. La preghiera è rivolta al Padre autore ed origine di ogni cosa (“Dio dell’universo”) da cui proviene ogni bene attraverso i canali della natura e della grazia. È grazia anche la natura. Innanzitutto la natura. Devi ricuperare questa sensibilità cosmica dell’offertorio che ti educa a riconoscere la mano di Dio in ogni cosa e ti pone, non solo nel movimento puntuale dell’Eucarestia, nel dovere-piacere di far ritornare a Lui ciò che Egli ha stabilito per il nostro bene. Si tratta di ricuperare la circolarità che appartiene all’universo religioso dell’uomo dove si offre ciò che si è ricevuto perché tutto ritorni (confluisca) alla Sorgente passando per le mani dell’uomo.
Ma il pane, come il vino, non è solo frutto della terra, ma chiama in causa anche il “lavoro dell’uomo” che ha seminato, potato, ha raccolto, macinato, impastato, cotto, fatto fermentare. Certo, il richiamo immediato è al lavoro primario che è quello manuale ma tu, insieme al canto del trattore che ara (c’erano una volta i buoi…), della trebbiatrice che falcia, impasta il suono delle rotative dei quotidiani e dell’editoria, lo stridore incandescente delle fabbriche “pesanti dove si progetta e si modella un’intera campata di ponte in acciaio, il più leggero, ma non meno mastodontico bip dell’intelligenza virtuale che dialoga con i satelliti e pone in relazione uomini e donne dell’intero pianeta intorno al tavolo di una teleconferenza. La terra e il lavoro, la natura e la cultura, pesano sulla patena del Celebrante che offre ogni cosa a Dio e chiede che sia cibo e bevanda, grazia e salvezza, pace e misericordia. E tu che cosa offri?
Nella dinamica ascensionale dell’offertorio sei implicato anche tu, la tua vita, le tue gioie, i tuoi fallimenti, le tue nostalgie, i tuoi sogni, la tua voglia di trasformare il mondo. Non essere muto a questo punto, non presentarti a mani vuote, ma offri ciò che hai, ciò che sei, ciò che conosci della vita degli altri perché nel crogiuolo della Liturgia Eucaristica tutto possa trovare cittadinanza, diritto di parola, dovere di salvezza. Vale per questa seconda parte della Messa ciò che i Padri antichi ritenevano del Mistero dell’Incarnazione: “Ciò che non è assunto dal Verbo, non è salvato”. In maniera analogica possiamo dire: “Ciò che non è offerto non è trasformato in grazia”.

“Insieme al pane e al vino ti offro, Padre, la mia giovinezza, la mia voglia di vivere, d’essere felice. So di vivere una stagione esaltante e decisiva della mia vita, ma avverto anche il peso delle scelte da compiere e alla voglia di volare si accompagna la paura di cadere. Prendila Tu la mia giovinezza, liberala dall’ospite inquietante del nichilismo che a volte vi fa capolino, potenziala, eternalizzala e ridammela poi come dono da donare, come pane da condividere”.
Benedetto nei secoli il Signore!
“Lucio ed io poniamo sulla patena e nel calice, che ora il Celebrante sta innalzando verso di Te, il nostro amore perché divenga Amore. È cosa umana e fragile, Tu rendilo perenne perché sia bastante per noi, per i figli che ci darai, per gli amici, per i nostri genitori che ci vedono partire, per quanti incontreremo sul nostro cammino. È il povero amore di un uomo e di una donna, Tu rendili sacramento dell’amore di Cristo per la Chiesa”.
Benedetto nei secoli il Signore!
“Tu sai, Signore, la difficoltà d’essere un giornalista credente, la solitudine in questa giungla della comunicazione senza comunione, il peso della lontananza da casa e dalla comunità parrocchiale in cui sono cresciuto, la fatica di restare tuo discepolo in un mondo dove i valori del Vangelo sono derisi ed anche le fedi si offrono come prodotti di un supermercato…, accetta l’offerta della mia vita e della mia professione e rendimi strumento umile e nascosto dalla tua gloria”.
Benedetto nei secoli il Signore!
“Ora che il sacerdote offre il pane e il vino, a fatica, Padre, pongo sull’altare la mia vita di giovane sposa e madre che da un anno lotta con interventi chirurgici, chemio e radioterapie, analisi, responsi, sguardi tesi ad individuare negli occhi dei medici e infermieri segnali, oltre quello che diranno, su di un male che è venuto a domiciliare con noi e non sembra voler fare le valigie. Per me, ma soprattutto per il mio bambino e per suo padre invoco la Tua misericordia perché le tante lacrime versate nella semina siano trasformate in covoni di gioia da raccogliere. Io non so, ma Tu sai… e come Gesù mi fido del tuo amore. Prendi tutto e trasforma in grazia”.
Benedetto nei secoli il Signore!
“Insieme al pane, ti offro il mio sì in questo giorno in cui le sorelle mi hanno indicato come Abadessa di questo Monastero appollaiato sulla rupe come un nido. Ho solo trentacinque anni e appena ieri ero ancora figlia e mi sentivo protetta dalla Madre da cui prendevo affetto e sicurezza. Ora sono qui, colma di paure e di angosce: cela farò? Prendi tutto nelle tue mani e donami tranquillità e pace profonda, perché dalla cesta vuota del mio cuore le sorelle attingano dolcezza e fiducia”.
Benedetto nei secoli il Signore!
“La percezione d’aver sbagliato tutto mi prende spesso, Signore, e mi toglie la gioia di vivere che certe mattine sento forte come nemmeno da ragazzo e da giovane ho avvertito. La mia vita si trascina con mille acciacchi della vecchiaia e con la consapevolezza d’esser un peso a me stesso prima che per gli altri….
Ora che il prete ti offre il pane e il vino, pongo sull’altare la mia vita piena di rimorsi e di rimpianti con la segreta speranza che Tu possa accettare anche i pochi spiccioli di questo vecchio che, come il Prodigo, ha sperperato tutti i suoi giorni ed ora viene a Te col capo chino del perdente che non cessa di sperare in un colpo di fortuna”.
Benedetto nei secoli il Signore!

ARTURO AIELLO Vescovo di Teano-Calvi
Da: “L’Emanuele” n°6 agosto-settembre 2008
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27/08/2013 20.57

ED È SUBITO GRAZIA

Comincia la grande preghiera con cui si allargano gli orizzonti della nostra piccola chiesa di compagna, si allungano e si allargano le navate, le colonne si innalzano come cedri del Libano e il soffitto a cassettoni si allontana fino ad includere il cielo stellato, la luna, il sole e gli altri astri roteanti nelle loro orbite abissali e perfette. Ora che comincia il Prefazio, invito al rendimento di grazie, siamo condotti in una dimensione cosmica anche se restiamo qui nel nostro piccolo spazio sacro, e siamo invitati a sentire il respiro della storia anche se restiamo nel piccolo attimo fuggente della nostra celebrazione. Sei pronto al decollo?

La preghiera prende velocità sulla pista con il dialogo ferrato tra il Presidente e l’Assemblea che suona come le parole in codice scambiate tra il pilota e la torre di controllo. “Il Signore sia con voi.” “E con il tuo spirito”. “In alto i nostri cuori.” “Sono rivolti al Signore!”. “Rendiamo grazie al Signore nostro Dio.” “È cosa buona e giusta!”. A “In alto i nostri cuori” l’Assemblea è già staccata dalla pista ed avverto un vuoto allo stomaco come ad ogni decollo e ascolto il “Sono rivolti al Signore!” come il pilota sente la risposta dei motori alari all’atto in cui li chiama all’appello premendo i rispettivi sensori. Mi batte il cuore come al primo decollo. Come alla prima messa mi tremano le mani. Mi rifugio tutto nella voce che rimane ferma, forte, solenne. Non sono più io, piccolo uomo-prete, si sgrana la mia storia, si stemperano i ricordi della mia povera vita, la percezione del mio corpo stranamente si perde nella voce che presto alla Chiesa e che, al momento, sembra l’unica cosa vera, reale, dovuta: “È veramente giusto, santo, fonte di gioia, rendere grazie…”. Ecco ci siamo…, stiamo virando sui tetti che si allontanano e sulle vie che rimpiccioliscono mentre la fusoliera fende le nubi e sfida la forza di gravità in altitudini sempre più luminose e rarefatte da cui guardare il nostro piccolo mondo antico e abbracciarlo con un solo sguardo di misericordia come forse ci accadrà nell’attimo della morte dove sarà chiaro cosa è stato veramente importante. Grazie…

Ecco che cosa è veramente importante: rendere grazie, fare Eucarestia, dare lode al Padre Creatore, al Figlio Salvatore, allo Spirito Santificatore per quanto hanno operato nell’uomo creato e redento, nella Chiesa e nel mondo attraverso un’opera di grazia che la breve prospettiva delle case e degli alberi mi impediva di vedere chiaramente dal basso e che ora, dall’alto, mi si squaderna dinnanzi con chiarezza che mi fa dire “come ho fatto a non pensarci prima?”. La vita vista da qui, ora che ci innalziamo progressivamente, ha una sua sensatezza, un suo chiaro dipanarsi intorno ad un fulcro luminoso. Non mi riferisco solo alla mia povera vita e a quella dei fedeli che compongono l’assemblea eucaristica di questa domenica, ma alla vita del mondo, al senso della storia. A ciò che è stato. A ciò che sarà. Passato, presente, futuro hanno uguale cittadinanza intorno all’evento Gesù Cristo che mi appare il cuore del mondo e della storia. Colui che era, Colui che è, Colui che viene. Questa ritrovata certezza che la Chiesa mi pone dinanzi mi fa esultare di gioia “insieme agli angeli, gli arcangeli, i cherubini e i serafini che non cessano di esultare uniti nella stessa lode: Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo…”.

Qui siamo in tanti a cantare, vivi e defunti, santi e peccatori, in questo canto al Dio tre volte Santo la nostra Chiesa pellegrina nel tempo si affretta ascoltando l’inno della Chiesa celeste. Cantano anche le stelle e i pianeti, il magma incandescente nel ventre dei vulcani e i venti che soffiano sulle vette innevate del K2. La senti questa esplosione di mille voci della natura e della storia che riconoscono Dio autore e padrone, signore e padre? “I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Osanna nell’alto dei cieli! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!”. Qui si supera la barriera del suono e puoi avere qualche disturbo ai timpani, ma è meraviglioso scoprire che l’amore di Dio è la sorgente di ogni cosa e al suo estuario, inizio e fine, alfa e omega. Cantando il Sanctus tu sei in piedi come l’assemblea dei redenti nella liturgia dell’Apocalisse, ma il cuore inginocchiato dinnanzi a “Colui che move il sole e le altre stelle”. L’organo a canne chiama a raccolta tutti i registri facendo vibrare gli stipiti delle porte come nella visione inaugurale di Isaia e nelle voci del coro distinguo la voce di mia madre già nella luce da quasi vent’anni, la dolce inflessione leccese del vescovo Don Tonino, la cantata baritonale di Giovanni Paolo II.

“Padre veramente Santo, fonte di ogni santità…” Dopo l’intreccio di coro e orchestra come nella Nona sinfonia di Beethoven, cala di nuovo il silenzio e tutti si danno appuntamento nella mia povera voce e si annidano come gabbiani sulle rocce. “A Te la lode da ogni creatura…” La Preghiera Eucaristica è intrisa di lode, ringraziamento, meraviglia per quanto il Padre ha compiuto mandando come Salvatore il Figlio suo Gesù Cristo perché l’uomo non fosse in potere della morte. È rievocazione della storia della salvezza non solo come ricordo di un fatto accaduto, ma come evento che si fa all’atto in cui lo si racconta. Una memoria che riaccade, si ripresenta con i suoi effetti benefici nel momento in cui la si riaccende annullando lo spazio temporale che separa l’accaduto da chi lo racconta. Una memoria più forte: memoriale.

“Santifica con l’effusione del tuo Spirito le offerte che ti presentiamo perché diventino il Corpo e il Sangue del tuo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo”. Attento! Qui abbiamo una nuova virata benché io abbia inserito il pilota automatico e mi stia lasciando trasportare della parole, c’è una nuova impennata. Lo noti dalle mani stese sul pane e sul vino. Epiclesi. Questa parola la dei imparare. È sempre accompagnata dal gesto dell’imposizione delle mani e dall’invocazione dello Spirito Santo. Le mani fanno tetto sul pane e sul vino come a disegnare una chiesa nella chiesa e da quel tetto-cielo scende lo Spirito e trasforma, vivifica, incendia, impasta, santifica. Ciò che io ho offerto, ciò che tu hai deposto sull’altare, ciò che ciascuno ha portato è povera cosa, ma lo Spirito trasforma e rende grandi le cose piccole, eterne le cose temporali, infinite quelle finite. “Epiclesi” è una parola d’ordine, un momento denso di santità nello svolgersi della liturgia già santa, un raggi di luce accecante in una giornata già luminosa. Un fotone di santità. Il pane è pane ma l’epiclesi lo rende corpo di Cristo. Il vino è vino ma l’epiclesi lo rende Sangue. Lo Spirito trasforma ogni cosa e ciò che c’era prima rimane esternamente identico, ma cambia nella radice del suo essere.

Epiclesi. Il 7 dicembre 1978 io ero un giovane ai piedi del Vescovo Mons. Antonio Zama che stese le mani su di me e pronunziò l’epiclesi dell’Ordinazione che mi fece Diacono. Restai lo stesso per gli amici, ma fui radicalmente trasformato in servo della Parola e della carità. Il 7 luglio 1979 ero nuovamente ai suoi piedi, sotto il tetto delle sue mani da cui mi veniva lo Spirito che mi rendeva Presbitero per sempre. Mi sentivo ancora io, ma avveniva una trasformazione del mio essere, una transfinalizzazione delle mie energie orientate alla carità pastorale. Prima e dopo l’Ordinazione sembrava tutto identico, ma io ero cambiato dalla grazia dello Spirito Santo. Mi ero inginocchiato giovane e mi rialzai che ero anziano (presbitero significa “anziano”) con una nuova fora nelle mani capace di provocare nelle offerte poste sull’altare la stessa mutazione radicale che il Vescovo aveva appena realizzato in me.

Epiclesi. Il 30 giugno 2006 ero di nuovo sotto un tetto di mani. Le mani erano del Cardinale Gianbattista Re, Prefetto della Congregazione dei Vescovi, che invocava su di me lo “Spirito che governa e che guida”. Ci fu un vento impetuoso che bussava alle porte del cuore, poi lingue come di fuoco. Mi inginocchiai sotto quella cascata incandescente. Mi alzai Vescovo. Sembravo quello di sempre, ma ero stato trasformato a immagine di Gesù-Pastore.

“Epiclesi”. Impara questa parola e ripetila sillabandola. Nella Preghiera Eucaristica accade due volte: sulle offerte e sulla Chiesa raccolta. Sul pane e sul vino e poi sulla comunità in preghiera. È una cascata di luce e di fuoco che trasforma il pane in Corpo e il vino in Sangue di Cristo. La stessa grazia invocata sulla comunità dispersa e segmentata ottiene la Chiesa Corpo di Cristo. “Come questo pane era sparso sui colli in tanti chicchi e raccolto è diventato una cosa sola, così raccogli la tua Chiesa dai quattro venti del tuo Regno!” si pregava nei primi secoli. Così preghiamo oggi invocando lo Spirito che viene a unificare e a trasformare ciò che altrimenti sarebbe solo un’accozzaglia di persone diverse difficilmente armonizzabili. La Preghiera Eucaristica che sto recitando ottiene questi due miracoli: sotto il tetto delle mie mani lo Spirito Santo rende Corpo di Cristo il pane e la Chiesa. Il Pane per il cammino della Chiesa. La Chiesa per la consegna e l’adorazione del Pane.

Epiclesi. Ciò che è povero diventa nobile, ciò che è debole diventa forte, ciò che è limitato diventa infinito, ciò che è peccato diventa santità. Il pane è Corpo, il gruppo è la Chiesa, il poco è molto, la natura è grazia. Credi tu questo? Quando ero sotto il tetto di mani mi chiedevo: ce la farò? Ma fui trasformato. Ora sono io a stendere le mani sul pane e sul vino, a fare tetto a ciò che è sull’altare e tu pensi “È l’Epiclesi!” e naturalmente senti il bisogno di cadere in ginocchio.

Ed è subito grazia.

ARTURO AIELLO Vescovo di Teano-Calvi

Da: “L’Emanuele” n°7 ottobre 2008
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27/08/2013 21.00

NELLA NOTTE IN CUI FU TRADITO…

Dopo la cascata di fuoco dell’Epiclesi, posso entrare nel cuore della Preghiera Eucaristica che è il racconto dell’Istituzione. Ho utilizzato il singolare perché sono io che parlo a voce alta, mi sento parlare, mi ascolto come fosse un altro a farlo. Ma parlo a voi raccontando di una sera, anzi di una notte. Il parroco della mia infanzia a questo punto si chinava sulle offerte, quasi volesse difenderle con il suo corpo, e, benché già fosse di spalle (eravamo prima del Vaticano II) abbassava anche la voce per confidare un segreto che nessuno doveva sentire e sillabava tremando “Hoc…est…enim…”. A noi chierichetti ammessi oltre il recinto sacro della balaustra, sembravano le parole di una formula misteriosa per iniziati da non rivelare ad alcuno, da difendere, come i Cavalieri della Tavola Rotonda, fino al martirio e alla morte. Oggi le parole sante di quella sera sono raccontate davanti a voi e spero suscitino lo stesso senso di arcano che risvegliava nelle nostre menti bambine in quel gran silenzio dove venivano sussurrate come parole d’ordine di una sacra cospirazione o (ma questo lo avremmo scoperto in seguito) la consegna, sintesi di una vita, di un genitore sul letto di morte o di un amante oltre i veli del talamo.

“NELLA NOTTE IN CUI FU TRADITO…” non c’è fretta nella recita di quel racconto che non è memoria, ma memoriale, non cronaca di un fatto accaduto, ma sequenza di un evento che accade. Qui. Adesso. Rallento il ritmo delle parole per mettere il freno ai piedi di Giuda che è uscito nella notte con il proposito di tradire il Maestro, per sillabare il tempo di questa cena che è Ultima ma anche Definitiva e che Gesù ha desiderato ardentemente di consumare (“Desiderium desideravi”) con i suoi prima di passare da questo mondo al Padre. C’è aria di festa. “C’è aria di tempesta” canta Renato Zero. È quell’attimo di pace che prelude alla sera. Che prelude alla guerra. E qui, in questo interstizio tra pace e guerra, in quel momento in cui la cena sta per finire e ad un cenno tutti si alzeranno per andare ciascuno al suo tradimento, Gesù depone il dono dell’Eucarestia per anticipare ciò che Egli farà sulla Croce, per dare futuro di alba ad ogni notte, per dare “oltre” anche al tradimento del discepolo, dell’amico, del figlio, dell’amante. Per dire “oltre”.
L’appuntamento con quelle parole sante è desiderato e temuto da ogni prete. I seminaristi le ripetono in mente per anni nell’attesa di poterle pronunciare almeno una volta, le guardano fiorire sulle labbra dei sacerdoti e si chiedono come sia possibile pronunciarle e poi raccontare barzellette; la notte prima dell’Ordinazione vivono l’incubo di una voce che, all’atto della Consacrazione, scompaia del tutto, prosciugata come la pietra carsica del “san Michele”, come un torrente del Negheb. Uno di loro mi ha confidato “vorrei morire dopo la Prima Messa per restare sempre inchiodato alle sante parole!”. È per questo che un sacerdote, dopo l’Epiclesi, con timore e tremore si avvia a ripetere le parole della Consacrazione e la voce a volte si rompe, si incrina e diventa tremante: “Nella notte in cui fu tradito…”.
Noi aspettiamo di essere in perfetta forma per dire “ti voglio bene”, invochiamo un giorno senza problemi e senza tensioni per fare testamento o scrivere una lettera, cerchiamo una situazione idilliaca per dare il meglio di noi…, e per questo siamo così parchi di parole e di doni! Gesù sceglie il momento più drammatico per dire di sé, per dare se stesso nella “nuova ed eterna alleanza”. Tu non sei ascoltatore di un racconto, ma protagonista di un evento. L’Evento. Anche tu siedi al tavolo o disteso al triclinio in quell’attimo che assorbe ogni tempo, in quel luogo che assomma ogni spazio. Cenacolo:rumori di stoviglie, andirivieni di servi, sguardi oltre il calice, salmi ripetuti a memoria, ansie per gli assenti, tensioni e dissapori tra i presenti, occhi pesanti per il sonno, ricordi della notte del Passaggio, desideri, dolci compagnie, sapore del pane, vigore del vino, briciole sulla mensa che qualcuno maniacalmente ordina e conta… Su tutto questo le parole del Maestro che attraversano i secoli: “prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo”. È detto sul pane che diventa Carne. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.

“NELLA NOTTE IN CUI FU TRADITO…” Si tradisce di notte per nascondersi, ma ancor più si tradisce nel cuore per chi si allontana dall’Amore. “Ed era notte” annota l’Evangelista Giovanni quando descrive l’uscita di Giuda dal Cenacolo, stanza della luce. Era notte quando ti attesi a lungo e invano (come potrò dimenticarla quella notte?) e il tuo telefonino ti dichiarava “non raggiungibile”. Eri a pochi isolati dal nostro, nelle braccia di un altro, ma, anche a pochi metri, un tradimento rende irraggiungibile una moglie che ha deciso di “voltare pagina”. Nella notte di Giuda e di Cristo rivivo ogni volta la tua e la mia notte e penso di restare al mio balcone fino all’alba per sperare l’insperabile, per non disfare il letto immenso e vuoto, deserto come il cuore e la piazza in cui speravo tu riapparissi insieme alla luce. Nella notte in cui fu tradito…

GESÙ PRESE IL PANE E RESE GRAZIE. Le parole dell’Ultima Cena sono le più ripetute, levigate, ricordate. Parole essenziali e solenni che raccontano di una notte di tradimento trasformata in una notte di amore dove Colui che è tradito non scappa, ma si consegna per rispondere alla malvagità con il bene.

GESÙ PRESE IL PANE. Sulla mensa e nel cesto ce n’erano di interi e sbocconcellati, ma Lui ne scelse uno. Lo guardò e lo prese. Lo fissò e lo amo. Poi lo prese “nelle sue mani sante e venerabili”. “Vorrei sapere cosa t’ha preso!” – grida una donna scuotendomi forte perché rinsavisca – “sei cambiato…, non sei più lo stesso da quando sei tornato da quel ritiro!...”. non sono malato e la donna è mia madre o forse lo era. Non sono plagiato. Forse innamorato di uno sguardo: “Ho tante cercato di spiegarti, mamma, che Gesù è passato e mi ha fissato. Mi ha scelto. Mi ha preso il cuore nelle sue mani sante e venerabili”. Prese il pane e rese grazie.

LO SPEZZÒ… Non è fatto per essere contemplato il pane, ma mangiato, ed è per questo che Gesù lo spezzò per dire a se stesso e al mondo che Egli stava per essere spezzato sulla Croce per la salvezza di tutti. È un gesto di violenza l’atto dello spezzare da cui nasce condivisione e comunione. Mi sento spezzato (e mai prima d’ora l’avevo associato alle parole della Consacrazione) quando torno dall’ennesimo ciclo di chemioterapia con nel corpo veleni violenti che dovrebbero sconfiggere il cancro e mi riducono a una larva, nauseato e senza forza, con nello specchio l’effige del salmo 87 dove “mi sono compagne solo le tenebre”. Gesù spezzò il pane e lo diede loro dicendo…

“QUESTO È IL MIO CORPO DATO PER VOI”. Ho imparato a parlare per dire questa frase. Forse ascoltandola, sul letto di morte, avrà un sussulto il mio corpo benché nelle nebbie dell’incoscienza provocata dai farmaci, come una donna, già proiettata nella luce dell’eternità, fa un passo indietro nel tempo quando, per scuoterla, in rianimazione, le fanno ascoltare la voce del suo bambino che le dice “mamma!”. È il suo Corpo, quello – canta l’”Ave verum” – nato dalla Beata Vergine Maria nel silenzio di Betlemme, cresciuto a Nazaret, pellegrino per le vie della Galilea e della Giudea ed ora dato in cibo ai discepoli di ogni sera come farmaco di immortalità. È Dio fatto carne. È Dio fatto pane.
Lo innalzo ora, insieme al calice fatto sangue, e lo mostro a voi perché lo riconosciate e lo adoriate. Il piccolo cerchio di pane pesa sulle mie braccia come se fosse il mondo e diventa il punto di luce su cui si fissano gli sguardi di tutti, crocevia di perdizioni mutate in salvezza, attimo in cui ritroviamo tutti, solo per grazia, la verginità del cuore che si esprime nello stupore dei bambini. Il giovane prete appena ordinato fissa l’Ostia e si guarda le mani, ostensorio di carne, che il Maestro ha voluto scegliere tra tante mani che Egli predilige più dei ceselli d’oro e d’argento. Poi depone l’Ostia sulla patena, adagio, con tenerezza, come si fa con un bambino posto nella culla. E sprofonda dietro la mensa stanco, prostrato, poggiando la fronte sul bordo dell’altare per dire il “Miserere”. Si sentirà inserito in un fiume di grazia che dal Cenacolo ha invaso e fecondato ogni angolo del mondo, ogni tempo e ogni comunità cristiana radunata per celebrare il santi Misteri. Avvertirà di essere anello di una catena d’oro che libera ogni prigioniero e riscatta ogni tradimento perché Gesù, il Figlio di Dio incarnato, nella notte in cui veniva tradito, gettò un ponte per la fame di ogni uomo di ogni tempo.

“FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME” sigilla il racconto dell’Istituzione come la clausola di un testamento irreformabile. Un comando, una consegna che i Dodici quella sera appena percepirono, ma che dopo la Risurrezione, iniziò a rimbombare in maniera imperiosa e assordante nelle orecchie del cuore perché essi potessero ripetere i gesti del Maestro perpetuando la Sua Presenza e la sua Memoria. Da allora, attraverso duemila anni, l’imperativo risuona in questa santa assemblea, attraverso la mia povera voce, che mi attesta che Gesù è qui come nel Cenacolo in quell’ultima sera e vi offre il suo Corpo e il suo Sangue, si offre “per voi e per tutti “. Colui che era tradito si traduce, si trasmette, si consegna. I passi di Giuda nel giardino non mi fanno più paura, sono già pasquali, e il gallo che canta nella notte per Pietro permette di vedere, tra i cristalli delle lacrime, una prima promessa del Giorno del Sole. Come se fosse un’aurora boreale.

ARTURO AIELLO Vescovo di Teano-Calvi
Da: “L’Emanuele” n°8 novembre 2008
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01/04/2014 13.42

MISTERO DELLA FEDE


Dopo le parole della Consacrazione in cui entri anche tu nel Cenacolo e sei contemporaneo di quanto accade “nella notte in cui fu tradito” e il Corpo e il Sangue vengono mostrati per l’adorazione, il Celebrante, con un espressione di luminoso stupore, quasi incredulo di quanto è fiorito nelle povere mani, dice (grida, sussurra o canta a secondi dei casi): “MISTERO DELLA FEDE!”. È una costatazione, ma anche un incitamento, un avvio e tutti rispondono: “Annunciamo la tua morte, Signore! Proclamiamo la tua risurrezione! Nell’attesa della tua venuta!”. Sono tre frasi, tre movimenti del Mistero pasquale, tre parole d’ordine che fanno tremare la Chiesa nella memoria di quanto è già accaduto e di quanto, non ancora pienamente maturo, si attende che avvenga. Su questi tre movimenti – come si trattasse di una sinfonia – si snoda la nostra fede, la vita della Chiesa, la tua singola esistenza.

ANNUNCIAMO LA TUA MORTE, SIGNORE!

Giovanni, l’amico che ha resistito fino alla fine, con l’aiuto di Nicodemo e di altri, stacca dolcemente il Corpo di Cristo dalla croce. Dopo tanta crudeltà e tormenti, dopo frustate e aceto, schiaffi e colpi di martello su un corpo già martoriato, finalmente giunge qualcuno con gesti di tenerezza a ridare dignità umana al Signore Gesù che ha varcato la soglia della morte. Le luci del Sabato già si vanno accendendo in lontananza come stelle nelle case di Gerusalemme e tutti, anche i soldati, hanno affrettato il passo verso la città che si prepara per il Sabato Solenne. Sul Calvario finalmente è sceso il silenzio e gli amici fanno piano, compiono i gesti della pietà incrociando occhi lucidi di pianto, avvolgono il Corpo del Crocifisso in un sudario per difenderne il pudore. Maia, la Madre, piange in silenzio e conta le piaghe perché siano impresse nel suo cuore. Pietro si avvicina e chiede perdono. Andrea passa la voce agli altri ed escono tutti dai loro nascondigli e dalla paura che li ha fatti scappare ieri abbandonando il Maestro. Ora nella sera che incombe formano un piccolo corteo di pietà e vanno verso il sepolcro che Giuseppe di Arimatea ha messo a disposizione. “È morto! – dicono tutti, come se ciascuno parlasse a se stesso – È finita!”.
“È finita!” ho sentito ripetere cento e cento volte intorno al letto di un defunto da parenti affranti, da amici che sono stati raggiunti dall’annuncio e si sono precipitati in casa pensando ad uno scherzo ed ora vedono fermarsi il mondo e cadere tanti sogni condivisi con chi ieri ha giocato con noi a calcio come centravanti di sfondamento ed ora giace inerte mentre la madre gli stringe il capo come a volergli ridare calore e la moglie gli bacia una mano come si fa ai bambini che si sono fatti male. Davanti alla morte di una persona cara il mondo si ferma e il lavoro, gli affari, gli affetti sembrano perdere di importanza e di significato. Cala il silenzio come un sipario. Come un sudario.
“È finita! Sono giunto al capolinea!” disse per telefono all’amico parroco di Alessano, il Vescovo di Molfetta don Tonino Bello quando si sentì diagnosticare un cancro allo stomaco. Cronaca di una morte annunciata.
“È finita!” è la frase epitaffio che chiude un’amicizia, un amore, un lavoro, l’ultimo giorno della giovinezza o, al fischietto dell’ultimo campionato per chi si avvia agli spogliatoi sapendo che bisogna “appendere le scarpe al chiodo”. “È finita!” è il sapore amaro dell’ultima lezione, dell’ultimo bacio, dell’ultima sera dell’estate, dell’ultimo bivacco sulle Alpi prima di tornare nel caos della città. Morti da celebrare, da annunciare, da piangere “perché appena ieri ero bambino ed ora, a settant’anni, mi sembra che tutto sia volato via troppo presto”. Nella morte del Signore annunciamo ogni morte con i suoi rimpianti e il senso di cocente ingiustizia che sempre l’accompagna.

PROCLAMIAMO LA TUA RISURREZIONE!

Corrono Pietro e Giovanni verso il sepolcro. Da altri punti della città santa, Andrea e Giacomo, Filippo e Natanaele, Taddeo e Matteo corrono all’impazzata come bambini sfrenati e urtano le donne in crocchio, mercanti con le loro bancarelle, fanno volare anatre e piccioni nella piazza del mercato,. La gente si ferma a guardare e li crede folli, i mercanti imprecano e qualcuno tenta di rincorrerli per chiedere il risarcimento danni, ma non riesce a star loro dietro. Hanno le ali ai piedi! La buona notizia del sepolcro vuoto e delle donne che hanno visto il Signore li ha raggiunti nei loro nascondigli e li ha stanati come fuoco mettendo nel loro cuore una frenesia. Poi Lo vedono nel loro quartier generale, il Cenacolo, mentre li saluta con “Pace a voi!”. “Vederti risorto, vederti, Signore, il cuore sta per impazzire! Tu sei ritornato! Tu sei qui tra noi e adesso ti avremo per sempre!”. Occhi luminosi, vino che ha ripreso a scorrere nelle vene, voglia di abbracciarsi tra loro come adolescenti ubriachi.

“Raccontaci, Maria, che hai visto sulla via? La tomba del Cristo risorto, la gloria del Dio vivente, gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti…: Gesù mia speranza e risorto e vi precede in Galilea! Si, ne siamo certi, Cristo è davvero risorto!”.

La luce della Pasqua, come gioia lieve, entra nei meandri della nostra storia e si affaccia da finestre fiorite e da balconi con festoni per farci scoprire sacramenti di risurrezione.
“Abbiamo una cosa importante da dirti!”. Li guardo con attenzione per capire i segni di ciò che mi diranno prima che svelino il segreto. È un modo per equipaggiarmi e preparare il cuore in modo da evitare traumi. Quando sei parroco sei sempre il primo a conoscere le tragedie. Ma gli occhi sono luminosi e preludono a qualcosa di bello. Dino e Nicoletta sono venuti a dirmi che finalmente aspettano un figlio. Li ho abbracciati insieme. Poi hanno raccontato con le lacrime agli occhi di questo germe che si è acceso dopo tanta attesa, delle prime analisi con relative nausee. Ha parlato, in verità, solo Nicoletta senza interrompersi mai. Dino guardava “con gli occhi suoi ridenti e fuggitivi”.

Carlo è tornato a casa dopo la festa di addio vissuta ieri in comunità che segna la conclusione dei vari passaggi che conducono un tossico alla libertà. Ha bevuto l’aria del mattino con la forza di un cavallo che annusa l’aria e se n’è riempito i polmoni ora che può respirare con tutti gli alveoli aperti. In questi anni di clausura si è lasciato smontare e rimontare gustando le cose semplici, rispettando le regole, cimentandosi con il lavoro e la convivenza con gli altri giovani della comunità. Nella vita di prima viveva di notte come un animale randagio e dormiva di giorno, ora ha imparato a gustare il piacere dell’aria frizzante del mattino e la voglia di affrontare la luce e il nuovo giorno. Quando ha bussato alla porta di casa gli batteva il cuore. Sua madre, che ebbe il coraggio di cacciarlo di casa e di denunciarlo ai Carabinieri, lo ha abbracciato e gli ha detto: “Ora puoi entrare, Carlo, perché sei risorto!”.

Carmen è tornata a casa dopo anni di vagabondaggio. Era una figlia e una fidanzata serena, una sfilza di trenta e lode sul libretto universitario, volontariato in parrocchia, vacanze trascorse in Perù con l’Operazione Mato Grosso e un curriculum degno di un aspirante Beata. Poi un viaggio ad Amsterdam ed una conversione all’incontrario. Depravazione. “Corruptio ottimi pessima”. Sconcerto, scandalo, poi silenzio. Ora è riemersa dalle nebbie della morte e si porta nel cuore il desiderio di entrare nel Carmelo per intercedere per tanti che si perdono e di cui nessuno si occupa. “Pensavo fossi morta – le ha detto sua madre – ed è come se tu rinascessi una seconda volta!”.

La Risurrezione di Cristo che proclamiamo nel cuore della Preghiere Eucaristica è anche il desiderio di bene che ci raggiunge nel “profondo” della colpa, il ricomporsi dell’armonia famigliare dopo una crisi, il ritorno a casa di un figlio prodigo, la ritrovata pace tra le parti sociali o tra i gruppi della tua parrocchia, la fioritura di un mandorlo, sentinella di primavera, nel cuore dell’inverno, un bocciolo di rosa che si schiude in dicembre, una rondine che precede le altre e, seppure non fa primavera, la annuncia a febbraio. L’assemblea che grida: “Proclamiamo la tua Risurrezione!” fa un atto di fede, ma proclama anche la sua non rassegnazione a tutto ciò che muore e sembra irrimediabilmente perduto. È un grido sovversivo che investe tutte le fasi calanti, le parabole discendenti, le lastre che sembrano chiudere irreparabilmente, con le tombe, le storie, le relazioni, le corrispondenze “d’amorosi sensi”.

NELL’ATTESA DELLA TUA VENUTA!

È il grido della speranza. I discepoli guardano in su il giorno dell’Ascensione del loro Signore che è stato appena ritrovato ed ora è sottratto di nuovo ai loro sguardi. Senso di abbandono. Vuoto. Paura del domani. Di nuovo in lacrime. Finché uno interviene: “Ma non possiamo vivere così, limitandoci a guardare il cielo! Ci ha promesso che tornerà e sarà per sempre. Rimbocchiamoci le mani e prepariamo il suo ritorno perché venendo ci trovi migliori e trovi più abitabile la terra! Torniamo in città, invadiamo il mondo con l’annuncio della buona notizia del Regno!”. Tutti si ridestano dal torpore del dolore. Qualcuno accenna un sorriso per dire “Non tutto è perduto” e prende la mano di un altro per ricreare comunione e tensione per il futuro. Comincia così il tempo della Chiesa. Un vuoto che diventa pienezza. Un’assenza in cui si proclama una Presenza. Un buio che invoca e prepara un’alba nuova.

“Nell’attesa della tua venuta!” mi fa fremere nella Preghiera Eucaristica perché anch’io sono in attesa. In lista di attesa. La vita è stata dura con me privandomi fin dall’infanzia delle gioie che a tutti sono offerte senza particolari meriti. Io sto per entrare in Chiesa prendo la salita dei disabili con la carrozzella che è protesi delle mie gambe e di quanto pian piano nel mio corpo si va gradatamente pietrificando per una sclerosi multipla. Ho guardato correre il mondo dalla mia carrozzella, ne percepisco i profumi, i colori, ma mi dico “Non è per me!”. Attendo la venuta del Signore per correre nei prati a perdifiato perché allora ogni limitazione, anche la mia, sarà superata.

La notizia della tua Morte, Signore, l’annuncio con un nodo alla gola. La tua Risurrezione la grido come un dispaccio di vittoria, ma mi manca la voce quando devo dire: “Nell’attesa della tua venuta!”. L’attesa è la dimensione più difficile della vita. Un martirio a goccia. Quando mio marito fu irreperibile quella mattina pensai a una sua bravata, uno scherzo, poi temetti una tragedia. Solo dopo una settimana mi resi conto che aveva programmato tutto da mesi fin nei minimi particolari appoggiandosi ad una agenzia che organizza la sparizione delle persone senza lasciare traccia alcuna.
Da dieci anni vivo come una vedova bianca nella noncuranza dei suoi parenti e nell’irrisione dei parenti che vorrebbero che io mi rifacessi una vita. Non ho tolto la fede al dito e continuo ad attendere per me e per le mie figlie una venuta che umanamente oggi è, forse, improponibile, ma che accadrà almeno come conseguenza del tuo Ritorno alla fine dei tempi.
Nell’ufficio “oggetti perduti” ci ritroviamo sempre in tanti a chiedere come nella sala di attesa di una stazione ferroviaria per un treno che non c’è. “È stato trovato mio figlio che manca da casa da venti anni?”. “Cerco il mio, si chiama Francesco… fu portato via dai carabinieri!”. “Beata te! – dice un uomo dai capelli bianchi – mio figlio è uscito sulle spalle dei giovani delle pompe funebri! E mi sembra che debba far ritorno ogni sera!”. “Avete visto mio padre?” Piagnucola una ragazza dalla vita bassa. “Ho perduto un anello e con esso la memoria! Dicono che l’Alzaimer non perdoni, ma io attendo di ritrovare i mille ricordi della mia infanzia: qualcuno li ha visti?”. C’è chi aspetta la felicità, la guarigione, un bacio perduto, un’occasione mancata, un amore che sia amore, un figlio, se stesso… Sembra il corridoio di un ospedale psichiatrico questo ufficio “oggetti perduti”, ma tutti aspettano un ritorno. Attendono di ritornare in se stessi per ricominciare a vivere.
Per oggi c’è solo la speranza che li mette in moto e non li fa franare nella rassegnazione.

Ogni domenica ripeti quelle tre piccole frasi e non ti sei mai accorto che contengono i tre momenti della tua vita cristiana. Fai attenzione la prossima volta a sillabarle adagio e con fede per sentire in esse tante voci, tanti eventi e mutamenti.
“Sì, Signore, annuncio la Tua Morte resa sacramentalmente presente nel Corpo e nel Sangue staccati sull’altare, e nel Tuo annuncio e soffro ogni morte mia e di altri. Intendo gridare l’annuncio della Tua Risurrezione che è il grido di vittoria sulla morte che scontiamo vivendo e vinciamo morendo! Confermaci in questa fede in cui intendiamo vivere e morire finché Tu non tornerai a tergere le lacrime da ogni volto. Confermaci nella fede, rafforzaci nella speranza, rinsaldaci nell’amore. Nell’attesa della tua venuta, Signore, viviamo ogni attesa perché Tu ritornerai e le lacrime seminate nell’andare saranno covoni d’oro nelle nostre mani. Amen”.

ARTURO AIELLO Vescovo di Teano-Calvi
Da: “L’Emanuele” n°1 gennaio – febbraio 2009
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01/04/2014 13.43

RICORDATI…

Ora che lui è con noi nei segni del Pane e del Vino, ora che abbiamo adorato il suo Corpo e il suo Sangue deposto sull’altare, ora che abbiamo pianto la Sua Morte, gridato la Sua risurrezione come parola sovversiva della storia, riacceso la lampada della speranza nell’attesa della Sua venuta, possiamo anche allargare il cuore e le braccia per raccogliere il mondo con le sue luci e le sue ombre. Lo fa il Celebrante che presiede, ma in lui tutti noi riannodiamo i vincoli di comunione che ci legano alla Chiesa sparsa su tutta la terra e a quella celeste da dove gli angeli e i Santi non visti, si accalcano beati intorno al nostro altare. È il momento della Preghiera Eucaristica dove sentiamo il respiro della Chiesa sparsa su tutta la terra che nella celebrazione Eucaristica trova il suo appuntamento più alto e la sua massima coesione comunionale. È allora che diciamo: ricordati…

Accade nella messa quanto succede in ogni pranzo o cena dove ci si riunisce per far festa e dopo gli inizi, sempre timidi e silenziosi, ci si accalora e ci si fonde allargando il cuore ai ricordi e ai vincoli che ci legano a persone lontane nello spazio o nel tempo. Inutilmente cercherai di organizzare una festa e imbandire una mensa in cui siano presenti tutti coloro che ami, per quanto ci si dia da fare con inviti e telefonate, con biglietti ferroviari o aerei, c’è sempre qualche sedia vuota, qualche coperto non occupato, magari col segnaposto, che dice che non tutti sono venuti, che Marco è all’altro capo del mondo per lavoro e mamma all’altro mondo… È quello un vuoto che fa silenzio, tristezza, rimpianto, finché qualcuno più ardimentoso non prende la parola e, schiarendosi la gola, infila la strada sei ricordi; “Avete sentito Marco? Ha telefonato? Vi ricordate della sua simpatia ineguagliabile in ogni riunione di famiglia? Era lui l’anima delle nostre feste… chi sapeva trovare la battuta giusta per sdrammatizzare! Mi ha detto per telefono: Non pensate di esservi sbarazzati così facilmente di me! Alla prossima rimpatriata ci sarò anch’io!”. “Mamma era solita sedersi qui, si può dire che su questa sedia pian piano si sia accartocciata, rimpicciolita fino a sparire. Ci guardava tutti e sorrideva con gli occhi nell’ultimo Natale come per accomiatarsi in silenzio. Non possiamo tacere la nostalgia in questo momento anche se molti di voi avete fatto di tutto per negare l’assenza nascondendo l’imbarazzo sotto la maschera di mille moine!”. Certo gli occhi dei commensali diventano più lucenti, ma i figli danno la stura ai ricordi di cento natali ed anche i nipoti più piccoli hanno da ricordare un dono ricevuto, una torta di compleanno, una carezza, Ti ricordi?...

“Ricordati, Padre, della tua Chiesa diffusa su tutta la terra…” nella Preghiera Eucaristica c’è il respiro della Chiesa che da quel Mistero nasce e a cui tende. Anche lo spazio della comunità più piccola allora si apre ed abbraccia “tutte le Chiese del mondo” come pregava San Francesco adorando nel suo piccolo Oratorio scavato nella roccia, come un nido, all’Eremo delle Carceri. Le antiche Chiese dell’Asia fondate da Paolo, oggi poco più che lumicino, si uniscono a quelle africane di antica e più recente data, le comunità cristiane dell’Europa cantano insieme a quelle del nuovo mondo e le Chiese del sud America danno la mano a piccole cellule cristiane raccolte intorno all’altare nell’Alaska. È un corale darsi la mano stringendo comunioni che sono più salde di un SMS o di una telefonata, di un dono o di un abbraccio. Due fidanzati o due amici lontani invece che incontrarsi in videoconferenza o sulla chat, su messenger o facebook potrebbero darsi appuntamento nella Preghiera Eucaristica dove il Celebrante allargando le braccia dice: “Ricordati…”. Allora le suore rapite in Africa sono raggiunte dalla preghiera di tutti, le Chiese indiane che si gloriano della fondazione dell’Apostolo Tommaso ricevono forza nelle persecuzioni che subiscono, le Chiese statunitensi si rimettono in piedi dopo gli scandali a catena e riprendono a sperare, quelle nordeuropee immerse nella grande notte, si rimettono in cammino dietro la stella che è Cristo.

Nel ricordo della Chiesa universale e, in essa, delle singole Chiese, fin dall’antichità, nella richiesta di confermare tutti nella fede e nell’amore c’è un memento particolare per il Papa che porta il peso di tutta la Chiesa e del Vescovo, sacramento di unità in una Chiesa diocesana. “Ricordati del nostro Papa Benedetto…”. Qualche prete che mette il pilota automatico e non legge più il Messale a questo punto può far risuscitare Giovanni Paolo II nominandolo al posto di Benedetto: è capitato. La chiesa così variegata e dispersa su tutta la terra ha bisogno di un segno visibile di unità, di Uno che confermi nella fede i suoi fratelli e raccolga il gregge disperso e Pastore. “Ricordati del tuo servo e nostro Papa Benedetto…”: in quell’istante il romano Pontefice riceve un supplemento di grazia, una strana e immotivata consolazione sia che stia pregando nella sua cappella, sia che stia passeggiando nei giardini vaticani, all’atto di una udienza generale del mercoledì o nel dialogo preoccupato con un Cardinale Prefetto di un dicastero della Curia. È raggiunto dalla grazia e confermato sia che stia scrivendo un intricato capitolo di una sua opera teologica, sia che stia giocando con il suo gatto che gli è saltato in grembo e sta facendo le fusa, all’atto della firma di una enciclica che avrà riscontri mondiali o in un momento di pausa in cui al pianoforte esegue Chopin.

“Ricordati del nostro vescovo Gualtiero…” stessa iniezione di ottimismo nel Vescovo di una Diocesi in difficoltà, col fiato corto, con un presbiterio esiguo e anziano: mons. Sigismondi era nel suo studio alle prese con il difficile problema della quadratura del cerchio; da un lato le esigenze di parrocchie e gruppi bisognosi di un prete, dall’altra l’elenco dei presbiteri con una età molto alta…, era sul punto di scoraggiarsi gettando la spugna (“non c’è nulla da fare!”) quando ha poggiato lo sguardo sul Crocifisso che troneggia sulla parete bianca di fronte alla scrivania e si è sentito stranamente consolato. Una voce si è fatta strada tra le nebbie del disfattismo: “Non Temere!”. Come per il Papa anche i Vescovi ricevono mille energie dal memento che contiene per essi la Preghiera Eucaristica e mai come in quel momento avvertono la comunione che li cementa ai diaconi, ai presbiteri, ai religiosi, ai laici e riprendono il loro posto spendendosi per il bene della Chiesa.

Nel ricordo per la Chiesa diffusa su tutta la terra si realizza la forma più alta e solenne di comunione tra i cristiani a prescindere dal loro ruolo e specifico servizio, una sorta di travaso di grazia che dal cuore dell’Eucarestia raggiunge tutti i tessuti del corpo mistico irrorandoli di sangue nuovo, fino alle membra più lontane e disperse. Nei meriti e nella supplica di Gesù sulla Croce che ha audience nel cuore del Padre, si uniscono i meriti dei Santi, la voce di tutti gli esuli e i poveri della terra che invocano salvezza, la pazienza e la perseveranza di tanti che nascostamente portano avanti la loro testimonianza cristiana tra mille difficoltà ripetendosi le parole della Lettera agli Ebrei “ancora un poco, un poco appena…”. Nell’eternità scopriremo che in questo segreto riannodarsi della comunione ecclesiale i meriti di una mamma che è rimasta ad attendere un figlio tossico sono stati risolutivi per la forza di Giovanni Paolo II nell’anno del Grande Giubileo, e la partecipazione silenziosa e nascosta di una monaca portinaia alla Messa quotidiana ha dato forza ai Trappisti martiri di Algeria per no disperare nei giorni del rapimento e del sacrificio della vita.

“Ricordati dei nostri fratelli defunti che ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace…”. Dopo aver sfondato la paratia dello spazio, ora la Preghiera Eucaristica sfonda anche quella del tempo e tu puoi ricuperare la comunione con i tuoi cari defunti pregando per loro, sentendo la forza della loro preghiera per te. È un segreto toccarsi e abbracciarsi silenzioso e potente tra padri e figli, tra nonni e nipoti, tra amici, tra coniugi che temevano di essersi persi e invece si ritrovano e fanno festa. Le parole non dette che ci persano come macigni quando si chiude una bara, ora trovano il loro spazio e tornano leggere e belle come farfalle. Senza lo sforzo di spiegarsi, senza la paura del fraintendimento, senza il peso dei vocabolari e delle traduzioni. “Bellamore, bellamore, non mi lasciare, non mi dimenticare” (De Gregori) ci siamo detti a parole o con uno sguardo sul letto di morte di nostra o del coniuge che partiva per un viaggio lontano, poi la vita ci ha preso con le sue mille moine e non abbiamo mantenuto la parola…, ma ora, qui, nel ricordo dei defunti ci ritroviamo e recuperiamo la memoria e la celeste “corrispondenza d’amorosi sensi”.

Anche se il Celebrante ricorda ad alta voce un fratello o una sorella defunti, perché la famiglia lo ha chiesto o ricorre l’anniversario della morte, tu puoi aggiungere in segreto altri nomi: c’è spazio per tutti nel ricordo di “coloro che ci hanno preceduto”, anche per coloro che nessuno più ricorda. Pensare che i frutti spirituali di una celebrazione eucaristica possano raggiungere uno o più defunti è come spendere solo 10 euro quando si ha a disposizione un capitale di centinaia di milioni di euro. Prendi la buona abitudine a questo punto della Messa di chiamare a raccolta i tuoi cari che ti attendono oltre “il golfo di luce” (Bernanos), che godono del tuo ricordo orante e si rallegrano della tua memoria grata, che ti ottengono, come intercessori, quanto necessita alla tua lotta quotidiana. È un meraviglioso scambio di doni, tra generazioni diverse, ai piedi della Croce di Cristo.

L’ultima espressione della Preghiera Eucaristica di chiama “dossologia conclusiva” ed è il gran finale dove l’organista pigia il pedale del crescendo chiamando tutti i registri, anche le trombe reali. “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a Te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria. Per tutti i secoli dei secoli”. È una solennissima formula trinitaria con cui si conclude il cammino iniziato con il Prefazio, il momento decisivo e delicato dell’atterraggio, l’accordo conclusivo della Nona Sinfonia dove coro, archi, fiati, timpani e tastiere si danno appuntamento per un finale da capogiro. Le braccia del Celebrante sono tese nell’innalzare il calice con la patena, il vino e il pane, il Sangue e il Corpo di Cristo come nostra unica ricchezza e causa di salvezza. Non è importante aver le mani pulite (“Chi dice di aver le mani pulite non ha le mani”), la vita integra, il cuore puro, ciò che conta è mostrare al Padre il Sangue del Figlio che ci lava e ci ottiene la cittadinanza del cielo. È come avanzare su un campo minato con la bandiera della Croce Rossa che diventa un lasciapassare, un documento di salvezza universalmente riconosciuto, una credenziale diplomatica che ci assicura che, nonostante tutto, saremo risparmiati.

L’assemblea dice “Amen”, lo canta, lo grida come una parola d’ordine, un inno di vittoria. Dovrebbe essere un boato come allo stadio quando dribblando l’attaccante della squadra del cuore, giunto in area di rigore, porta a rete il pallone ed è il goal della vittoria. San Girolamo racconta che nelle Chiese di Roma l’Amen conclusivo era forte come un tuono e faceva tremare i templi pagani con i loro idoli falsi e bugiardi. È la firma di tutti a quanto ha detto il Celebrante sa solo, una ratifica solenne a quanto accaduto, un atto di fede gridato senza economia di decibel, un “alè!” liberatorio, o un applauso fragoroso, quando finalmente possiamo gridare la gioia di esserci, alla fine di un concerto che ci ha tenuti a lungo con il fiato sospeso. Io ho ancora le braccia, e i muscoli, e il cuore tesi verso il cielo con in mano il Prezzo del nostro riscatto e vorrei restare così eternizzato in quel gesto come per santo incantesimo. Sarebbe quello, se lo potessi scegliere, il momento giusto per morire.

ARTURO AIELLO Vescovo di Teano-Calvi
Da: “L’Emanuele” n°2 marzo 2009
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Sesso: Maschile
10/04/2014 21.57

OSIAMO DIRE…

Ora che la solennità della Preghiera Eucaristica ha trovato il punto di approdo nella dossologia finale, la parola, che finora è stata affidata quasi esclusivamente al Presidente dell’Assemblea, può tornare nella voce di tutti, farsi corale dopo l’intervento del solista. Ora che una nuova coscienza della presenza di Gesù nella Parola e nel Pane si è fatta strada in tutti i presenti, possiamo osare di più, esporci, con le parole del Maestro, a dire quello che, secondo i canoni di tante religioni è assurdo, ma a noi è dato di poter pronunciare.

Giustamente per i primi cristiani il Padre Nostro era una preghiera segreta e quindi proibita a chi muoveva i primi passi nella fede, per noi, presi dall’abitudine, rischia di diventare scontata perdendo il suo potere esplosivo. Dello stupore che doveva prendere il neofita di ricevere la preghiera di Gesù è rimasta traccia nel verbo “osiamo dire…” utilizzato dalla liturgia. Osare è un verbo, una espressione che invita a sporgersi oltre i canoni, è passare dal “Lei” al “Tu” con il Santo Padre o con il presidente Obama saltando ogni protocollo e annullando ogni regola di antichi cerimoniali. A questo ci invita Gesù invitandoci a dire: “Padre nostro…”.

Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome. Gli ascoltatori di Gesù dovettero meravigliarsi non poco quando sentirono per la prima volta questa preghiera. Dio smetteva di essere il “Terribile” la cui presenza si accompagnava con terremoti, fuoco e fragore di grandi acque, e, nella predicazione del giovane Rabbì, assumeva le sembianze di un padre il cui fanciullo si rivolge col dolce appellativo di “Abbà”.

“Abbà, Papà, Tu sei il motivo, la presenza affettuosa e forte che sostiene il mio debole presente e dirada le ombre dei miei incubi. Nell’assenza e nella fuga dei miei padri, Tu rimani e dai consistenza alla mia debole vita facendo in modo ch’io resti forte nelle disavventure e fiducioso anche quando tutto va a rotoli. Pronunciando il tuo nome, Papà, sono riemerso dalle tenebre della depressione perché tu sei stato “mia forza, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore, mia rupe, mio scudo e baluardo, mia potente salvezza”. La Tua misteriosa presenza rende dolce la mia amarezza, e, come nella magistrale fiaba di Benigni, rende bella anche una vita trascorsa in un campo di concentramento. In Te mi collego ad ogni uomo perché se sei Padre “nostro”, noi siamo fratelli. Scusami perché reclamo la tua paternità ma resto a bocca chiusa quando mi chiedi “Dov’è Abele tuo fratello?”. Qui nella celebrazione eucaristica più che in qualsiasi altro spazio e tempo il “Nostro” ci collega, ci accomuna, ci invita a riconoscerci fratelli perché non abbia a verificarsi il corto circuito che fa soffrire ogni padre che vede i figli divisi e in lotta fra loro. Tu sei nei cieli, ma “i cieli dei cieli non possono contenerti” eppure tu abiti il cuore di ogni uomo a qualsiasi popolo o razza appartenga; Tu ti sei degnato di rivolgerti all’uomo chiamandolo alla grande dignità di figlio: aiutami a vivere da figlio e da fratello sentendo il Tuo sguardo benevolo su di me, perché in me sia santificato il tuo nome. “Tu sei in mezzo a noi, Signore, e noi siamo chiamati con il tuo nome”!”.

«Venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra». “La passione per il tuo Regno, Padre, consumi la mia vita come ha divorato quella di Gesù tuo figlio. Quando siedo alla mia scrivania di parroco rischio di essere travolto da una massa di problemi economici, giuridici, amministrativi, pastorali… e perdo lo sguardo ampio del Regno che mi viene incontro nelle persone e nelle situazioni che mi vengono poste dinnanzi. Dovrei dare un colpo d’ali a dolori e relazioni tese, invece mi lascio zavorrare da pettegolezzi e beghe di fazioni occludendo il mio sguardo di fede. Venga il tuo Regno, Padre, in questa mia parrocchia, e che io lo sappia riconoscerlo e favorirlo con il mio povero ministero. Ora qui, intorno all’altare, sento la coralità della Chiesa e dei credenti, e ricevo un bagno di fede e di speranza che mi aiuta a capire che non sono posto a inutile difesa della “fortezza Bastiani” come nel “Deserto dei Tartari”, ma che il mio ruolo di prete è crocevia di salvezza per tanti. Sì, venga il tuo Regno, anche per me, in me, attraverso me.

“Com’è difficile, Padre, abbandonarmi alla tua volontà senza misura, con una confidenza infinita” come recita Carlo De Foucauld nell’atto di abbandono! Sono qui nel mio banco e questa sembra essere una qualsiasi Eucarestia di una qualunque domenica della mia vita, eppure il Vangelo del giovane ricco l’ho sentito rivolto a me : “era come se a parte io e loro non ci fosse più niente” canta Vecchioni nei “Commedianti”.
Quando sono entrato in Basilica, in questa mite domenica di ottobre, mi sono sentito gli occhi addosso e neanche conoscevo il testo del Vangelo del giorno. Padre cosa vuoi che io faccia? Non ti basta che io sia educatore da quattro anni e da due responsabile del settore Giovanissimi di Azione cattolica? Non ti basta il tempo che già mi hai sottratto? E che ne sarà degli esami superati alla Facoltà di Scienze politiche? E della mia giovinezza?! Padre, perché sento forte lo sguardo di Gesù crocifisso e la parola “prete” mi fa sognare fino alle lacrime? È questa la tua volontà sulla mia vita? Amen. Mi gira la testa come dopo un boccale di birra”.

“Come in cielo così in terra”. “Fermati che sei ancora in tempo!” mi ha detto il parroco in un colloquio, e non mi è sembrato cogliere nelle sue parole terrorismo spirituale, ma una seria preoccupazione per quello che stavo per fare spinta dal ginecologo, familiari, amiche. Tutti concordavano che, dopo il risultato preoccupante dell’amniocentesi, non ci fosse altro da fare. Dopo una notte insonne come quella dell’Innominato, nel recarmi in clinica per le ultime formalità, ieri sono passata in parrocchia per una preghiera (ma cosa chiedevo?), ho visto l’ufficio del parroco aperto e sono entrata senza sapere cosa avrei detto. Ora sono qui a Messa e ripeto le parole del Padre Nostro come fosse la prima volta, con la stessa attenzione che vedo fiorire negli occhi di Giuseppe la sera quando mi ricorda “Mamma diciamo le preghiere?”. Cosa vuoi da me e da Massimo, Padre, in questo guado della nostra vita di credenti e di coppia? Dobbiamo correre ai ripari come la scienza e il buon senso ci spingono a fare, o affrontare il passaggio con fede come il parroco ci ha raccomandato fidandoci di te? Sì, sia fatta la tua volontà, in me, in noi, in questa bambina che non aspettavamo e che non rimanderemo al mittente e a cui, quando nascerà, porremo il nome di Chiara!”.

Dacci oggi il pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come noi… Dopo aver le cose importanti Gesù ci insegna ad essere concreti: c’è anche bisogno del pane, delle rose, del perdono. Chiediamo quanto necessita alla vita fisica, il pane e la cultura, la possibilità di averne quanto basta (“il pane per questo giorno”) e l’opportunità di guadagnarlo (lavoro), il sostegno della vita fisica e la convivialità che rende il mangiare un gesto umano, il pane da masticare (“è buono!”) e quello da contemplare (“è bello!”), il pane della festa e quello della ferialità, il pane dell’amore e quello del perdono. Il pane…

“Chi non vuol lavorare neppure mangi”. “Ho difficoltà oggi a stare qui intorno all’altare, mi sembra, Padre, che il pane portato all’offertorio e poi consacrato non mi abbia visto partecipe come nelle altre celebrazioni domenicali, è come se non avessi collaborato ad impastarlo. Sono nel numero degli esclusi dal lavoro in seguito alla difficile congiuntura dell’economia mondiale e trascorro il tempo lentissimo in cerca di un lavoro per me e la mia famiglia. Non ti chiedo il pane stamattina, ma il lavoro per me e per tanti che oggi hanno vergogna di sedersi a tavola perché sentono il pane amaro. Avaro”.

“A me il pane non manca, Padre, manca la fame. Ho nostalgia dei mugugni di marito e figli quando tardavo qualche minuto l’ora del pranzo, le loro proteste e l’evviva quando, sudata, portavo in tavola la scodella fumante brandendo il mestolo come una spada… Oggi pranzerò da sola e non è la prima volta perché i figli si sono sposati e il marito lo hai chiamato a Te facendo piombare la nostra casa e la mia vita nel silenzio. Non ti chiedo il pane, ma la possibilità di condividerlo con gli altri, una mensa affollata di voci e di sguardi, di storie che si intrecciano e si raccontano. Padre, il pane mangiato in solitudine si rapprende in bocca e trova lo stomaco chiuso a chiave”.

“Mio figlio, Padre, da anni non partecipa all’Eucarestia, eppure da ragazzo faceva il chierichetto e da giovane l’organista della Parrocchia.
Quando chiedo il dono del pane non penso solo a quello materiale, ma anche all’Ostia consacrata che dona a noi pellegrini la forza di proseguire il cammino. Mio figlio, Padre, ha tante cose, ma gli manca la pace e inutilmente ogni tanto gli ricordo “Gianni, la Messa…” e subito risponde aspro “Mamma, non sono più un bambino!”. Come se dovessero mangiare solo i piccoli e non ci fosse bisogno di un pane a tutte le età. Padre, fa ritornare la fame a mio figlio e a tutti gli anoressici dell’Eucarestia!”.

“Quando siamo a tavola si palesano tutte le tensioni ed è allora che mi accorgo che c’è astio tra i miei figli o si serba rancore. Pesano i silenzi e gridano il disagio fino allora nascosto o covato. I ragazzi (li chiamo ancora così) hanno il capo abbassato sul piatto mentre con mia moglie scambio sguardi interrogativi e preoccupati. Dopo essermi schiarita la voce, esordisco dicendo “Beh, se avessi voluto mangiare in silenzio, mi sarei fatto trappista! Quante volte devo ripetere che prima del pane ci vuole il perdono?”. Forse per questo, Padre, dopo il pane ci fai chiedere la remissione dei debiti? Ed io anche in questa domenica vengo a chiedere il pane del perdono che scioglie le tensioni ed è scambiato volentieri, chiesto a Te e dato agli altri come dono. Condono”.

E non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. “È l’ultima domenica prima dell’imbarco. Sono passati tanti anni dalla prima volta, eppure ogni qual volta c’è da preparare le valige per riprendere il lavoro sulle navi, avverto un vuoto allo stomaco, la sensazione di essere allontanato dagli affetti, dalla casa, dal mio orizzonte. Il Parroco mi porrà il consueto segno di benedizione, ma sento che vado incontro a tempeste sul mare e nel cuore. Padre, fammi avvertire la tua presenza anche lontano da qui, traccia Tu la mia rotta e non mi abbandonare nei momenti di difficoltà: senza di Te sono perduto, con Te supererò ogni prova. Aspettami in cabina”.

“La tentazione, Padre, è il nostro banco di prova, l’esame continuo della nostra tenuta, l’occasione che ci rafforza o ci fa deboli, vincitori o perdenti. So che è una scala che mi si offre per scendere e che io posso ribaltare e usare in senso inverso, ma senza la tua grazia possiamo solo soccombere. Facci sentire il tuo incoraggiamento mentre abbiamo la sensazione di essere soli, e Tu, nel buio, sugli spalti, continua a fare il tifo per noi”.

“Il Padre Nostro contiene l’osare del cristiano, una preghiera sul crinale della vita dove si chiedono le cose importanti senza troppe parole, senza orpelli, nell’essenzialità della fede che non indulge a sfumature e volute, ma ci inchioda a un Nome da santificare, una Volontà da compiere perché venga il Regno e ci trovi leggeri di pani e di colpe. Recitarlo insieme a tanti la domenica, intorno all’altare, mi mette grinta per la settimana come soldati che recitino a memoria un dispaccio da portare intatto fino alla prossima sosta e che, per nulla al mondo, può andare perduto.

Osiamo dire. Il Padre Nostro durante la celebrazione eucaristica è come un diamante incastonato in un diadema, risplende di più, non ha la stessa forza della preghiera solitaria o privata, ma risuona al meglio come uno strumento in una grande orchestra. Le parole essenziali e rischiose di Gesù fioriscono sulle lebbra di tutti quelli che osano. E le brucia.

ARTURO AIELLO Vescovo di Teano-Calvi
Da: “L’Emanuele” n°3 aprile 2009

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05/06/2014 22.23

UNA PAROLA SOLTANTO

Dopo la recita corale del Padre Nostro iniziano i riti che convergono nella Comunione e che preparano l’assemblea all’incontro con Gesù “Pane di vita”. Vale qui quanto Cirillo di Gerusalemme riferisce a tutta la celebrazione “In quell’ora tremenda con forza il sacerdote ingiunge di abbandonare tutte le preoccupazioni della vita, le sollecitudini domestiche, e di tenere in cielo il cuore verso Dio”. L’aggettivo “tremenda” nel nostro vocabolario quotidiano richiama solo qualcosa di terribile, ma nel verbo latino indicava tutto ciò che è grande e incute timore e tremore. Il grande Vescovo mistagogo dell’antichità ha voluto indicarci con quell’aggettivo la solennità dell’ora che richiede un’attenzione supplementare per tenere i cuori in alto.

“Vi lascio la pace, vi dono la mia pace, non come il la dono a voi”: queste parole di Gesù pronunziate nell’intimità dell’Ultima Cena vengono rievocate dal Celebrante in una preghiera in cui, per ottenere questo dono, si chiede “Non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa”.
Mi piace questa richiesta che, a volte, il mio parroco sottolinea, alzando lo sguardo dall’altare, con calice e patena, all’assemblea quasi per vedere ed evocare la nostra fede di cui Gesù si compiace. Da un lato ci sono i nostri peccati e dall’altra c’è la fede nella sua misericordia: chi vincerà, la colpa o la fede? Certo dei nostri peccati noi sentiamo il peso, ma il Cristo glorioso avverte il valore della fede che a noi appare lieve, e sul piatto della bilancia il peso specifico della fede fa salire quello delle colpe. Ci sono domeniche in cui mi sembra di avvertire che il parroco non parli più dei peccati della comunità, ma dei suoi personali che gli gravano il cuore e che la fede dell’assemblea lo commuova e gli si ponga davanti come un’ancora di salvezza. È allora che lo sento più solo e bisognoso della nostra preghiera e del sostegno della nostra fede. Ad una catechesi per adolescenti, su questo punto della Messa, ho sentito che riassumeva così “il risultato della partita fede-peccati; 1-0!”. Forse non sarà una formula perfetta sul piano teologico, ma guardando i ragazzi mi resi conto che anche lui aveva fatto goal.

“Scambiatevi un segno di pace!”. Ricordo i gesti impacciati delle prime domeniche dopo la riforma liturgica (fine anni 60! quando ci veniva restituita una prassi liturgica comprensibile, e mi accorgo, dopo quarant’anni, che è un linguaggio ancora da imparare. Quello delle mani. Fa difficoltà a tutti tranne che ai bambini che a questo punto si sbizzarriscono e si eccitano come se questo gesto fosse pensato apposta per loro. Ma è veramente così difficile dare una stretta di mano al vicino accompagnandolo con l’augurio della pace?

La signora incartapecorita con tre strati di fondotinta non si toglie neppure i lunghi guanti neri per timore di perdere la sua stagionata verginità o il suo blasone di era umbertina mentre la vicina fa finta di guardare nella borsa alla ricerca degli occhiali; il signore stende la mano senza neppure fare il gesto di voltarsi verso l’altro come se avesse il tronco ingessato; alcuni hanno la grazia dei robot e si muovono impacciati e telecomandati, altri offrono una mano inanimata e fredda come Dracula che ti fa sentire l’inverno alle porte (“Che gelida manina!”); il giovane con i pantaloni cascanti e gli occhiali da sole anche la Notte di Natale, tiene le mani in tasca e smanetta col telefonino mentre la signora Maria sta bene attenta al segno della pace quando le hanno raccontato che una sua vicina si è portato a casa da una celebrazione l’epatite C! Il massimo del formalismo puoi trovarlo, come sempre, in qualche convento dove si fa una smorfia di sorriso alla sorella che in corridoio, dopo la Messa, si farà di tutto per non incrociare e dove suor Angela e suor Cleonice sono anni che al momento del segno della pace hanno il naso che cola e soffiano nei fazzoletti anche a ferragosto.

“Se stati presentando la tua offerta all’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta e va prima a riconciliarti con lui”, la parola di Gesù e inequivocabile e lo scambio della pace, sia che sia posto all’offertorio, come nella liturgia ambrosiana, sia prima della Comunione, come in quella romana, ha il valore di predisporre i fedeli alla riconciliazione perché, come più volte San Paolo ripete, “Cristo non può essere diviso”.

“La pace sia con te!”. Non so chi tu sia, ma ti ho sentito accanto fin dall’inizio della messa e l’essere stati così vicini non può essere solo un caso. Stringendoti la mano ho sentito la fede nuziale e ti ho pensato marito felice con figli raccolti intorno alla mensa come polloni d’ulivo, ma quando dagli occhi un po’ tristi lo sguardo è caduto sulla mano, ho visto che di anelli ne avevi due, uno sull’altro. Sei un vedovo o un marito abbandonato e a quarant’anni non deve essere facile, per questo ho stretto la mano più forte perché tu non naufragassi nel mare della nostalgia. Io sono sposato da poco e stamattina ho litigato con mia moglie che non si lascia sfuggire occasioni per rinfacciarmi la mia incoerenza da cristiano. Lei a Messa non viene e quindi stringendo la mano di un uomo solo, mi riconcilio con lei e chiedo Gesù di essere più paziente quando inizia la filippica contro coloro che vanno in Chiesa e non seguono i dettami del Vangelo. Il mio anello nuziale nuovo ha toccato i tuoi un po’ consumati e visitati dal dolore ed è stata una trasmissione di grazia. Ho indugiato alquanto nella presa ed alzando lo sguardo ho visto che sorridevi con gli occhi perché la grazia stava agendo anche in te mentre ti riconciliavi con una moglie in fuga nello spazio o nel tempo. “E con il tuo spirito!” mi hai detto sottovoce. Solo quando ti ho guardata, allo scambio di pace, ho visto che piangevi. “Pace a te!” non ti vedevo dal funerale di Antonello perché non ho avuto il coraggio di varcare la soglia della tua casa da quel terribile mercoledì di febbraio eppure con tuo figlio abbiamo fatto mille partite e siamo stati compagni di cento avventure. Poi il vuoto di una morte senza spiegazioni imboccata all’improvviso come per gioco ci ha divisi nonostante tu ci avessi detto “Questa rimane sempre casa vostra!”. Ti stringo la mano e vorrei baciarla come facevo con il nonno da bambino. Tu sei invecchiata in un attimo, prima del tempo, ed io ho continuato a galoppare nelle praterie della giovinezza. Mi guardi a lungo per intuire come sarebbe ora Antonello perché eravamo compagni di banco e di squadra, e cerchi sul mio volto i tratti del figlio perduto. La pace è ciò che cerchi, io sono stato appena graffiato dalla vita per desiderarla davvero, ma in questo saluto della liturgia ci incontriamo e ci riconciliamo. Sono io che ho da chiederti scusa perché a diciott’anni il dolore lo si scanza e per questo non sono più venuto. Tu leggi nei miei occhi quello che non so dire e prima di girarti verso l’altare mi fai una carezza leggera. Non so se è per me o per il figlio perduto. Comunque profuma di profondo.

Lo scambio della pace è la realizzazione di quanto poc’anzi abbiamo detto nel Padre Nostro chiedendo il perdono nella misura della disponibilità a darlo. Si incrociano le mani, gli occhi, le storie in un dedalo di grazia che solo Dio conosce. Un segno dato a Milano sotto le volte gotiche del Duomo trova rispondenza tra le mille tessere d’oro di Acireale, “La pace sia con te!” è detto a Cervinia nella Chiesa che riflette tra le vetrate il bianco mantello del principe delle Alpi, “E con il tuo spirito” si risponde a Lecce in una delle tante chiese di barocco fiorito nella pietra bianca. Mentre si stringono mani si sconosciuti, ci si riconcilia con persone care che abbiamo fatto soffrire o si rincorrono figli col pane del perdono: è un misterioso intrecciarsi di mani, di volti, di storie che danno e ricevono il saluto della pace perché non possiamo lacerare la veste inconsutile di Cristo e se stiamo per mangiare il suo Corpo non possiamo non essere noi-corpo ben scompaginato e connesso.

Gli altri gesti che fanno da preludio al momento in cui ci accostiamo all’altare per la Comunione come il segno di pace, hanno una tonalità penitenziale. È il caso della triplice invocazione “Agnello di Dio che togli i peccati del mondo” su cui i grandi maestri del passato e del presente hanno scritto armonie struggenti su spartiti pervasi da dolce fiducia. Dopo il duplice “Miserere nobis”, “Dona nobis pacem” racconta di un perdono accordato su cui finalmente riposare. Adesso il Celebrante presenta l’Ostia consacrata indicandola con le parole del Battista “Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie i peccati del mondo”: è la terza elevazione. Come il centurione romano sentiamo di non essere degni di una visita tanto grande e diciamo “Dì soltanto una Parola!”. “Mi raccomando, ci metta una buona parola!” diciamo alle persone influenti presentando un caso bisognoso di aiuto. Ora questa espressione la diciamo a Gesù perché ci rivesta dei suoi meriti e ci faccia degni per grazia di ciò che mai e poi mai avremmo potuto meritare. A volte una parola ci perde, qui una parola ci salva e ci abilita ad entrare nella reggia della luce. Cenerentola esclusa dalla festa e condannata a lavorare in una cucina fuligginosa sta per entrare nel salone delle feste con la veste più bella, quella della Grazia. Non c’è passato che ostacoli, non c’è colpa che vieti, quando Gesù dice una parola noi siamo salvi ed entriamo nella comunione della Chiesa perché davanti a noi prepara una mensa sotto gli occhi dei nemici, cosparge di olio il capo e il calice del cuore trabocca di gioia. Miracolo di una parola. Una parola soltanto.

ARTURO AIELLO Vescovo di Teano-Calvi
Da: “L’Emanuele” n°4 maggio 2009
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19/12/2017 15.34

LE COSE SANTE AI SANTI

Ciò che è stato offerto e che proviene da regioni lontane, ciò che era disperso sui monti e che raccolto è diventato un pane solo, ciò che solo pane e vino ed ora è Corpo e Sangue di Cristo come sulla tavola dell’Ultima Cena, ora è consegnato ai credenti: “prendete e mangiate!”. Comincia adesso un lento e raccolto pellegrinaggio verso l’altare per la Comunione. In piccole chiese si tratta di fare solo qualche passo, nelle grandi Cattedrali ci si incammina in un vero pellegrinaggio: nell’uno e nell’altro caso rappresentiamo la Chiesa in cammino verso la Terra Promessa. Rumore di passi, sguardi diretti verso l’Altare, lento approssimarsi con il cuore in un ritmo uniformemente senso di indegnità (“Se consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere?”), fiducia nella Sua misericordia (“Ma presso di te è il perdono”!), attrazione fatale (“Il Maestro è qui e ti chiama!”), voglia di condividere in tutto il Suo destino (“Andiamo a morire con lui!”). Dove stai andando?

Tu vai in devoto pellegrinaggio verso il Golgota che da piccolo insignificante colle è diventato il monte più alto della terra (“Perché invidiate alte cime il mote che Dio ha scelto a sua dimora?”) su cui, come un faro, si innalza al Croce. Questo pellegrinaggio ti conduce ai “piedi della santa montagna sulla quale s’innanza la Croce”, ad essa alzerai lo sguardo supplice come gli ebrei come vittime dei serpenti velenosi alla ricerca della salvezza e della guarigione. Vai per essere bagnato dal Suo Sangue, per toccare e mangiare il suo Corpo che ti ridona vita. Vai al cuore della storia e della terra che gira intorno al Santo Legno come sua asse ideale. Vai tra le lacrime portando la semente da gettare, tornerai a posto con giubilo portando i covoni della grazia.

Il pellegrinare mesto verso il Golgota si unisce al cammino colmo di speranza e di attesa delle donne e dei discepoli verso il sepolcro vuoto. Dove stai andando? Tu, come Pietro e Giovanni, corri verso la Pasqua per vedere e credere, per sperimentare che un vuoto può colmare di gioia, che un lamento, che un lamento può trasformarsi in danza e una abito di lutto in veste di esultanza. Non stai andando a ricevere una proprietà privata, un Gesù tutto per te da catturare e portare a casa, ma stai per essere inserito, con la Comunione, nella dinamica della Pasqua che è la corrente ad altissima tensione che si ottiene all’atto in cui si uniscono i due poli negativo e positivo, la Croce del Condannato e il sepolcro vuoto del Risorto, la Sconfitta e la Vittoria, la Morte e la Vita. Attento: non tu annetterai alla tua vita la Vita di Cristo, ma Lui ti attrarrà in un vortice di luce e di grazia nella dinamica della Pasqua di Morte e risurrezione. Più ti avvicini all’altare più ti senti attratto da una forza che magnetizza tutto di te, corpo, cuore, mente, passato, presente e futuro inserendolo nella centrifuga della comunione che Paolo esprime mirabilmente quando scrive “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio”.

“Pensavo d’andare a prendere un dono o una sua consolazione per il mio cuore stanco, e invece in pochi istanti mi sono visto inserito in un gorgo di luce e di fuoco. Alzo lo sguardo a Colui che anch’io ho trafitto e mi sento rispondere “Oggi sarai con me in paradiso!” mentre il volto reclinato del Crocefisso si stempera nello sguardo sorridente del Risorto che mi invita ad andare lontano. Lontano da qui. Lontano da me. “Il Corpo di Cristo!”. “Amen”. Mangio di Te, ma sono divorato da Te e dallo zelo per la Tua Casa. Per la Tua Causa. Le mie pene d’amore di giovane respinto scolorano ora che il Tuo Corpo è parte del mio e mi sento libero di offrire tutto. Anche una vita dove non ci sia spazio che per Te e i fratelli. Ho fatto pochi metri, ma è come se fossi reduce da un pellegrinaggio a piedi di centinaia di chilometri. Torno nel banco dolcemente stando e mi inginocchio ad occhi chiusi per non perdere la concentrazione e la grazia”.

“La sensazione terribile di precipitare nel vuoto mi ha accompagnato per più giorni e i volti, le lesioni, le macerie, le bare allineate in quel Venerdì Santo mi sono impresse nella mente in sequenze ripetute all’infinito rimandandomi una sensazione di diffuso smarrimento. Instabilità. Anche il Gran Sasso innevato cui ho pensato da sempre con le parole del salmista “Chi confida nel Signore è come il Monte Sion” ho timore che possa sgretolarsi in un attimo come le casa, le chiese, secoli di storia nel baratro che si è aperto a voragine nelle tenebre notte del terremoto. Ma ora, dopo che ho perso casa e cose, scorci e strade che percorrevo da quando ero bambino, per la prima volta sento il profumo di casa sotto questa grande tenda che funge da chiesa dove sono tenuto a fare Pasqua e mi avvio per la Comunione. I gesti e le parole della liturgia mi hanno fatto bene come quando, in terra straniera, senti uno che parla la tua lingua e somiglia a una boa cui ti aggrappi nel mezzo di un naufragio. Il nostro procedere non porta gli effluvi dei profumi della domenica mattina, non siamo agghindati all’ultima moda, ma piuttosto portiamo i segni della lotta come un gruppo di soldati sopravvissuti alla tragedia in una Messa da Campo, eppure mi attraversa una strana pace ed attendo di ricevere il Corpo di Cristo come il giorno della mia prima Comunione. “Amen!” lo ripeto non solo come atto di fede a ciò che mi ha presentato dal Celebrante, ma quanto abbiamo vissuto. Il suo Corpo come i tanti estratti dalle macerie senza vita o segnati dalle piaghe. “Amen!” non lo dico, lo grido come è gesto di vittoria nel mezzo di una clamorosa sconfitta”.

“Il suo Corpo arso d’amore sulla mensa è pane vivo, il suo Sangue sull’altare calice del nuovo patto”. Rivivo, avviandomi all’altare per la comunione, il miracolo d’essere decentrata da ciò che mi preoccupa per essere inserita in un nuovo ordine di idee e di valori. Come Simone sono entrata in Chiesa con l’elenco dei miei fallimenti (“Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla!”) e con la richiesta d’aiuto, ed ora ho quasi dimenticato i miei mali per affacciarmi sulle tragedie degli altri e di tanti “uomini persi” da ritrovare: “Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini!”. Comunicare con il tuo Corpo e il Tuo Sangue è entrare nella Tua Passione per il Regno, allargare a dismisura il mio cuore per permetterTi di amare oggi, qui, coloro che Tu vuoi incontrare attraverso la mia umanità. “È il Corpo di Cristo” mi disse il prete fissandomi il giorno dei funerali di mio marito, ennesimo magistrato immolato sull’altare della giustizia. Avevo la mente vuota ancora fissata all’esplosione che aveva fatto saltare i vetri della cucina. Non c’era stato bisogno di affacciarmi, sapevo senza saperlo che nella nuvola che s’alzava dal parcheggio del nostro condominio andava a brandelli la mia vita, il corpo di mio marito, la paternità dei miei figli, la “casa dei cento natali”. Cronaca di una morte annunciata. Quanto durò quell’attimo in cui il mio parroco mi fissava indicandomi l’Ostia consacrata? Non so, per me fu una ricapitolazione della mia vita fin da quando ero bambina e la scoperta di un’uscita segreta da un dramma da cui non sarei mai emersa da sola e che in quell’istante divenne chiamata a stabilire contatti con tante donne come me vedove della piovra. “Amen!” risposi, e fu diverso dalle altre volte. Non fu solo un atto di fede nella presenza di Gesù nelle specie eucaristiche, ma un “sì” ad una chiamata, l’adesione ad allargare il mio dolore per ospitare tante altre donne colpevoli di aver sposato un magistrato, un carabiniere, un rappresentante dello Stato.

In una antichissima monizione riportata nelle catechesi di Cirillo Vescovo di Gerusalemme si legge: “Dopo ciò il sacerdote dice: “Le cose Sante ai Santi”. Santi sono coloro che hanno ricevuto la venuta dello Spirito Santo; santi siete anche voi che siete giudicati degni dello Spirito Santo. Dunque le cose Sante e i Santi si corrispondono”. Una prima lettura di questo testo evidenzia che “Le cose Sante sono per i Santi” nel senso che “sono riservate ai Santi”, appartengono solo a coloro che sono incamminati seriamente per un itinerario di uniformità alla vita di Gesù maestro e Signore. Doveva risuonare severa l’espressione nelle liturgie antiche ponendo una netta separazione tra i santi e gli infedeli trasformandosi in monito per tutti: appartengo alla schiera dei santi per accostarmi all’altare e ricevere il Corpo e il Sangue di Cristo?

Ma una seconda lettura dell’espressione apriva alla speranza il cuore del fedele quando si leggeva “Le cose Sante sono fatte per renderci Santi”. Alla prima interpretazione in senso statico se ne aggiungeva un’altra in senso dinamico dove la Comunione non era solo attestazione, ma anche desiderio di santità, non solo pane-premio per i cristiani già in corsa e vicini al traguardo, ma anche pane-incoraggiamento per quelli ancora sulla linea del “Pronti-Via!” o ancora al primo giro di campo. Nell’esegesi del testo del grande mistagogo dell’antichità la prima e la seconda interpretazione “Le cose Sante ai Santi!” sono presenti e complementari, si richiamano a vicenda e l’una non può sussistere senza l’altra. Avverto con gioia, accostandomi alla Comunione, di appartenere ad un popolo di salvati (“Se il signore non fosse stato con noi quando uomini ci assalirono…!”) e al tempo stesso di dover fare ed essere di più con l’aiuto della grazia che vado a ricevere.

“Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode”! “Tu apri la tua mano e sazi la fame di ogni vivente!”. Sarebbe rimasta chiusa per sempre la mia bocca, Signore Gesù come una tomba sigillata e dimenticata se Tu non fossi venuto in soccorso alla mia mediocrità. Non sono un santo, ma con la Tua grazia voglio diventarlo. È stato duro scostarmi dal banco ed entrare in questo fiume che scorre lento verso l’altare. La mia indegnità mi incollava al posto dove mi ha raggiunto la tua Parola e l’omelia del mio parroco, ma sentivo forte il pericolo che l’onda si chiudesse sulla mia testa per sempre come a un naufrago che abbia scorto per un attimo l’approdo della salvezza. “Ora o mai più!” mi sono detto o qualche angelo ha sussurrato al mio orecchio di giovane stanco e deluso di una natura che inganna i figli suoi! Mi è parsa una parola d’ordine per aprire le mie labbra serrate di anoressico-eucaristico per una lode che è il sacrificio che gradisci, per una convivialità che dice appartenenza e voglia di cambiare. Mi lascio cullare dal canto di comunione e mi avvicino, furtivo come l’emorroissa, deciso a rubare un miracolo: “Se solo riuscirò a toccare il suo mantello sarò guarita!”. “Il Corpo di Cristo!”. Non solo ti lasci toccare, ma diventi pane per la mia fame. Mi entri nel corpo, nel cuore, nei giorni che mi restano da vivere, nei pensieri, nei sogni. “Amen!”. Mi arrendo. “Il naufragar m’è dolce in questo mare”. Sento che mia madre sorride dall’eternità dopo aver pianto tanto per me, nel tempo, invocando la mia conversione. Ora sono io a piangere sentendo che si sciolgono nodi antichi dentro di me. Non me ne vergogno, anzi avverto il beneficio delle lacrime che scorrono e corrono a proclamare la sua lode. “Hai scelto me. Ho scelto te? So che mi sento diverso, quasi dispeso…” cantava Zucchero.

ARTURO AIELLO Vescovo di Teano-Calvi
Da: “L’Emanuele” n°5 giugno - luglio 2009

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22/12/2017 15.40

AD OCCHI CHIUSI PER ESSERE VINTO

Fare la fila è un’esperienza consueta e noiosa. A tratti dolorosa. In fila nella sala d’aspetto di uno studio medico o all’Università per sostenere un esame, a scuola o all’ufficio postale, ad una mostra di Caravaggio o per ritirare un bagaglio, all’uscita 23 per l’imbarco del volo A599 che ti porta lontano da casa o in autostrada per un incidente annunciato, alla mensa aziendale o in una banca dove chiede un prestito all’usura legalizzata. A volte si lega con chi ti precede di un numero o segue a ruota con una battuta sull’efficienza dei servizi pubblici, quasi sempre ci si a riccio, ciascuno nel suo dramma, come condannati in tute a strisce in un campo di concentramento dove l’altro è un potenziale nemico. Gusto il mio attimo di vittoria quando corro veloce a fianco di cento auto incolonnate al casello di Milano nord per entrare di filato all’uscita dei fortunati Telepass, ma qui non cerco sconti e non sgomito per conquistare un metro in più. Non c’è fretta in questa fila di uomini e donne che vanno verso l’altare per la Comunione, nessuno guarda l’orologio o teme che possano esaurirsi le ostie nella pisside del parroco, nessun segno di nervosismo, nessun commento malevolo, non qui, nella fila più bella del mondo. L’accumulo di storie e di odori qui non crea imbarazzo come nella fila dei poveri alla mensa Caritas, non ci sono guanti che assicurano dal contagio, non distanze di sicurezza, non scout che mantengano l’ordine pubblico con le loro catene di braccia. Qui si sperimenta quanto sia dolce camminare “adagio adagio verso una fontana”. Siamo affamati con la certezza che “non verrà meno la farina nella madia né l’olio nell’orcio”, assetati che ritengono che la fontana sarà sempre sovrastante la sete, poveri che silenziosamente fraternizzano come i pastori chiamati nella notte verso Betlemme, la Casa del Pane. Le altre file mi snervano, questa mi rianima, quelle mi debilitano, questa mi rafforza ad ogni passo, altrove esco distrutto, qui guardare la nuca di chi mi precede mi mette una grande pace. Cammino adagio verso l’altare per ricevere il Corpo di Cristo e faccio parte di questa meravigliosa carovana di Dio che è la Chiesa.

Davanti ci sono le spalle di un palestrato con bicipiti in mostra, i capelli sapientemente arruffati e gelatinati, i jeans cascanti e la maglietta “baci e abbracci” che ha sequestrato a un amico. Non vedo il suo volto, qui le facce sono tutte rivolte alla scena o al fuoco come intorno al camino, ma sento che è concentrato verso l’Amico che va a incontrare. Va verso lo stesso indirizzo ma non ho gelosia, so che il Maestro gli allargherà il diametro dei sogni o gli sovvertirà la vita. Quanti anni avrà? Forse l’età di mio figlio. “Come potrà un giovane tenere pura la sua via? – si chiede il salmista e risponde – Custodendo la Tua Parola”!

Avanti a lui vedo una testa candida di una madre anziana. Capelli bianchi e radi andati via con gli anni e mille tensioni. Sotto la camicetta di seta troppo ampia, le ossa sporgenti raccontano di un corpo provato dai parti dei figli e dai figli dei parti. La schiena incurvata e il tremolio di un braccio dice tensione e muscoli che partono da sé. “Ed anche ora nella vecchiaia e nella canizie non abbandonarmi, o Dio, perché io annunci la tua potenza”. Mi ricorda mia madre o forse è proprio lei. In questa fila interminabile ci siamo tutti, vivi e defunti, vicini e lontani finalmente riuniti dal Pane. Nel Pane.

Ogni andare, tutte le partenze e gli arrivi, ogni strada mi sembra che converga qui in questo dondolio della fila che prende il ritmo del canto di Comunione. Alcuni vi approdano subito come Michelino che ha appena fatto la prima comunione e ha gli occhi vispi dietro gli occhiali troppo grandi per il suo piccolo viso di bambino, ieri veniva ad accompagnare la mamma e levava gli occhiali al parroco, deluso come un bambino che non riceva il gelato promesso o la caramella, oggi avanza baldanzoso come uno scolaro promosso o un figlio che sia stato finalmente ammesso al mondo dei grandi. Altri approdano a questa fila di grazia da giovani, dopo un Campo scuola, o da grandi, magari dopo la Prima Comunione del figlio che coincide con quella dei genitori. È un andare colmo di attesa e di gratitudine, una fila interminabile di ogni razza e nazionalità che nessuno riesce a contare come la processione degli eletti nella visione del libro dell’Apocalisse. Qui non conta il reddito o il blasone, l’età o la provenienza. È un protendersi di occhi che guardano il Pane, di orecchi e cuori scalfiti dalla Parola, di mani che si preparano a ricevere il corpo di Cristo. Le mani…

Ricordo quelle di Peppe, meccanico, maestro dei motori con le orecchie tese a sentire il canto dell’acceleratore o lo staccarsi della frizione con la stessa perizia di un medico che ausculta il torace di un paziente o di un direttore d’orchestra che sa distinguere nel gran finale di una sinfonia la corda allentata di un violino o la nota falsa di un oboe. Le avrei riconosciute fra tante le sue mani grandi e screpolate, abituate a smontare pistoni e marmitte. Con l’olio penetrato tra le mille fessure, che ora si aprivano timide nel gesto delicato di chi è chiamato a fare da culla al Dio fatto pane. Gesù – ne ero certo – non disdegnava quelle mani callose e ruvide e forse le preferiva alle tante altre che si levavano linde e profumate come fiori che sbocciano davanti alla casula del celebrante chiamato a consegnare il Corpo di Cristo.

Dalle mani del sacerdote il Pane eucaristico passa in quelle dei fedeli, un dolce passamano dove il Mistero sfiora le vite e le penetra con tenera potenza. Le unisce, le ricongiunge, le purifica, le sfama. Sono di scena le mani ora, dopo il volto da parte del corpo che meglio racconta le anime e le svela. Mani bambini ancora pulite, mani anziane percorse da mille sentieri, mani che chiedono, che implorano, che gridano, stanche come quelle di Mosè chiamate a stare in alto per il bene del popolo in battaglia. Mani con la fede ancora luccicante di ritorno dal viaggio di nozze, o con l’anello consumato e largo rispetto all’anulare che ha perso spessore, mani tese a cogliere la prima mela o a lungo inerti nello scorrere lento di una flebo che sembra infinita. Mani impazienti di adolescenti o con al dito la propria fede e quella del marito defunto, mani decise nella stagione ascendente della vita, o tremanti nel ricevere il viatico per l’ultimo viaggio. Mani…, una selva dove su ogni arbusto si poggia il bacio del sole e a innescare la vita dopo ogni notte che sembrava non volesse finire. Mani…

Mani che invocano il Pane e si aprono a culla perché nulla vada perduto. Che dicono un atto di fede nel reciproco reggersi e che ora, seppure per un istante, sostituiscono la mensa, quasi altare di carne. Già San Cirillo di Gerusalemme nelle sue “Catechesi mistagogiche” aveva fatto attenzione alle mani indicando ai neofiti come esprimere con gli atteggiamenti del corpo la devozione dell’anima:

“Quando dunque ti avvicini, non andare con le giunture delle mani rigide, né con le dita separate; ma facendo della sinistra come un trono alla destra, dal momento che questa per ricevere il Re, e facendo cava la palma, ricevi il Corpo di Cristo, rispondendo: Amen. Quindi, santificando con cura i tuoi occhi con il contatto del santo corpo, prendilo vegliando a non perderne nulla; poiché, se ne perdessi sarebbe come se tu subissi la perdita di un membro del tuo corpo. Dimmi infatti, se qualcuno ti desse delle pagliuzze d’oro, non te ne impossesseresti forse con cura, facendo attenzione a non perderne alcuna per non subirne danno? Non veglierai dunque con molta maggior cura su ciò che è più prezioso dell’oro e delle pietre preziose, perché non ne cada neppure una briciola?”.

Le mie mani trono del Re, ostensorio e mensa, unite a migliaia di altre mani, in un ponte di carne che è gettato fino all’ultima sera, all’ultima Cena perché non sia più solo ultima. Mani sporche rese degne per grazia che si uniscono ad altre fino a quelle di Giuda “che stringono ancora quei trenta denari”, di Giovanni indeciso tra le mani col Pane e l’orecchio sul cuore, di Pietro cui pesano le chiavi, di Tommaso che dopo aver toccato il corpo vuole entrare nel Santuario attraverso le Piaghe. Mani che portano alla bocca il cibo in un gesto di storia infinita che dice vita e racconta di fame, di pane, di mensa, di amore. Ora il Cibo è scomparso e s’incunea nel corpo per essere linfa e sangue, connessioni cerebrali e battiti cardiaci, sogni condivisi e sentimenti comuni che furono in Cristo Gesù”.

Torno a posto confuso d’amore, intontito per tanta grazia che ha invaso me e gli altri che prima di me hanno teso le mani come mendicanti. Istintivamente le mani ora si portano al cuore per frenare i battiti, per custodire l’Amato, per conservare la tenerezza. “Figlie di Gerusalemme”, non svegliate l’Amato finché non lo voglia!!”. In un silenzio adorante contemplo Gesù nella stalla di Betlem, sulle vie della Galilea, a mensa con i suoi nella notte in cui fu tradito, disteso sulla croce nell’atto di abbracciare il mondo intero, la sera di Pasqua coi viandanti di Emmaus nel tramonto che chiede compagnia perché viene sera. “Stolti e tardi di cuore nel credere alle parole dei profeti, non era necessario…?”. Si, era necessario, ora capisco che nulla è casuale e tutto risponde ad una necessità di grazia e di bene. Di amore. Man mano che le specie eucaristiche si sciolgono in me, cresce a dismisura la Sua statura e l’ansia santa che venga il suo Regno. “Sì, amen! Vieni, Signore in Gesù!”.

È certezza di non essere solo, gioia di essere Chiesa, volontà di spendere i pochi giorni che mi rimangono perché gli altri siano attratti in questo vortice di luce e di bene che si chiama Eucaristia ed è Lui che rimane con noi, qualunque cosa succeda, sino alla fine del mondo. “Signor mio e mio Dio!” ripeto tra me insieme a Tommaso che non ha più nulla da toccare perché dalle Sue piaghe siamo guariti e toccati ad occhi chiusi, nella beatitudine di coloro che pur non avendo visto continuano a credere. Non vedo come quando chiudo gli occhi nell’abbraccio dell’amore e lascio parlare solo i sensi del cuore. Non vedo, ma sono visto. Credere è questo.

ARTURO AIELLO Vescovo di Teano-Calvi
Da: “L’Emanuele” n°6 agosto – settembre 2009
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28/12/2017 20.43

Ricordati
Resto a guardare ad occhi chiusi. “L’essenziale è invisibile agli occhi”. Guardo e sono guardato. Come in una donna incinta i sensi sono potenziati, lanciati oltre le loro possibilità, e al tempo stesso placati. Saziati. Ora che anche all’ultimo della fila torna a posto col suo Tesoro nascosto nel cuore e il Celebrante ripone nella custodia le Ostie consacrate, si va smorzando il canto di comunione e scende il silenzio a fare da orizzonte alla preghiera di ciascuno. A volte l’organista con un flauto camino o un oboe crea come un’aria sospesa che non rompe, ma sottolinea il silenzio e allarga il cuore alla riconoscenza. Ringraziamento.
È il termine con cui da bambini siamo stati educati a riconoscere la preziosità di questo momento dove chiedevamo in prestito ai santi le parole che noi non sapevamo dire come ci appropria dei versi dei poeti quando, con la persona amata, si tenta di esprimere il sublime dell’amore.

Anima di Gesù, santificatemi! Corpo di Gesù, salvatemi! Sangue di Gesù, inebriatemi! Acqua del costato di Gesù, lavatemi!”. Non sapevo di Sant’Ignazio di Lojola né degli Esercizi Spirituali scritti nel 1500, quando imparai a memoria, come tanti, questa preghiera cinquant’anni fa. Eppure da allora mi sale dal cuore puntuale e si apre luminosa come una ninfea sulla superfice del lago tranquillo dell’anima dopo la Comunione. Forse rimane solo ciò che avremo imparato a memoria e ripetuto infinte volte, mentre dall’ira mnemonoclasta che ha imperversato nelle aule di catechismo negli ultimi quarant’anni temo che non resterà nulla, tabula rasa, lo schermo resettato, squallidamente bianco e assordantemente silenzioso. Un palinsesto polverizzato. Sul momento – lo confesso – provavo da bambino un senso di fastidio per quelle parole sussurrate all’orecchio da catechiste e suore dopo la Comunione come una cantilena infinita di atteggiamenti incomprensibili, ma poi ho gioito trovandole scolpite sulle pareti del cuore per dire a Gesù ciò che conta veramente una volta passata la tempesta delle emozioni superficiali.
La preghiera suggerita da Sant’Ignazio sembra settorializzare la Persona di Gesù evidenziando l’Anima, il Corpo, il Sangue, l’Acqua sgorgata dal costato trafitto, le Piaghe, ma, a ben pensarci, è un richiamo alla concretezza di Colui che mi inabita e col Quale posso parlare come un amico all’Amico. La separazione di Corpo e Sangue esprime, tra le righe, la fede nella dimensione sacrificale dell’Eucaristia dove i due elementi restano distinti per sottolineare la morte del Redentore cui ho partecipato pur già nella luce della Risurrezione. Colui che ho ricevuto è in me come persona e mi parla, mi chiama, mi ama, mi salva dall’alto della Croce o sulla sommità del monte degli Ulivi dove raduna la Chiesa per un addio che è partire senza partire.

Anima di Gesù, santificatemi!” Due anime che si guardano e si toccano nel mistero dell’amore. “Siate santi perché io il Signore sono santo”. Lo sfiorarsi delle nostre anime è un travaso di santità. L’anima mia, ritrovata la sua verginità, vola leggera “sui monti degli aromi”, apre a dismisura le ali del desiderio e non piange più con le note del Salmo 54:
“Chi mi darà ali di colomba per volare?”. Mi sento lontano mille miglia e al sicuro da ciò che è volgare e che pure nelle notti dello spirito sembra attrarre l’anima mia. La Sua Anima santifica la mia per contatto. Per contagio. Per attrazione ascensionale. Più salgo più sono leggero e guardo da un’ottica nuova ciò che è ferialmente mi ferisce, mi attrae, mi zavorra. L’essere santificato mi pone nella luce e quindi nell’evidenza: “non può restare una città collocata sopra un alto monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio”. Non potrò restare nascosto, ora ne godo, e so che tutti a tavola tra un’ora non potranno non notare la luce dei miei occhi. Non mi velerò come Mosè di ritorno dalla tenda del convegno, ma, con la tua grazia, Gesù, voglio trasformare in luce tutto quello che toccherò. Non ho una mia santità da vantare: “se consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere?”. Mi vesto della Tua Santità e la povera Cenerentola diventa la più bella della festa e fuori la sua cucina fuligginosa l’aspetta una carrozza dorata che la condurrà a corte.

Corpo di Cristo, salvatemi!”. So cosa significhi il terrore di un incubo che non è nel sogno, ma nella realtà. Ero all’Aquila quella terribile notte. I miei genitori mi pensavano sola nella mia camera di studentessa di fisioterapia e mi hanno consolato per telefono come facevano ogni sera perché la lontananza e la solitudine sono pesanti per una ragazza di vent’anni. Mentivo loro. Paradossalmente mi ha salvato il ragazzo che era con me. Al terremoto dei sismografi s’né aggiunto un altro nel cuore dei miei genitori che hanno scoperto che la figlia non era più da tempo la bambina che essi pensavano. Un terremoto nel terremoto. Mi ha salvato il ragazzo che mi stava perdendo. Confusione. Quando tutto vacilla – forse sarà così la morte? – mi aggrappo a Te, Gesù, al Tuo corpo donato che mi salva e mi mette al sicuro. Vengo tremante come l’Emorroissa e tento di toccarti per essere guarita dagli incubi del terremoto, dalle crepe della mia coscienza accomodante, dal maremoto che n’è seguito a casa, da una vita che sembrava alla deriva ed è stata scossa. Ho deciso di cambiare. Sono tornata furtiva alla Messa domenicale, ma mi sento una sopravvissuta. Naufraga. Solo Tu mi puoi salvare. Da me.

Sangue di Gesù, inebriatemi!”. C’è lo sballo del sabato sera che produce amarezza e a volte procura la morte. Anch’io ho fatto parte dell’allegra brigata in cerca dell’ultimo divieto da abbattere, sabato sera era un buco nero di musiche psichedeliche e luci assordanti sempre sul crinale di una crisi epilettica sulla pista da ballo che cominciava a roteare. Alcol e anfetamine, copri leggeri e illusioni vecchie quanto Icaro, poi corse nella notte con l’auto a fari spenti o contro senso per sentire il brivido della morte. Mi salvai io solo da una carneficina di lamiere e corpi di cui non ricordavo neppure i nomi. È strano svegliarsi da solo in un cimitero mentre albeggia sul suono di una campana che chiama alla recita dell’Angelus in una fredda mattina d’inverno. Domenica. Mi sembro la campana nella notte dell’Innominato. Da allora sono cambiato e ho cominciato a gustare il dolce sballo della Messa. Senza effetti collaterali. Ora qui rannicchiato sulle scale di un altare laterale, ringrazio Gesù per avermi salvato e condotto ad una vita nuova. No, non voglio essere un cristiano qualunque, un anonimo frequentatore di Messe domenicali, voglio di più per me e per Lui, voglio una vita santamente spericolata! Per questo non chiedo una dose modica, ma ho voglia di bere il suo Sangue fino ad inebriarmi. Come Caterina da Siena di cui canto “O Amore ineffabile”. Gli amici di un tempo mi deridono: “È tutto casa e Chiesa! E a mezzanotte già a letto come i bambini!”, ma io non li ascolto e ne sento compassione per il loro perenne stato di infelicità. Io invece sono felice e a settembre entro in seminario per insegnare agli erranti le Sue vie. “Casta ebrezza” è lo strano accostamento che ho trovato in un antico inno monastico: esprime bene il mio stato dopo la Comunione quando mi sento ubriaco del Suo Sangue ma senza che i sensi del corpo e dell’anima siano spossati dalla fatica dell’eccesso. Come il sorriso che ho visto fiorire sul volto di una giovane monaca dietro le grate. I miei genitori sono disorientati. Alle recriminazioni per la mia vita dissoluta si sono sostituite quelle per i miei eccessi di neofita: “Hai proprio perso la testa!”. Ascolto il rimprovero come un complimento e mi meraviglio che tanti facciano la Comunione e pochi escano di Chiesa sballati. Il Sangue di Cristo ci inebria. Se i Carabinieri all’uscita di una Messa ci sottoponessero alla prova del palloncino quanti sarebbero trovati in stato di ebrezza?

Acqua del costato di Gesù lavatemi!”. Mi piace questa scomposizione della foto di Gesù Crocifisso e che ora guardo e adoro. È come quando un amante guarda gli occhi dell’amata o canta il suo profilo aquilino, le sue mani, il tono della voce, il taglio di capelli o il dolce ovale del volto e per la parte intende il tutto. Anche il Petrarca cantava le “chiare, fresche e dolci acque” dove Laura si stendeva a prendere il sole, assorta nei suoi pensieri, e tutto quanto la circondava diventava amabile e santo. Qui il torrente non lambisce “le belle membra”, ma sgorga dal Santo Costato e, come il fiume intravisto di Ezechiele “Aegredientem de templo” porta la vita dovunque giunge e risana, fa fruttificare e rende giardino il deserto riarso. Mi immergo, come Naaman il Siro, in questo fiume di grazia e lascio che le squame della lebbra si stacchino dal mio essere in decomposizione per far ritornare la pelle bambina. Vergine. Qui c’è più dell’acqua del diluvio, del Mar Rosso, del Giordano, della Piscina di Siloe dove furono inviati da Gesù i lebbrosi per essere guariti. Mi lascio lavare dall’acqua del Costato e ne bevo come quando in montagna si giunge ad una fonte accaldati e sudati e ci si abbandona alla freschezza, come nell’euforia di un bacio che bevi. Che ti beve. Ora, pur avendo attraversato tanti portali penitenziali, avverto di essere indegno e bisognoso d’essere purificato. “E subito gli uscì sangue ed acqua”: il sangue mi inebria, l’acqua mi lava.

Passione di Gesù confortatemi!”. Nello specchio della sua Passione rivedo le mie pene, le ridimensiono, le scopro salvifiche. “Dopo tanti anni di attesa la scorsa settimana ho rivisto mio figlio: quando hanno bussato temevo che fossero i Carabinieri. Erano gli addetti alle pompe funebri con in mano la sua tessera d’identità: signora conosce questo ragazzo?”. Passione di Gesù, confortatemi! “Ho impiegato tutta la mia vita a preparare un futuro ai miei figli mettendo uno spicciolo sopra l’altro e privandomi con mia moglie di qualsiasi godimento e ieri, con una telefonata del direttore della banca, ho scoperto che dal mio conto era sparito tutto e che la nostra casa andava all’asta. Non avevo il coraggio di tornare a casa per dire a Rosaria che siamo diventati poveri e sfrattati a causa dei debiti di gioco del più piccolo dei nostri figli”. Passione di Gesù, confortatemi! “Mi dicevano tutti di stare tranquillo che si trattava di esami di routine, che sarebbe passato tutto nel giro di pochi giorni con una piccola cura… Sono passata dalla cobaltoterapia ad un intervento chirurgico cui è seguita la chemio. Mi sento impoverita e devastata nella mia femminilità. Esco con la parrucca ed ho l’impressione che tutti mi guardano e facciano commenti alle mie spalle. Ora tu, Gesù, poggia la Tua mano sulla mia testa spelacchiata di pulcino impaurito e dammi la forza per le prossime puntate da campo di concentramento!”. Passione di Gesù, confortatemi! “È da tempo che la preghiera nel coro mi angustia, la vita fraterna mi pesa, il contatto con la Parola non mi entusiasma e i mille gesti di questa mia vita nascosta di clarissa mi appaiano inutili e vuoti. Gusci vuoti di lumache preistoriche che degli umori della vita non hanno che un ricordo lontano anni luce. L’anima è fredda, dura, prosciugata, refrattaria, disaminata come la pietra dei San Michele baciata dal poeta soldato. So che sono nel deserto a fare compagnia a tanti atei che si contendono una stilla di luce come i poveri un tozzo di pane in una guerra silenziosa e drammatica. “Canto ciò che voglio credere”, ma la fede sembra non abitare qui. Resto alla finestra dell’anima ad attendere che torni il fervore come si aspettano le rondini e la luce in un lungo interminabile inverno boreale”. Passione di Cristo, confortatemi!

Nelle vostre piaghe nascondetemi!”. Continua questo silenzio dolce dopo la Comunione. L’organista è sceso dall’accordo in maggiore ad una tonalità minore, ma il largo che stava eseguendo non ha i registri della tristezza, ma i calmi colori della notte. Una notte stellata in cui cerchiamo la casa dell’abbraccio. L’abbraccio della casa. Ci sono momenti in cui sentiamo forte il desiderio del nascondimento. Faccio piccolo mettendomi in ginocchio per non perderti come la mamma il suo bambino. Per non disperderti come il bambino che si rifugia nel grembo della madre per rivivere intense passate e comunioni diadiche. Più volte nel Salterio ritorna il bisogno di un rifugio ritorna il bisogno di un rifugio, del baluardo, della città fortificata, di un luogo di salvezza, ma ora avverto chiaramente che sono le tue piaghe luoghi di appuntamento segreti e castelli dove trovare rifugio nel clangore delle armi e nelle sirene delle postazioni antiaerei. Qui trovo riparo come l’alpinista che scopri nel rifugio nel mezzo di una tormenta di neve. Non ci sono tessere da presentare, codici da digitare o prenotazione da far valere. Non mi verranno chieste prestazioni, né sarò sottoposto a domande per entrare nel club delle Pieghe, ma tutto è aperto perché io sia sottratto alla congiura degli empi e alla sassaiola di chi è stato sorpreso in flagrante adulterio. Da questo rifugio antiatomico guardo il mondo con serenità come forse mi sarà dato di guardarlo, pacificato, dalla sponda dell’eternità. Gioia piena, dolcezza senza fine. Qui nulla mi ferisce e tutto mi consola, qui la miseria incontra la Misericordia come un gioco d’incastri finalmente riuscito. È questa la dimora che il poeta girovago inutilmente ha cercato. Sono finalmente giunto a “un paese innocente”

Arturo Aiello

ARTURO AIELLO Vescovo di Teano-Calvi
Da: “L’Emanuele” n°7 ottobre 2009

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28/12/2017 20.50

L’AMORE DOPO L’AMORE

“Del rito sacrale m’incanta
Quel tempo che
dopo la comunione
si fa domestico,
il silenzio fuori
delle mattine domenicali,
lo sbattere del piattino
contro il calice,
il gesto di asciugare,
di riporre, di passare gli oggetti,
le mani che si toccano per caso,
il panno di lino.
E così dopo ogni amore,
prima dei saluti
dovrebbe esserci
questo minuto eterno
nel quale tu e io
ci passiamo i vestiti
ci rimettiamo le scarpe,
tiriamo su le lenzuola
e ci predisponiamo
a un saluto sereno”.

Questi versi di Alba Donati (Non in mio nome. Marietti) ci raccontano come la sensibilità femminile, gli ultimi istanti della Celebrazione eucaristica comprati, come nella letteratura mistica, ai gesti dell’amore. La poetessa è attratta da ciò che normalmente si fa in fretta e con un certo imbarazzo sull’altare perché è prosaico, domestico, troppo feriale. Lo scorrere dell’acqua nel calice, il baluginio della patena rigirata nell’atto della purificazione, il gesto di asciugare con il purificatoio ricamato con amore dalle monache di clausura, il riporre i vasi, il piegare dolcemente il corporale e l’andirivieni di ministranti indaffarati e contenti. Immagini e suoni che Alba Donati racchiude in quel “minuto eterno” che dovrebbe fare da paratia di pudore ai momenti dell’amore prima di essere catapultati fuori nel chiasso della profanità e della volgarità. La scena è rappresentata al rallentatore per indicare un tempo fuori dal tempo, uno spazio oltre lo spazio. Qui non c’è ancora il vociare sul sagrato, il rincorrersi dei bambini, i richiami delle madri, l’urgenza del pranzo e i bisogni del corpo, qui siamo ancora protetti dallo strombazzare dei clacson, dai mille rumori della vita che incalza. Non ci sono ancora i mille colori delle polo dei ragazzi e il top delle signore, foulard al vento, braccialetti e orecchini che occhieggiano al sole di mezzogiorno. No, qui c’è ancora il solo colore liturgico del Celebrante, sul bianco lino della tovaglia. “Fermati, sole, su Gàbaon, e tu, luna, sulla valle di Aialon!” mi verrebbe da gridare con Giosuè, ma non per una battaglia in cui finire i nemici, ma per il protrarsi di un incanto in cui tutti sono amici. “Rimanete nel mio amore!”.

“Questo minuto eterno” è rotto dalla voce del Celebrante che dice “Preghiamo” introducendo il postcommunio. La preghiera del Messale chiede che siamo confermati nelle grazia di quanto e promette altri appuntamenti: “il Sacramento che abbiamo ricevuto ci prepari a riceverlo ancora”. È come un ammiccamento, un incrocio di sguardi all’insegna dell’“è stato bello!” con l’annessa domanda: “Quando ci incontreremo la prossima volta?”. Non si è ancora sciolto l’abbraccio e già nasce il bisogno della prossima volta. L’amore non basta mai e dice “ancora!”. Ciò che è computato è già promessa: “Andate è dite ai suoi discepoli che Egli li precede in Galilea!”. Galilea è cominciare daccapo, un arrivederci che si estende, come campate di ponte, fino all’orizzonte. Fino all’ultimo giorno.

Non mi staccherò da te finché non mi avrai benedetto!” dice Giacobbe all’Angelo, Bartolo Longo alla Madonna, tu a Gesù prima di ripartire da Emmaus. È largo il gesto del parroco all’atto in cui si alza il braccio per benedire l’assemblea. Cerca di raccogliere in un golfo di bene le case, le famiglie, i dolori, le piaghe, le speranze della sua comunità perché sappiano dove tornare nei momenti di burrasca. Tu non lo sai, ma quel gesto con cui chiude l’assemblea sacra gli costa e lo pone a malincuore, come ci si scosta da un cuore caldo e si affronta la bufera alzando il bavero per nascondere le lacrime. Tu fremi guardando l’orologio e dici “È tardi!”, lui pensa come ogni padre “È ancora presto!”. È sempre troppo presto per i padri e troppo tardi per i figli: “La Messa è finita. Andate in pace!”. Per alcuni la frase è più bella del rituale, per altri la più drammatica. “E dopo aver cantato l’inno uscirono verso il monte degli ulivi”. Anche la prima Messa si concluse con una processione.

La processione introitale è stata solenne e composta, questa, in coda al rito, è lasciare alla spontaneità e alla libera associazione. Ci si saluta in fretta spingendo la fila che va verso le porte e le attraversa. Un serpentone di grazia che si compone, si scompone, si divide in rivoli e attraversa della città per benedirla. C’è un invito ad andare per le strade per trasformare in Eucaristia il lavoro, la scuola, gli affetti, le debolezze. La Grazia ricevuta segretamente invade strade e piazze, staziona in ospedali e istituzioni, feconda portici e falde acquifere, porta l’annuncio di una vittoria laddove ancora si combatte strenuamente. L’Eucaristia non solo è per coloro che vi partecipano attivamente. È sempre per il mondo: “Per voi e per tutti”.

All’uscita della Messa il sagrato domenicale si vivacizza. Ricordo il mio sagrato di parroco a Piano di Sorrento: richiami, auguri, baci e saluti, commenti e battute. Arcobaleno di colori le magliette dei ragazzi e dei giovanissimi che cantavano la giovinezza, sguardi e amori che cominciavano là, appuntamenti presi al volo dall’educatore di gruppo, messaggio in codice, telefonini che squillavano dopo tanto silenzio. La vita. Gli adulti si fermavano al sicuro sull’ultimo gradino e facevano salotto, gli anziani temevano di essere travolti e scendevano piano guardando a terra, i ragazzi sciamavano come aquiloni in tutte le direzioni e facevano crocchi impedendo alle auto di circolare. A primavera le grandi porte di bronzo si aprivano su un ciliegio fiorito che pendeva innevato dal muro di fronte a raccontare la Pasqua tra il ciondolare allegro delle campane che facevano oscillare il campanile cinquecentesco. Confesso che mi innervosiva sapere che alcuni giovanissimi marinavano il resto, ma erano puntuali al rito di uscita attratti dagli incontri, dai saluti, dall’aria di festa. Mi sembravano ladri venuti a rubare l’Amen finale di una sinfonia senza averlo impastato con pazienza nell’allegro iniziale o nell’adagio del secondo movimento. Solo ora mi accorgo che anche per essi c’era una grazia e se preferivano in quel momento il sagrato alla piazza non era solo per incontrare l’amica o i gregari, ma per ricevere, senza saperlo, il profumo del Pane che avevamo spezzato. C’è anche una grazia che si riceve per contagio, di sfuggita, senza saperlo attratti da un sagrato colmo di coriandoli umani che girano in un vortice di vita. Ricordo che i primi ad allontanarsi erano gli anziani disturbati da tanta giovinezza ostentata, poi si scioglievano i crocchi degli adulti con le mani già affollate di dolci. I ragazzi restavano a lungo poi, quando era già tardi per stare a tavola, cavalcavano motorini variopinti e partivano a tutto gas, qualche volta impennando, con un amico aggrappato alla schiena. Dalla finestra della canonica li accompagnavo con lo sguardo come forse Gesù i discepoli mandati per le strade “a due a due”.

Da Gerusalemme gli apostoli sciamarono per ogni dove fino agli estremi confini: “per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola”. Chi ha partecipato all’Eucaristia affronta la settimana con nuovo vigore e va a portare ciò che ha vissuto nel mondo degli affetti, del lavoro, delle istituzioni, delle fragilità, del tempo libero. Il Corpo di Cristo si sminuzza in tanti luoghi dove fermenta, il Suo Sangue in tanti tempi dove santifica e salva. La Processione del Corpus Domini si svolge ogni domenica e ciascun cristiano è ostensorio di carne che pone il mondo a contatto con Cristo. La Parola proclamata e commentata srotola nelle case sulle mense domenicali dove qualcuno la ricorda, la racconta, la testimonia, la mette in pratica. Man mano che l’Eucaristia entra in contatto con le persone, la storia, il mondo, si allarga e prende senso e dall’altare dove è stata celebrata si estende in cerchi concentrici fino ad abbracciare il mondo e il cosmo.

“Ogni Messa, lo sai,
finisce in allegria,
in scoppi di risate
sui gradini e corse a chi fa prima
ad arrivare a casa
e con quel piacere dentro,
lento, incontenibile
di saperci ancora tutti insieme
la prossima domenica”.


Si chiude così la poesia “Del rito sacrale” di Alba Donati riportata all’inizio. Dopo il “minuto eterno” dei gesti domestici che incanta l’autrice, ecco lo scoppiare della gioia sui gradini della Chiesa. “Saperti risorto, saperti Signore… il cuore sta per impazzire”. La gioia è il cuore che non riesce a contenere la lieta notizia e apre sorrisi, fa brillare gli occhi, agita le mani, fa fiorire la spiga ondeggiante del riso. Quanta differenza tra l’aria compassata dai credenti all’ingresso della celebrazione, il loro essere chiusi nei cappotti come in un’armatura impenetrabile, e questo scoppio di risate sui gradini senza paura, aperti nello sguardo e nel cuore. Miracolo dell’Eucaristia! Di tante persone divise e sospettose ha fatto una comunità, ha collegato vite, riaperto dialoghi interrotti da anni, scardinato porte chiuse per paura.
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28/12/2017 20.54

CARISSIMO LETTORE…

Carissimo lettore,

uso il singolare perché non credo nelle folle oceaniche di lettori e spettatori e, se il Manzoni uscendo fuori dal sipario dei suoi “Promessi Sposi” sente di poter colloquiare con i suoi “venticinque lettori”, per me, fatte le debite proporzioni, ho pensato che solo un lettore fosse più che bastante. Ho fatto fatica a immaginarti mentre sfogliavi le pagine di questa rivista […], ho immaginato il tuo volto, l’età, al condizione sociale ed ecclesiale, i dubbi, le speranze. Qualche volta ti ho visto sorridere o arricciare il naso davanti a ossimori o accostamenti arditi, altre volte ti ho spiato preso dal racconto o bisognoso di chiudere gli occhi per fare una sintesi tua e per fissare e prolungare un’emozione che ti dava il testo.

Perdonami. Non sono uno scrittore. Non ho dimestichezza con “la parrocchia di carta” dove direttori di riviste si muovono spediti e articolisti fanno tripli salti mortali e tessono testi che sanno dell’arte del ricamo. Non so pensare da solo: sono un pastore. Posso balbettare e incespicare sotto l’occhio di Polifemo, di una telecamera o avere vertigini davanti a un foglio bianco, ma, se davanti ho un’assemblea mi si scioglie la lingua come accadde a Zaccaria quando impose il nome al suo bambino o agli apostoli il mattino di Pentecoste. Lo scrittore vede nascere e muovere il racconto sotto il pigiare dei tasti, il teologo impenna il suo pensiero nel silenzio del suo studio mentre confronta i testi di Agostino e Tommaso, ma il pastore è muto senza un gruppo o un’assemblea cui parlare al pari di certe molecole che da sole intristiscono, ma al cospetto di altre lo innescano mille e mille reazioni chimiche. Il direttore de L’Emanuele non sa il mio disagio mensile dinnanzi allo schermo bianco-latte del computer senza poter scrivere una parola, la ricerca di un volto cui parlare, quel battere delle ciglia di un ascoltatore cui chi parla è legato come il naufrago alla fune che lo salva. Per questo, ho dovuto, di volta in volta, darti un volto, immaginare una reazione, intuire un calo di attenzione cui porre riparo, intravedere che una parola creava connessioni nel tuo vissuto, richiamava ricordi sepolti, apriva nuovi orizzonti. Scusami, se non so fare il pastore e non basta che ci sia un uomo e un bastone, senza le pecore un pastore precipita nel buio. Rischia di perdersi. Come Sansone coi capelli rasati mi sono trovato spesso senza forze. Ho capito sono i grandi alunni che fanno grande il maestro e non viceversa.

Ed ora, dopo due anni, siamo al congedo. Ho la sensazione di aver detto poco o nulla sul grande Mistero che campeggia al centro della vita della Chiesa. L’Eucaristia quando tenti di dirla ti sfugge dalle mani. Come l’amore. Le catechesi mistagogiche sono una spiegazione dei segni di una celebrazione come il contenuto antropologico dei gesti dell’amore può interessare il filosofo, il fotografo, il coreografo, ma è il ballerino che lo fa rivivere ridestando in te il desiderio dell’Eucaristia? Me lo dirai in paradiso. Non ha risposte una catechesi scritta. Lascia l’amaro in bocca. Vorrei averti trasmesso la passione per la dolce Memoria del Pane, per la gioia di essere Chiesa intorno all’altare, per il suono delle sue Parole che non passeranno, per il Dolore e l’Amore che si abbracciano sulla Croce, per i mille gesti misurati dell’Eucaristia, per le gocce d’acqua nel vino, l’Elevazione, le genuflessioni, i segni di croce, i fiori, le tovaglie di lino, i paramenti sacri, gli inchini, i baci, le preghiere, i canti e i silenzi. Vorrei averti trasmesso la passione per il Mistero che si fa vicino, accanto, palpabile e ti prende e ti porta lontano.

Una catechesi mistagogica è l’essere presi per mano e condotti per strade sconosciute, paesi misteriosi, montagne incantate. Quello che Virgilio e Beatrice fanno per Dante nel viaggio della Divina Commedia il l’ho fatto per te, con te. Ma il mistagogo non è una semplice guida turistica che ti descrive le stratificazioni di un sito archeologico o la bellezza di un capitello composito, è qualcosa di più, somiglia piuttosto agli esploratori che Giosuè mando in avanscoperta nella Terra Promessa e che tornarono ricchi di suggestioni, di sapori e odori da raccontare per destare il desiderio di varcare la soglia del luogo dove scorreva latte e miele. Non è un tecnico del gesto liturgico che scompone gli elementi facendo emergere lo strato carolingio o medioevale di un’anafora, ma un poeta che ridesta negli esuli la nostalgia della patria perduta.

Il senso di incompiutezza che io sento e che, forse, ammetti anche tu, è un richiamo a ricominciare dal principio. Ogni catechesi che si conclude ne apre mille altre. “Per ogni viaggio che finisce c’è sempre un nuovo viaggio da ricominciare” cantava Francesco De Gregori. Mi sembra che l’intera vita cristiana sia un itinerario da iniziare sempre daccapo, ogni giorno, ogni domenica, in ogni inizio di anno liturgico. Lo sai bene che non è ripetizione ma, ad ogni giro corrisponde a un avvicinamento al centro come in una spirale. Ora è tempo Virgilio scompaia e intervenga Beatrice. Si è compagni solo per un tratto di strada.

Per essere sincero appieno debbo confessarti, caro lettore, che tra mille ombre con cui ho dialogato per dare forza a quanto andavo scrivendo, ti ho pensato prete alle prese con una celebrazione da preparare, da vivere, da far vivere o da verificare come alla moviola, a sera, a chiesa chiusa per scoprire i gesti deboli, quelli trainanti, “le note false” come dicono i concertisti per descrivere non una stonatura ma una nota imperfetta. Ho avuto un occhio all’assemblea, agli osservatori distratti, ai giovani nascosti dietro le colonne, ma è a te che ho pensato quasi di continuo, a te che presiedi la Santa Cena e forse mai sei stato iniziato all’arte del presiedere. A te crocifisso tra l’altare, la sede e l’ambone in un triangolo di morte e di vita e condannato (“dolce condanna!”) a ripetere i gesti del Redentore perché il Maestro possa essere presente tra i tuoi figli che sono Suoi. Lo so che i lettori de L’Emanuele sono per lo più laici e persone impegnate ad affiancare i Padri Sacramentini nell’adorazione, ma il cuore è venuto a bussare da te, prete, che forse fai fatica a vivere la celebrazione come preghiera e rischi le secche dell’abitudine e del gesto ripetuto senz’anima. Umilmente ho sentito di proporti le mie povere riflessioni in margine ai tempi e ai momenti della Messa per invitarti a riprendere il gusto delle Cose Sante che vanno date ai Santi. Ora la parola passa a te che da anni hai smesso di spiegare ai tuoi fedeli e a te stesso il cammino dell’Eucaristia e per questo vedi la chiesa vuota la domenica. Sono certo che ha partire dalle mie povere sollecitazioni riuscirai a fare di più e meglio provando a raccontare ai ragazzi, agli adulti e agli anziani ciò che più ti sta a cuore. Perché ho escluso i bambini? Per due motivi: innanzitutto perché sono quelli che comprendono di più il mistero essendo naturalmente contemplativi, e poiché sono gli unici a cui oggi ancora, fosse solo alla viglia della Prima comunione, qualcuno cerca di spiegare i segni della celebrazione eucaristica. Lo so, mio caro Don, che tu saresti stato più bravo a scrivere delle catechesi mistagogiche sulla Messa, più preciso nei termini teologici, più avvincente, più creativo nel far corrispondere il rito santo con i mille rituali della vita. È per questo che ho scritto: suscitare i mille carismi che hai e che muoiono sotto la coltre di abitudini inveterate facendoti ingranare la quinta alla Preghiera Eucaristica o ritenere “preparare un’omelia è inutile tanto…”. Sì caro lettore, è tempo che tu riprenda a spiegare la Messa perché la riforma della Chiesa passa sempre attraverso un ritrovato senso dell’Eucaristia. Il resto è accademia. Perdona la mia pedanteria e affrettati a fare meglio.

Per te, per me, e per chi segretamente avesse intercettato questo nostro dialogo a distanza utilizzo a commiato le parole di sant’Agostino a chiusura di una delle sue voluminose opere che corrispondono anche a cicli di catechesi e di predicazione per i suoi fedeli: “Ecco che io sto per deporre questo libro e voi per tornatene ciascuno a casa ci siamo trovati assai bene sotto questa luce comune, ne abbiamo davvero gioito, ne abbiamo davvero esultato: ma, mentre ci separiamo gli uni dagli altri, badiamo bene a non allontanarci da Lui”.

ARTURO AIELLO Vescovo di Teano-Calvi
Da: “L’Emanuele” n°9 dicembre 2009

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